Ci sono concerti che finiscono con i fuochi d’artificio. E poi ci sono serate destinate a rimanere nella memoria, perché riescono a trasformare migliaia di persone in un’unica voce. È quello che è accaduto giovedì sera all’Area Eventi di contrada Selvapiana, dove i Pooh hanno regalato a Campobasso uno spettacolo intenso, emozionante e musicalmente impeccabile, nell’ambito del tour “Pooh 60 – La nostra storia”, nato per celebrare un traguardo che appartiene ormai alla storia della musica italiana: sessant’anni di carriera.
Le quattromila sedie dell’area concerti erano tutte occupate. Biglietti esauriti da tempo e un pubblico arrivato da ogni parte del Molise e delle regioni vicine. Ma il dato più bello non è stato quello dei numeri: è stato quello delle generazioni. Sotto lo stesso cielo hanno cantato adolescenti che hanno scoperto i Pooh grazie ai genitori e ai social, coppie che su quelle canzoni hanno costruito una vita insieme, famiglie intere e anche spettatori ultraottantenni che quei brani li hanno ascoltati fin dalla loro uscita. Sessant’anni di musica, in fondo, significano proprio questo: attraversare il tempo senza perdere la capacità di emozionare.
Dopo la partenza del tour estivo, Campobasso ha accolto una delle prime tappe di una tournée che porterà Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian e Riccardo Fogli nelle principali arene italiane prima del grande appuntamento autunnale nei palasport. Un viaggio che celebra non soltanto un anniversario, ma una storia artistica da oltre cento milioni di dischi venduti, fatta di canzoni che sono entrate nell’immaginario collettivo del Paese.
Per quasi tre ore i Pooh non hanno concesso nemmeno un istante di pausa. Nessuna interruzione, nessun calo di intensità. Solo musica, immagini, racconti e una scaletta costruita come un lungo viaggio nella memoria. Da Noi due nel mondo e nell’anima a Pensiero, da Tanta voglia di lei a Dammi solo un minuto, fino a Uomini soli e Chi fermerà la musica, ogni brano è stato accolto da un coro spontaneo che ha coinvolto l’intera platea.
Dal punto di vista musicale, la prova della band è stata semplicemente straordinaria. La voce ancora potente e coinvolgente di Roby Facchinetti, l’eleganza e il virtuosismo della chitarra di Dodi Battaglia, il carisma di Red Canzian e il graditissimo ritorno di Riccardo Fogli hanno confermato come il tempo possa cambiare le persone, ma non la qualità di chi ha scritto pagine fondamentali della musica italiana.
Ad accompagnare i quattro storici protagonisti, una formazione di assoluto livello. Alla batteria Phil Mer, musicista di grande tecnica e sensibilità, chiamato negli anni a raccogliere una pesante eredità dopo la scomparsa di Stefano D’Orazio. Alle tastiere e alla programmazione c’era Danilo Ballo, collaboratore storico dei Pooh da circa trent’anni, arrangiatore e direttore musicale, presenza discreta ma fondamentale nell’equilibrio sonoro della band.
L’acustica è stata uno degli aspetti più sorprendenti della serata. Ogni nota è arrivata limpida, ogni armonia vocale perfettamente definita, restituendo tutta la ricchezza musicale di un repertorio che continua a rappresentare un punto di riferimento per il pop italiano. Anche il grande impianto scenografico, con immagini e filmati che hanno ripercorso sei decenni di carriera, ha contribuito a costruire uno spettacolo capace di guardare contemporaneamente al passato e al presente, richiamando idealmente lo storico tour celebrativo realizzato dai Pooh nel 1991 per il venticinquesimo anniversario della band.
Tra i momenti più toccanti della serata ci sono stati senza dubbio gli omaggi ai due grandi assenti, che in realtà sono sembrati presenti più che mai. Valerio Negrini, fondatore e anima poetica del gruppo, autore di gran parte dei testi che hanno fatto sognare milioni di italiani. E Stefano D’Orazio, batterista, cantante e autore, scomparso nel 2020 durante la pandemia. Le immagini proiettate sul maxi schermo e i ricordi condivisi dal palco hanno regalato alcuni degli istanti più intensi del concerto, accolti da lunghi applausi e da un’emozione palpabile.
Poi è arrivato il finale. Quello che nessuno voleva vedere arrivare e che, proprio per questo, è diventato il momento più travolgente della serata.
Con la naturalezza di chi dialoga con il proprio pubblico da una vita, Dodi Battaglia ha invitato tutti ad abbandonare le sedie e ad avvicinarsi alla band. In pochi secondi l’ordine composto della platea si è trasformato in una festa collettiva. Centinaia di persone hanno riempito il corridoio sotto il palco, cantando, ballando, abbracciandosi e lasciandosi trasportare da quelle canzoni che, da sessant’anni, accompagnano la vita di intere generazioni.
Non c’era più distanza tra artisti e pubblico. Solo un’enorme comunità che cantava all’unisono.
È questa, probabilmente, la forza dei Pooh. Non soltanto aver scritto decine di successi, ma essere riusciti a trasformare ogni canzone in un pezzo di vita di qualcuno. Le loro melodie hanno accompagnato primi amori, matrimoni, partenze, ritorni, gioie e dolori. E giovedì sera, a Campobasso, tutto questo è riaffiorato insieme.
Per quasi tre ore Selvapiana non è stata soltanto un’arena per concerti. È diventata un luogo della memoria, dove passato e presente si sono stretti la mano attraverso la musica.
E quando si sono spente le ultime luci, è rimasta la sensazione che il titolo di uno dei loro brani più celebri fosse, ancora una volta, una domanda senza risposta.
Davvero, chi fermerà la musica?






























