Si chiude oggi la seconda di due settimane tra le più intense e significative da quando la Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso hanno aperto il secondo filone d’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita. Quello per duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo del mezzo venefico.
Due settimane che potrebbero aver segnato un passaggio importante nell’indagine.
Da quando dal Robert Koch Institut di Berlino è arrivato l’esito negativo della ricerca degli anticorpi contro la ricina nel sangue di Gianni e Alice Di Vita, l’attività investigativa ha conosciuto una nuova accelerazione. Audizioni, confronti, verifiche incrociate, analisi dei dispositivi elettronici sequestrati e riscontri sulle dichiarazioni raccolte negli ultimi otto mesi.
Un lavoro enorme, condotto quasi interamente lontano dai riflettori.
Negli uffici della Squadra Mobile di via Tiberio, gli uomini diretti da Marco Graziano hanno ricostruito rapporti, frequentazioni, spostamenti e circostanze apparentemente marginali. Hanno ascoltato centinaia di persone, alcune più volte. Hanno messo una dichiarazione accanto all’altra, cercato coincidenze e contraddizioni, verificato particolari riferiti a distanza di settimane o di mesi. E parallelamente hanno lavorato sul materiale sequestrato e sugli elementi restituiti dagli accertamenti scientifici.
Un’attività investigativa imponente che nelle ultime due settimane si è concentrata su una cerchia molto più ristretta di persone.
Il passaggio più evidente è stato il lungo confronto in Questura tra Gianni Di Vita e Monia, l’insegnante di matematica dell’Agrario di Riccia amica del marito e padre delle vittime. Più di sei ore negli uffici di via Tiberio, alla presenza della procuratrice Elvira Antonelli e del capo della Mobile Graziano. Un faccia a faccia arrivato dopo le numerose audizioni dei mesi precedenti e reso evidentemente indispensabile dalla necessità di chiarire punti sui quali le dichiarazioni raccolte non avevano restituito un quadro perfettamente coincidente.
Ma il confronto è soltanto la parte visibile di un lavoro molto più vasto.
In questi giorni gli investigatori hanno continuato soprattutto a comparare ciò che hanno raccolto. Centotrentuno reperti, dispositivi elettronici sequestrati, accertamenti scientifici affidati agli specialisti tedeschi e una mole impressionante di testimonianze. Materiale diverso per natura e provenienza che adesso deve essere ricondotto a una ricostruzione coerente.
Il riserbo imposto dalla Procura di Larino non permette di sapere fino a che punto quel quadro sia stato completato. E questo dato impone ancora maggiore prudenza.
Perché ciò che gli investigatori hanno realmente in mano potrebbe essere molto più consistente delle poche informazioni filtrate all’esterno. E, allo stesso modo, non può essere escluso che la soluzione del giallo possa risultare diversa dalle ricostruzioni circolate finora, che pur con alcune varianti tendono ormai a convergere nella stessa direzione.
Un elemento sembra però emergere dalla natura delle attività compiute nelle ultime settimane: l’indagine ha scavato profondamente nella sfera privata delle persone più vicine ad Antonella e Sara. Rapporti, relazioni e frequentazioni sono diventati parte centrale degli accertamenti. Da qui ha preso corpo l’ipotesi di un movente passionale, che resta tuttavia un’ipotesi investigativa e non consente, allo stato, di attribuire responsabilità ad alcuno.
E proprio un eventuale movente di questa natura apre un altro interrogativo: Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita erano entrambe le destinatarie del veleno? Oppure la ricina era destinata a una sola persona? E se l’obiettivo del killer fosse invece Gianni Di Vita?
Domande alle quali, almeno pubblicamente, non esiste ancora una risposta.
C’è poi il problema fondamentale di questa inchiesta: il veleno.
Dal 6 marzo, quando dal Maugeri arrivò agli investigatori la comunicazione sulla presenza della potente tossina nei campioni biologici delle due vittime, Procura e Squadra Mobile hanno dovuto ricostruire praticamente tutto. Da dove provenisse la ricina. Chi potesse procurarsela. In quale forma fosse stata utilizzata. Come fosse entrata nell’abitazione di via Risorgimento e attraverso quale alimento, bevanda o altro vettore fosse stata assunta.
È attorno a questi interrogativi che si è sviluppato un lavoro investigativo senza precedenti recenti in Molise.
Il 30 luglio quella casa è stata nuovamente passata al setaccio per circa 14 ore dagli uomini della Mobile, dalla Polizia Scientifica e dagli specialisti del Robert Koch Institut arrivati dalla Germania. Prima e dopo quel sopralluogo sono stati raccolti, catalogati e analizzati reperti, alimenti e oggetti. Parallelamente, gli investigatori hanno ricostruito ciò che era accaduto attorno alla famiglia nei giorni e nelle settimane precedenti ai malori di dicembre.
Ogni elemento è stato verificato. Ogni dichiarazione confrontata con le altre. Ogni possibile incongruenza approfondita.
È soprattutto questo il lavoro che Marco Graziano e i suoi uomini hanno portato avanti per otto mesi, praticamente senza interruzioni. Un’indagine costruita pezzo dopo pezzo, con la procuratrice Antonelli che ha mantenuto dall’inizio una linea rigidissima: nessuna fuga in avanti, nessuna esposizione delle persone coinvolte, nessuna conclusione prima che gli elementi raccolti potessero sostenerla.
Quel muro di riservatezza resta ancora in piedi. Ma dietro quel muro l’inchiesta sembra essere entrata in una fase diversa.
Non significa necessariamente che sia già stato individuato chi abbia materialmente avvelenato Antonella e Sara. Significa, però, che dopo otto mesi di audizioni, sequestri, analisi scientifiche, accertamenti informatici e verifiche, gli investigatori sembrano disporre oggi di un quadro enormemente più definito rispetto a quello dal quale erano partiti.
Resta da capire se tutti i tasselli riescano finalmente a combaciare.
Chi ha portato la ricina in via Risorgimento. Come è entrata in casa. Attraverso cosa è stata somministrata. Chi doveva assumerla. E soprattutto chi ha deciso di utilizzarla.
Sono le domande che accompagnano il giallo di Pietracatella dal giorno in cui l’ipotesi dell’intossicazione accidentale ha lasciato spazio a quella del duplice omicidio.
Nessuna data, dunque. Nessuna scadenza e nessuna anticipazione che rischierebbe di trasformarsi nell’ennesima aspettativa.
Ma se le due settimane appena trascorse hanno rappresentato uno dei momenti più intensi dell’intera indagine, quella che comincia domani potrebbe essere ancora più importante.
E forse decisiva. lu_co

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