L’attesa è tutta per Berlino. Ma mentre nei laboratori del Robert Koch Institut proseguono gli accertamenti sulla ricina che ha ucciso Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita, a Larino e Campobasso il lavoro avrebbe assunto nelle ultime ore ritmi particolarmente intensi.
Fonti qualificate riferiscono di un’attività frenetica tra la Procura guidata da Elvira Antonelli e la Squadra Mobile diretta da Marco Graziano. Nessuna indicazione ufficiale filtra dagli uffici inquirenti e il fascicolo per duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo del veleno resta contro ignoti. Ma il quadro che emerge potrebbe essere quello di una fase preparatoria rispetto a nuovi sviluppi dell’indagine.
Molto, a questo punto, dipende da ciò che sta accadendo in Germania.
Il 29 giugno scorso la procuratrice Antonelli ha conferito l’incarico agli specialisti del Robert Koch Institut Christian Herzog e Sylvia Worbs, fissando tempi differenti in relazione ai diversi quesiti sottoposti ai consulenti.
Il primo termine riguardava gli esami sui campioni biologici prelevati prima e dopo la morte di Antonella e Sara, per i quali era stata indicata la fine di luglio. Sessanta giorni sono stati invece concessi per stabilire se Gianni Di Vita e la figlia Alice abbiano sviluppato anticorpi contro la ricina, elemento che potrebbe consentire di comprendere se anche gli altri due componenti della famiglia siano entrati in contatto con la sostanza.
Più lungo il termine relativo agli alimenti e agli altri reperti sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento all’indomani dei decessi: 90 giorni, con possibilità di proroghe di 30 giorni in 30 giorni fino a un massimo complessivo di 180.
Gli accertamenti sono cominciati nei primi giorni di luglio. Per una parte della consulenza, dunque, il lavoro è ormai entrato nella sua fase centrale.
Questo, tuttavia, non significa necessariamente che Procura e investigatori debbano attendere la relazione conclusiva per conoscere quanto sta emergendo dalle analisi. È molto probabile che gli specialisti tedeschi comunichino agli inquirenti eventuali risultati significativi man mano che vengono acquisiti.
Del resto, qualcosa di analogo è già accaduto nella prima fase degli accertamenti tossicologici, quando il Centro antiveleni dell’Istituto Maugeri di Pavia – a marzo scorso mentre erano in corso gli esami richiesti dalla Procura – ha segnalato la presenza della ricina nei campioni biologici di Antonella e Sara, modificando radicalmente lo scenario dell’inchiesta. Da quel momento gli approfondimenti scientifici e quelli investigativi hanno proceduto parallelamente.
Ed è proprio il rapporto tra quanto viene scoperto in laboratorio e ciò che viene verificato sul campo a rappresentare uno degli aspetti centrali dell’attuale fase investigativa.
Il 30 luglio Herzog e Worbs hanno lavorato per ore nella palazzina di via Risorgimento insieme agli investigatori e agli altri consulenti. Alla vigilia non era escluso che fossero necessari più accessi. Le operazioni sono state invece completate nell’arco di una sola giornata.
Secondo quanto appreso nei giorni scorsi da Primo Piano, prima di arrivare a Pietracatella gli specialisti tedeschi avrebbero già individuato tracce riconducibili alla ricina su almeno uno dei reperti inviati a Berlino. Non esistono conferme ufficiali e non è noto quale alimento, contenitore o oggetto avrebbe restituito il risultato.
La circostanza, se confermata, spiegherebbe però perché chi ha seguito il sopralluogo del 30 luglio abbia avuto la sensazione che i due specialisti sapessero cosa cercare e dove cercarlo.
Non una ricognizione indiscriminata della palazzina, dunque, ma accertamenti orientati da elementi scientifici già disponibili.
È questo il passaggio che potrebbe assumere adesso un peso determinante.
Se il Robert Koch Institut avesse effettivamente individuato il “vettore”, cioè il supporto attraverso il quale la ricina è stata introdotta nell’abitazione ed è entrata in contatto con le vittime, l’inchiesta potrebbe compiere un notevole passo in avanti.
Individuare il mezzo utilizzato significherebbe infatti poter ricostruire la sua provenienza, stabilire chi possa averlo acquistato, preparato, consegnato o maneggiato e delimitare ulteriormente il numero delle persone che potrebbero aver avuto la possibilità di introdurre il veleno.
Considerato l’elevato interesse mediatico per il caso, è inevitabile che indiscrezioni e suggestioni rischiano di sovrapporsi.
Le ipotesi circolate sono diverse, ma allo stato nessuna può essere ritenuta acquisita. Se le tracce della sostanza fossero state individuate, ad esempio, in un alimento artigianale consumato nel periodo natalizio, sarebbe possibile tentare di ricostruirne provenienza e passaggi. Diverso e potenzialmente più complesso sarebbe lo scenario qualora il veleno fosse stato trovato su un contenitore utilizzato dalle vittime, come una borraccia.
Sono soltanto scenari investigativi. Non elementi accertati.
La certezza, invece, è che gli inquirenti non stanno procedendo alla cieca.
Dal 27 e 28 dicembre, giorni dei decessi di Sara e Antonella, è stata sviluppata un’attività investigativa di dimensioni probabilmente senza precedenti nella recente cronaca giudiziaria molisana. In una prima fase coordinata dalla Procura di Campobasso e successivamente, dopo il trasferimento per competenza territoriale, dalla procuratrice di Larino Elvira Antonelli.
Centinaia di persone sono state ascoltate. Dichiarazioni, rapporti personali, frequentazioni e spostamenti sono stati ricostruiti e confrontati. Cellulari, computer e altri dispositivi sono stati acquisiti e sottoposti a copia forense. Ogni elemento ritenuto utile è stato sovrapposto agli altri nel tentativo di verificare compatibilità, incongruenze e possibili collegamenti.
A questa attività si sono aggiunti gli accertamenti scientifici sui reperti, le analisi tossicologiche, gli approfondimenti informatici e tutte le attività investigative che, per loro natura, non emergono all’esterno durante un’inchiesta di questa portata.
Un lavoro sviluppato per mesi sotto il massimo riserbo.
Per questo l’intensificazione dell’attività registrata in queste ore assume un significato particolare. Non consente di affermare che una svolta sia imminente, né tantomeno che gli investigatori abbiano già individuato l’assassino (o gli assassini). Ma lascia ritenere che gli elementi raccolti possano essere entrati in una fase di verifica e ricomposizione particolarmente avanzata.
I tempi li detta Berlino.
Se dai laboratori tedeschi fosse arrivata la conferma scientifica del mezzo attraverso il quale la ricina ha raggiunto Antonella e Sara, Procura e Squadra Mobile avrebbero a disposizione un elemento concreto da incrociare con l’enorme quantità di informazioni raccolte negli ultimi otto mesi.
E allora il percorso potrebbe diventare più stretto.
Dal veleno al vettore. Dal vettore a chi poteva averne la disponibilità. E da lì, eventualmente, al destinatario e al movente.
È ancora presto per sapere se la catena possa condurre fino all’autore del duplice omicidio. Ma una circostanza appare ormai evidente: l’inchiesta non è ferma.
E le ore a ridosso di Ferragosto, dietro il silenzio degli uffici giudiziari e investigativi, potrebbero essere tra le più intense dall’inizio del giallo di Pietracatella. Lu_Co

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