Una comunità segnata da dolore, stretta alla famiglia Panichella per l’ultimo saluto a Gianpiero, il 27enne chef morto in circostanze sospette a Menton, in Francia, lo scorso 25 luglio. Ieri il lutto cittadino a Riccia dove, nel santuario della Beata Vergine del Carmine, si sono svolti i funerali in un clima di cordoglio e incredulità. Perché la morte del giovane ha ancora troppi punti oscuri. La Gendarmeria francese ha aperto una indagine per fare piena luce sulla dinamica dell’incidente e per capire se si tratti realmente di suicidio. Il corpo di Gianpiero Panichella è stato ritrovato riverso a terra in un vicolo di Menton – cittadina a pochi chilometri da Nizza dove lavorava in un ristorante – , precipitato dal balcone dell’appartamento al secondo piano che aveva preso in affitto. Ma all’interno dell’abitazione gli inquirenti hanno rinvenuto vetri rotti e macchie di sangue. Inoltre i vicini hanno riferito di aver sentito delle urla prima della tragedia. Una vicenda che sta seguendo da vicino l’avvocato della famiglia, Margherita Viale: «Le indagini sono in corso – ha spiegato – per il momento non abbiamo grosse informazioni perché il sistema francese è diverso da quello italiano, sono molto rigorosi sul segreto delle indagini. C’è stata l’autopsia in Francia ma la madre del ha richiesto ulteriori accertamenti e una secondo esame anche in Italia, affidandosi ad un perito».
Anche il legale ha rimarcato che dal rapporto dell’autopsia emergono alcune lesioni non completamente compatibili con una caduta dal balcone: «C’è sicuramente una lesione da trauma da caduta, però ci sono altre ferite che potrebbero far pensare ad una aggressione o comunque antecedenti alla caduta. Su questi elementi bisogna fare piena luce».
Gianpiero aveva subito una pesante aggressione alcune settimane prima del decesso, da parte di nove persone. Inoltre il movimento di denaro – ben 60mila euro inviati in pochi giorni con diversi bonifici a due persone, ora denunciate dalla famiglia- appare molto sospetto. Sullo sfondo l’ombra di una setta o di un gruppo di fanatici religiosi che, secondo la madre, avrebbero manipolato psicologicamente il ragazzo.
Maria De Stefano è convinta che, nonostante il periodo difficile che il 27enne stava attraversando, caratterizzato da alcune fragilità psicologiche, non avrebbe mai deciso di togliersi la vita. «Il giorno prima della morte – spiega – aveva contattato la cugina, raccontandole di volersi fare un tatuaggio». Insomma, nulla lasciava presagire ad un epilogo tragico. La madre punta il dito anche contro la clinica che aveva in cura il ragazzo: «Lo hanno dimesso il 21 luglio, senza avvisarci, quattro giorni dopo è morto. Li avevamo pregati di tenerlo al sicuro e, all’inizio, avevano paventato anche il trasferimento in un centro di Imperia per poi farlo avvicinare a noi a curarlo qui. Invece è stato dimesso. Io voglio giustizia e che i colpevoli paghino, nulla di più».

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