Qualche giorno fa, a Castelguidone, sul confine tra Abruzzo e Molise, Romano Prodi ha pronunciato una frase che meriterebbe di essere appesa all’ingresso di qualche palazzo istituzionale: «La politica ha perso consistenza ed etica».
Si può essere lontanissimi da Prodi, dalla sua storia e dalle sue idee. Ma certe volte la realtà si incarica di rendere persino superfluo il dibattito.
Basta Campobasso.
Per capire il paradosso nel quale è precipitata la politica del capoluogo bisogna tornare alle elezioni comunali del 2024. Il centrodestra si presentò con una coalizione sulla carta fortissima e Aldo De Benedittis candidato sindaco. Le liste superarono il 50 percento, lui no. Si andò al ballottaggio e Marialuisa Forte, dopo l’accordo con il Cantiere civico di Pino Ruta, vinse la sfida.
Nacque così un’anomalia: una sindaca eletta dai cittadini ma senza una propria maggioranza in Consiglio comunale.
In una dinamica politica tradizionale, il centrodestra avrebbe avuto davanti una strada chiarissima: prendere atto del risultato del ballottaggio e, alla prima occasione, consentire ai cittadini di tornare alle urne.
Non è accaduto. Anzi.
Giovanni Varra e Antonio Madonna, eletti nello schieramento di centrodestra, passarono dall’altra parte consentendo alla nuova amministrazione di riequilibrare i rapporti in Aula. Poi, quando l’accordo tra Marialuisa Forte e Pino Ruta è saltato e il Cantiere civico ha abbandonato la maggioranza, si è presentata una seconda occasione.
Nemmeno quella è stata colta.
Da allora abbiamo assistito a una delle rappresentazioni politicamente più incomprensibili degli ultimi anni: l’opposizione che contesta l’amministrazione, ne denuncia limiti e insufficienze, ma al momento decisivo evita accuratamente di mandarla a casa.
Le motivazioni ufficiali le conosciamo. Il commissariamento non sarebbe nell’interesse della città. Meglio condizionare dall’esterno l’amministrazione. Meglio ottenere risultati sulle singole proposte. Meglio garantire una sorta di governo di responsabilità.
Tutto legittimo. Ma almeno le parole abbiano ancora un significato.
Perché se si ritiene che Marialuisa Forte debba continuare ad amministrare Campobasso, la si lasci amministrare assumendosi pubblicamente la responsabilità politica di sostenerla. Se invece si ritiene che non sia più nelle condizioni di governare, esiste più di uno strumento previsto dalla legge per porre anzitempo fine alla consiliatura.
L’altro giorno il capogruppo di Forza Italia Domenico Esposito presenta una mozione di sfiducia contro la sindaca. Un atto politicamente enorme. Non una interrogazione, non un ordine del giorno, non una provocazione da conferenza stampa. Una mozione di sfiducia serve a una cosa soltanto: verificare se esistano i numeri per interrompere un’esperienza amministrativa.
Servono tredici firme per portarla al vaglio del Consiglio. Il Cantiere civico di Pino Ruta decide di sottoscriverla.
Problema risolto? Macché.
Esposito quelle firme non le vuole.
La motivazione è che Ruta e i suoi non potrebbero cancellare attraverso la «sua» mozione il «peccato originale» di avere contribuito all’elezione della Forte.
Ecco che la politica perde non soltanto consistenza ed etica. Perde la logica.
Perché una mozione di sfiducia non è proprietà privata di chi la scrive. Non è una bandiera da piantare sul terreno per stabilire chi sia più oppositore degli altri. E soprattutto non è uno strumento per regolare i conti dentro il centrodestra o per distribuire patenti di purezza politica.
Una mozione di sfiducia o serve a sfiduciare oppure è propaganda. Tertium non datur (non è data una terza possibilità).
Se Esposito ritiene davvero che l’amministrazione Forte debba terminare la propria esperienza, dovrebbe cercare quelle tredici firme una per una. Dovrebbe bussare alle porte di tutti i consiglieri disponibili a sottoscriverla. Dovrebbe accettare persino il voto di chi politicamente considera responsabile della nascita dell’amministrazione in carica.
Perché lo scopo è sfiduciare il sindaco, non stabilire chi abbia peccato per primo.
Se invece le firme diventano improvvisamente sgradite proprio quando rischiano di rendere concreta la mozione, allora sorge un dubbio assai più serio: che quella sfiducia sia stata pensata per essere annunciata, non per essere votata.
E questo sarebbe politicamente molto più grave.
Anche perché dietro la sopravvivenza del Consiglio comunale non ci sono soltanto nobili disquisizioni sulla continuità amministrativa. Esiste anche un elemento molto più terreno che sarebbe ipocrita ignorare: tra commissioni e sedute consiliari, per chi garantisce una presenza assidua, le indennità possono raggiungere cifre importanti, fino a 2.700 euro mensili (compensi di luglio 2026, ndr).
È tutto previsto dalla legge. Nessuno contesta la legittimità di un euro percepito.
Ma proprio per questo sarebbe auspicabile una dose supplementare di trasparenza politica.
Non si può trascorrere una consiliatura spiegando che mandare a casa l’amministrazione sarebbe irresponsabile e poi presentare una mozione per mandarla a casa. E soprattutto non si può presentare un atto così dirompente per poi preoccuparsi quando qualcuno offre le firme necessarie a discuterlo.
Altrimenti il sospetto diventa inevitabile: la poltrona deve restare, la sfiducia pure. Purché la seconda non metta mai realmente in pericolo la prima.
E tutto ciò è molto poco edificante.
Campobasso attraversa una fase delicata. Le ultime settimane hanno consegnato episodi di violenza e criminalità che hanno accresciuto la preoccupazione dei cittadini. Ci sono problemi economici, sociali, urbanistici. C’è una città che avrebbe bisogno di sapere con chiarezza chi governa, chi sostiene chi governa e chi invece vuole costruire un’alternativa.
Non ha bisogno di opposizioni a giorni alterni. Non ha bisogno di mozioni che devono fare rumore ma possibilmente non produrre conseguenze.
Non ha bisogno di consiglieri che trasformino Palazzo San Giorgio nel teatro di una lunghissima partita tattica nella quale tutti attaccano tutti ma nessuno vuole davvero fischiare la fine.
Marialuisa Forte governa perché, al netto delle dichiarazioni pubbliche, c’è ancora un pezzo dell’opposizione che nei momenti decisivi glielo consente.
Questa è la realtà politica. E sarebbe molto più dignitoso ammetterla.
Esposito e il centrodestra hanno tutto il diritto di ritenere che il commissariamento sia un male peggiore dell’amministrazione Forte. Hanno persino il diritto di sostenerla indirettamente fino alla fine della consiliatura, se pensano che questo corrisponda all’interesse della città.
Ma allora abbiano il coraggio politico di dirlo.
Continuino a garantire la sopravvivenza dell’amministrazione, presentino le loro proposte, partecipino alle commissioni e percepiscano le indennità che la legge riconosce loro.
Ma risparmino ai campobassani la mozione di sfiducia che non vuole sfiduciare nessuno.
Perché c’è un limite oltre il quale la tattica diventa farsa.
E quel limite, a Palazzo San Giorgio, sembra essere stato superato da un pezzo.
Luca Colella

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