Si chiude la seconda settimana dopo le indiscrezioni sulla negatività alla ricina di Gianni Di Vita e il successivo faccia a faccia, negli uffici della Questura di Campobasso, tra il marito e padre delle vittime e Monia, l’insegnante di matematica dell’Agrario di Riccia sua amica. Due passaggi che hanno impresso una nuova accelerazione all’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara.
Ieri, come giovedì, negli uffici della Squadra Mobile diretta da Marco Graziano non sono state effettuate nuove audizioni. Le ultime risalgono a mercoledì pomeriggio, quando gli investigatori hanno ascoltato due amiche di Antonella.
Ma l’assenza di convocazioni non significa che l’attività si sia fermata. Al contrario. Gli uomini della Mobile stanno lavorando sulla comparazione delle dichiarazioni raccolte nelle ultime settimane e sui riscontri emersi dagli accertamenti investigativi. Un lavoro meno visibile rispetto agli interrogatori e ai sopralluoghi, ma decisivo per mettere ogni elemento al proprio posto.
Sono trascorsi ormai otto mesi dalla morte di Antonella e Sara. Otto mesi durante i quali la Procura di Larino e la Squadra Mobile hanno accumulato una mole enorme di materiale.
C’è la relazione del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia. Ci sono le circa 900 pagine degli accertamenti autoptici. Ci sono le copie forensi dei dispositivi sequestrati nell’abitazione di Pietracatella e di quello in uso ad Alice Di Vita. E ci sono i primi riscontri degli accertamenti affidati agli specialisti tedeschi del Robert Koch Institut di Berlino, in attesa che il quadro scientifico venga cristallizzato nelle relazioni ufficiali.
A tutto questo si aggiungono oltre 200 audizioni. Alcune persone sono state ascoltate una sola volta, altre richiamate due, tre, quattro e persino cinque volte. Dichiarazioni che adesso vengono messe una accanto all’altra alla ricerca di conferme, contraddizioni e dettagli apparentemente marginali.
Poi c’è tutto ciò che normalmente non emerge da un’inchiesta ancora in corso: verifiche, osservazioni, accertamenti sui rapporti personali, attività tecniche e ogni altro strumento investigativo disposto o autorizzato nel corso degli otto mesi.
Un lavoro costruito pezzo dopo pezzo dalla procuratrice Elvira Antonelli e dal capo della Mobile Marco Graziano. Perché, in assenza di una confessione, l’eventuale ricostruzione accusatoria dovrà poggiare su elementi capaci non soltanto di indicare una direzione, ma di resistere alle verifiche di un procedimento penale.
Una convinzione sembra essersi consolidata nel corso dei mesi: dietro la morte di Antonella e Sara difficilmente può esserci stata improvvisazione. La scelta della ricina, sostanza tanto potente quanto poco comune, presuppone conoscenze, ricerca e una preparazione incompatibili con un gesto estemporaneo.
Resta però una delle domande fondamentali dell’intera vicenda: Antonella e Sara erano entrambe le destinatarie del veleno? Oppure una delle due è rimasta coinvolta in un piano concepito per colpire l’altra o – nessuno può allo stato affermare il contrario – Gianni Di Vita? Interrogativi ai quali soltanto la ricostruzione complessiva degli investigatori potrà fornire risposte.
Nelle ultime ore l’attenzione sarebbe tornata anche sui rapporti precedenti alla tragedia. In particolare, secondo quanto risulta a Primo Piano, gli investigatori avrebbero cercato di ricostruire eventuali contatti tra Antonella e Michele, marito dell’insegnante di Riccia, ulteriori rispetto a quello che sarebbe avvenuto a ridosso di Natale, pochi giorni prima dei malori.
Michele lavora nello stesso istituto della moglie, occupandosi dei laboratori tecnici. Le ragioni dell’approfondimento sui suoi rapporti con Antonella non sono note. E, soprattutto, non è possibile stabilire quale significato gli investigatori attribuiscano a tali elementi.
In questa fase è necessario stabilire un confine tra i fatti e le suggestioni.
Il lungo confronto tra Gianni Di Vita e Monia, le audizioni ripetute, l’attenzione sui rapporti personali e sulle frequentazioni precedenti al 27 dicembre sembrano indicare che una parte importante dell’indagine si stia concentrando sulla sfera relazionale. Ma trasformare la circostanza nella certezza di un movente passionale sarebbe, allo stato, un salto che gli elementi conosciuti non consentono.
Anche perché nessuno, al di fuori degli investigatori, conosce quale ruolo venga attribuito alle persone sulle quali si stanno concentrando gli approfondimenti. E il procedimento per duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo di sostanze venefiche resta, formalmente, contro ignoti.
C’è però un dato che emerge dalla successione degli avvenimenti delle ultime settimane. Dopo il sopralluogo del 30 luglio nell’abitazione di via Risorgimento, durato circa quattordici ore e al quale hanno partecipato anche gli specialisti tedeschi, l’inchiesta ha progressivamente ristretto il proprio campo. Sono arrivati nuovi risultati scientifici, sono proseguite le verifiche sui dispositivi elettronici e le audizioni si sono concentrate su un numero più limitato di persone. Fino al lungo confronto in Questura tra Gianni e Monia.
Adesso si lavora soprattutto per ricomporre il materiale.
Un’indagine che non è stata affidata soltanto alle strutture territoriali. Accanto alla Squadra Mobile di Campobasso sono intervenuti gli specialisti del Servizio centrale operativo della Polizia. La Procura si è affidata, tra gli altri, ad Alessandro Locatelli del Centro Antiveleni Maugeri e agli scienziati del Robert Koch Institut, chiamati a fornire risposte su uno degli aspetti più complessi dell’intera vicenda: la presenza della ricina e la ricostruzione delle modalità dell’avvelenamento.
È una macchina investigativa che da otto mesi lavora praticamente senza sosta.
Le informazioni raccolte da Primo Piano attraverso fonti diverse e indipendenti descrivono un’inchiesta molto avanzata. Le convinzioni maturate dagli investigatori sarebbero oggi più solide rispetto a poche settimane fa. Ma resta necessario mantenere distinta questa valutazione dalla previsione dei tempi.
La prossima settimana potrebbe essere importante. Potrebbero arrivare nuovi passaggi e, forse, le prime conclusioni investigative. Ma dopo otto mesi di un’inchiesta condotta nel massimo riserbo, fissare una data per l’epilogo significherebbe andare oltre ciò che oggi è possibile sapere.
Di certo, il tempo dell’accumulo degli elementi sembra lasciare progressivamente spazio a quello della loro verifica finale.
E per il giallo di Pietracatella potrebbe essere il passaggio decisivo.
Lu_Co






















