Tre parole, in copertina, che spiegano il libro prima ancora di cominciare a leggerlo: «Uno di noi». Non “il colpevole”, non “l’assassino”, non la promessa di una verità anticipata rispetto a quella che stanno cercando magistratura e investigatori. Uno di noi.

È da qui che Francesco Mancini, Franco per gli amici, avvocato tra i più conosciuti del Foro di Campobasso, cultore del diritto e giornalista pubblicista dalla penna elegante, affilata quando serve e mai banale, parte per raccontare il giallo che da oltre nove mesi tiene il Molise con il fiato sospeso.

Il volume, “Uno di noi. Il giallo di Pietracatella. Il beneficio del dubbio”, edito da Palladino, sarà presentato martedì 20 ottobre alle 18 nell’Aula Magna del Convitto nazionale Mario Pagano di Campobasso. La prefazione è della scrittrice Simonetta Tassinari, la postfazione del prefetto Vincenzo Cardellicchio.

Ma sarebbe un errore cercare nelle pagine di Mancini una soluzione anticipata alla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita. Non è un libro-inchiesta nel senso tradizionale del termine. Non è un’intromissione nelle indagini. E soprattutto non è il tentativo, oggi fin troppo frequente, di trasformare la cronaca giudiziaria in un gioco nel quale ciascuno sceglie il proprio sospettato e attende che gli investigatori gli diano ragione.

Mancini fa esattamente il contrario. Entra nell’inchiesta rispettandone i confini. La segue, ne scandisce le tappe, osserva i protagonisti e ricostruisce ciò che è accaduto, ma lo fa dalla prospettiva che gli appartiene: quella dell’uomo di diritto e, insieme, del molisano che conosce profondamente questa terra, i suoi paesi, le sue liturgie quotidiane, i suoi silenzi e soprattutto il reticolo quasi invisibile di rapporti che tiene insieme comunità nelle quali tutti, direttamente o attraverso qualcuno, finiscono per conoscersi.

Basta scorrere l’indice per comprendere l’architettura del racconto. Si comincia da “Un Natale come gli altri”, poi “La famiglia di via Risorgimento 17” e “La tragedia”. Arrivano l’avviso di garanzia ai cinque medici, gli avvocati, i primi fari mediatici, fino alla parola destinata a cambiare tutto: la ricina. Seguono il trasferimento delle indagini alla Procura di Larino, le persone informate sui fatti, i metodi degli inquirenti, gli approfondimenti scientifici e medico-legali, il sopralluogo con gli esperti tedeschi e la nuova narrazione determinata dagli sviluppi investigativi.

Poi ci sono titoli che assumono quasi il valore di una dichiarazione programmatica: “Oltre ogni ragionevole dubbio”, “La verità si avvicina” e infine “Mi fermo qui”.

Ed è proprio quel fermarsi a definire il senso dell’intera operazione.

Perché oltre quel punto comincia un territorio che non appartiene al narratore. Appartiene eventualmente all’accusa, alla difesa, ai giudici. Al processo, se un processo ci sarà. Mancini, da avvocato prima ancora che da autore, conosce bene la differenza tra un sospetto e una prova, tra una suggestione e un fatto, tra ciò che appare plausibile e ciò che può essere dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio.

Non a caso l’altra metà del titolo è proprio “Il beneficio del dubbio”.

In un tempo nel quale le indagini finiscono spesso per essere celebrate contemporaneamente nelle Procure e nei salotti televisivi, Mancini rivendica una regola antica eppure sempre più preziosa: non esistono colpevoli prima che la giustizia li abbia riconosciuti come tali. E neppure i comportamenti umani, specialmente davanti alla morte, possono essere sottoposti a un catalogo delle reazioni consentite. Come osserva efficacemente l’autore, «non esiste un galateo delle occasioni luttuose».

Ma il libro possiede un secondo livello, probabilmente quello più originale.

Il giallo di Pietracatella diventa uno specchio nel quale osservare il Molise.

Mancini comincia dal Natale. Non per divagare, ma perché per capire quanto sia stata violenta la frattura bisogna prima raccontare la normalità che quella frattura ha spezzato. Le famiglie, i ritorni nei paesi, le tavole apparecchiate, i rituali tramandati, quella dimensione domestica e comunitaria che in Molise conserva ancora un significato particolare. Dentro una di quelle giornate che avrebbero dovuto assomigliare a tante altre irrompe qualcosa di inconcepibile.

Da quel momento una famiglia normale e un piccolo paese molisano diventano il centro di una storia nazionale.

E il racconto si allarga inevitabilmente. Alla sanità. Al mondo forense. Alle istituzioni. All’emigrazione e allo spopolamento. Ai professionisti. Alla provincia. Al rapporto tra i piccoli centri e il resto del Paese. Ai giornalisti arrivati da fuori e allo sguardo con il quale hanno osservato una regione che raramente occupa per settimane le aperture dei programmi televisivi nazionali.

Ma soprattutto alle persone.

Perché “Uno di noi” non è soltanto una formula suggestiva scelta per una copertina. È la condizione che rende questa storia ancora più inquietante.

Chiunque abbia provocato deliberatamente la morte di Antonella e Sara – se questa è la verità che l’inchiesta riuscirà definitivamente a dimostrare – non appartiene al mondo lontano e rassicurante dei criminali da romanzo. Il delitto è maturato dentro un universo di relazioni ordinario, in una comunità nella quale le vite si incrociano continuamente. Le persone ascoltate, quelle che hanno conosciuto le vittime, chi è entrato per ragioni diverse negli accertamenti, gli investigatori, gli avvocati, i medici, i giornalisti: sono, in senso diverso, “uno di noi”.

E potrebbe esserlo anche chi ha concepito un gesto tanto crudele.

Una persona apparentemente normale, immersa nella vita di tutti i giorni. Un insospettabile, forse. Qualcuno capace di continuare ad abitare la normalità dopo che quella normalità era stata definitivamente distrutta. È la possibilità più perturbante che accompagna questa vicenda e che il titolo riesce a evocare senza trasformarla in un’accusa verso nessuno.

Anche per questo Mancini non indulge nel dettaglio morboso. Il dolore rimane quello di persone reali e non diventa materiale da spettacolo. La tragedia è il centro inevitabile della storia, ma intorno ad essa l’autore costruisce un vero paesaggio umano del Molise.

Dentro la ricostruzione c’è anche il lavoro dei giornalisti che, dal primo giorno, seguono l’inchiesta. Primo Piano Molise è citato più volte nel volume e Mancini non ha fatto mistero di aver attinto anche agli articoli del nostro giornale per ricostruire passaggi, tempi e sviluppi di un caso che raccontiamo praticamente ogni giorno. È un riconoscimento che vale soprattutto per ciò che rappresenta: la cronaca quotidiana, quando viene esercitata distinguendo i fatti dalle ipotesi e le notizie dalle suggestioni, finisce per diventare anche memoria documentale di una storia mentre quella storia sta ancora accadendo.

Mancini prende quella cronaca, insieme alle altre fonti, e compie però un’operazione diversa. Dove il giornale deve inseguire il presente, il libro può fermarsi, voltarsi indietro, mettere in relazione gli avvenimenti e interrogarsi su ciò che hanno prodotto nella comunità.

Ecco la ragione per cui “Uno di noi” arriva mentre l’inchiesta è ancora aperta senza avere la pretesa di arrivare troppo presto.

Non dice chi è stato. Non promette di saperlo. Non anticipa la Procura.

Racconta invece qualcosa che già oggi è possibile raccontare: che cosa è successo a una terra quando, nel pieno di un Natale che avrebbe dovuto essere come tanti altri, la morte di una madre e di sua figlia ha trasformato Pietracatella nel luogo di uno dei gialli più inquietanti della recente storia molisana.

E racconta come, da allora, il Molise abbia cominciato a guardarsi diversamente.

Forse è proprio questo il significato più profondo di quelle tre parole stampate a caratteri rossi sulla copertina: “Uno di noi”.

Perché questa storia non è arrivata da fuori. È accaduta qui, dentro le nostre relazioni, i nostri paesi, le nostre abitudini. Dentro una terra nella quale ci si conosce quasi tutti e nella quale, proprio per questo, immaginare che dietro un delitto tanto studiato possa esserci una persona dalla vita apparentemente ordinaria rende tutto ancora più difficile da accettare.

Mancini non dice chi sia. E fa bene a non farlo.

Perché fino al giorno in cui saranno le prove a parlare, resta il principio che un avvocato conosce meglio di chiunque altro e che questo libro sceglie di mettere perfino nel proprio sottotitolo: il beneficio del dubbio.

Luca Colella

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