Nei cinque anni trascorsi dalla sciagurata PAS-SCIA, la centrale per produrre biogas ha generato il rito riccese di autorizzazione che risponde ad un unico principio imperativo «basta che si fa» e caratterizzato da un iter burocratico opaco, monco e imperfetto che, a cascata, ha generato una serie impressionante di atti amministrativi, in cui la pezza si è sempre rivelata peggiore del buco. Negli ultimi mesi questo mostro ha generato anche un nuovo, avvincente genere letterario: la FANTAGRICOLTURA.
La sansa fantasma di Castelpagano
Andiamo con ordine. La centrale, per funzionare, ha bisogno di materiale vegetale. Il progetto in corso ha individuato nella sansa uno dei prodotti di punta. E dove reperirla con comodità? Nel confinante comune di Castelpagano. Così hanno scritto nero su bianco: da quel comune arriveranno 1.700 tonnellate di sansa. Resta solo un piccolo problema da sistemare. A Castelpagano non vi è nessun frantoio oleario e pertanto la sansa prodotta è pari a zero. Voi penserete che questo incontrovertibile fatto abbia indotto i controllori a bloccare il cantiere? E invece no, il cantiere rimane aperto e nessuno interviene.
Riccia e Jelsi nuove capitali dell’olivicoltura molisana
Confessiamo che ci era sfuggito. Evidentemente in questi ultimi anni, complice forse la Xylella fastidiosa che ha indotto tanti agricoltori ad impiantare ulivi in area di alta collina, gli agri di Riccia e Jelsi sono diventati i più grandi produttori di olive in Molise. Lo afferma ancora il progetto della centrale che, oltre che dal frantoio fantasma di Castelpagano, prevede anche di prelevare 3.400 tonnellate di sansa dai comuni di Riccia e Jelsi. A questo punto facciamo due conti. Ipotizzando un rapporto (generoso per la sansa) 1 a 1 (ossia che 1 tonnellata di olive molite generi 1 tonnellata di sansa con correlata acqua di vegetazione) ne segue che nei due comuni si producono 3.400 tonnellate pari a 3.400.000 chilogrammi di olive. Le piante di ulivo che risultano presenti negli agri di Riccia e Jelsi sono circa 28mila, il che significherebbe (se il dato scritto nel progetto fosse reale) una produzione media di oltre 120 chilogrammi di olive per albero! Se nei due comuni non sono stati piantati oltre 100mila nuovi alberi di ulivo, sfuggiti ad ogni controllo e anche alla vista di chi ci abita, per raggiungere quella mega produzione per pianta, qualcuno confida di ripetere serialmente gli effetti miracolosi della manzoniana benedizione di Padre Macario.
Voi penserete che questo abnorme dato abbia indotto i controllori a bloccare il cantiere? E invece no, il cantiere rimane aperto e nessuno interviene.
Le foglie di ulivo e la sansa di Lucera
Tra le biomasse è previsto anche l’utilizzo delle foglie d’ulivo. Nello specifico il progetto prevede che arriveranno da Lucera 500 tonnellate di foglie di ulivo e 3.400 tonnellate di sansa di olive. Anche in questo caso facciamo due conti. Nell’anno 2024 (fonte ISMEA su dati AGEA) nella provincia di Foggia sono state prodotte circa 89mila tonnellate di olive. Considerato che la superficie agricola utilizzata ad oliveto del comune di Lucera è pari a circa il 3% di quella dell’intera provincia, ne segue una produzione di olive per quel comune stimabile in 2.670 tonnellate che possiamo prudenzialmente innalzare a 3mila, ipotizzando un’annata migliore a Lucera rispetto al resto della provincia. Pertanto tutta la sansa prodotta in quel comune è inferiore a quella che il progetto dichiara di prelevare da Lucera. Se passiamo alle foglie la situazione si rivela ancor più frutto di fantasia. Anche qui facciamo due conti. La percentuale di foglie presenti nelle olive raccolte e avviate al frantoio oscilla tra il 2% e il 6% del peso lordo. Prudenzialmente prendiamo quella più alta. Applicandola alle 3mila tonnellate di olive raccolte ne deriva una quantità di 180 tonnellate che è pari solo al 36% di quella dichiarata in progetto, mancando 320 tonnellate. Quindi anche nella ipotesi che tutti i frantoi di Lucera conferissero sansa e foglie di ulivo alla centrale di Riccia, i quantitativi riportati nel progetto non possono essere realizzati.
Voi penserete che questo irrealistico dato abbia indotto i controllori a bloccare il cantiere? E invece no, il cantiere rimane aperto e nessuno interviene.
Il digestato, pericoloso latitante
La sostanza umida che residua alla fine del processo di produzione del biogas è il digestato. Nel progetto viene quantificato in 30mila tonnellate per anno da spandere su terreni agricoli di Riccia (70 ettari), Castelpagano (110 ettari), Jelsi (120 ettari), Gildone (70 ettari), Gambatesa (30 ettari). Oltre questi scarni dati aggregati per comune, non sono mai stati depositati (nonostante la richiesta che il Comune di Riccia ne aveva fatto il 28 gennaio 2026) i contratti tra la società che sta costruendo la centrale e gli imprenditori agricoli che si sarebbero impegnati a far spandere il digestato sui loro terreni.
Voi pensate che la mancata trasmissione dei contratti abbia indotto i controllori a bloccare il cantiere? E invece no, il cantiere rimane aperto e nessuno interviene.
Michele Arcangelo Gennarelli

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*