Se il “vettore” della ricina è stato davvero individuato, il passo successivo sarà capire chi lo abbia introdotto nella casa di via Risorgimento. E soprattutto per colpire chi.
È attorno a queste due domande che potrebbe concentrarsi la fase più delicata dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvelenate dalla potente tossina nei giorni immediatamente precedenti il Natale dello scorso anno.
Il punto di partenza sono gli accertamenti affidati dalla procuratrice di Larino Elvira Antonelli agli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino. Nei laboratori tedeschi sono in corso da settimane gli esami sui reperti sequestrati nell’abitazione di Pietracatella all’indomani dei decessi. Tra questi, circa 70 campioni di alimenti prelevati nei locali della palazzina di via Risorgimento.
Come anticipato ieri da Primo Piano, secondo fonti qualificate – ma senza conferme ufficiali da parte della Procura o della Squadra Mobile di Campobasso – gli specialisti tedeschi avrebbero individuato tracce riconducibili alla ricina su almeno uno dei reperti sottoposti ad analisi già prima del loro arrivo in Molise.
Se confermata, sarebbe un’acquisizione di notevole rilevanza investigativa. Significherebbe infatti che gli accertamenti scientifici potrebbero aver consentito di restringere il campo attorno al possibile “vettore”, vale a dire l’alimento, il contenitore o comunque il supporto attraverso il quale la sostanza sarebbe entrata in contatto con le vittime.
Non è noto, allo stato, quale reperto avrebbe restituito il risultato né se le tracce sarebbero state individuate su uno o più oggetti o alimenti. Su questo punto il riserbo degli inquirenti resta assoluto e non esiste alcuna comunicazione ufficiale che consenta di considerare definitivamente acquisita l’individuazione del vettore.
C’è però un elemento che assume un significato diverso alla luce delle indiscrezioni emerse nelle ultime ore.
Il 30 luglio Christian Herzog e Sylvia Worbs, gli specialisti del Koch Institut incaricati dalla Procura, hanno lavorato per ore nella palazzina di via Risorgimento insieme agli investigatori, agli esperti italiani e al consulente nominato da Vittorino Faccilla, legale di Gianni Di Vita. Alla vigilia era stata prospettata la possibilità che fossero necessari più accessi, anche per l’ampiezza degli spazi da esaminare. Le operazioni, invece, sono state completate nell’arco di una sola giornata.
Una circostanza che, da sola, non consente naturalmente di trarre conclusioni. Ma che potrebbe essere compatibile con uno scenario nel quale gli specialisti siano arrivati a Pietracatella sulla base di indicazioni già ricavate dagli esami effettuati a Berlino. Non dunque una ricerca indistinta nell’intera abitazione, ma verifiche concentrate su punti e reperti ritenuti di interesse.
In sostanza, potrebbero aver saputo cosa cercare e dove cercarlo.
Se questa ricostruzione dovesse trovare riscontro, il quadro investigativo cambierebbe ancora. Individuare il possibile veicolo della ricina permetterebbe infatti di spostare l’attenzione dal “come” al “chi”: stabilire chi possa aver avuto accesso a quel determinato alimento o oggetto, chi possa averlo maneggiato e in quale momento la sostanza sia stata introdotta nella casa.
Ma rimarrebbe aperta un’altra questione, forse ancora più complessa: chi doveva essere avvelenato?
Antonella e Sara sono state entrambe uccise dalla ricina. È un dato ormai acquisito dagli accertamenti medico-legali: la presenza della sostanza, inizialmente segnalata dal Centro antiveleni dell’Istituto Maugeri di Pavia, è stata successivamente confermata e le conclusioni autoptiche hanno individuato nell’avvelenamento la causa dei due decessi.
Ma questo non consente ancora di stabilire se madre e figlia fossero entrambe gli obiettivi di chi ha utilizzato il veleno.
Potrebbero esserlo state tutte e due. L’obiettivo potrebbe essere stato soltanto una delle due. Oppure il bersaglio originario potrebbe essere stato un altro componente della famiglia.
Sono interrogativi sui quali potranno fornire indicazioni importanti anche gli ulteriori accertamenti scientifici in corso in Germania.
Tra gli esami affidati agli specialisti tedeschi, infatti, particolare rilievo assumono quelli finalizzati a verificare l’eventuale presenza di anticorpi riconducibili all’esposizione alla ricina in Gianni Di Vita e nella figlia Alice, gli altri due componenti della famiglia che non hanno avuto l’esito fatale di Antonella e Sara.
Il risultato potrebbe aggiungere un tassello importante alla ricostruzione.
L’eventuale evidenza di una loro esposizione alla sostanza allargherebbe necessariamente il campo delle valutazioni investigative. Un risultato negativo fornirebbe, invece, un elemento di segno diverso, da mettere in relazione con il possibile vettore e con le modalità attraverso le quali Antonella e Sara sarebbero entrate in contatto con la tossina.
In entrambi i casi, spetterà agli investigatori e ai consulenti interpretare il dato scientifico all’interno del complesso delle risultanze raccolte finora.
Ed è proprio su questo terreno che l’inchiesta potrebbe giocare adesso la sua partita decisiva: vettore, destinatario e movente.
Tre elementi strettamente collegati. Sapere dove fosse la ricina potrebbe aiutare a stabilire chi potesse accedere a quel supporto. Capire chi vi sia entrato in contatto potrebbe contribuire a individuare il reale bersaglio. E ricostruire il bersaglio potrebbe infine offrire agli investigatori la chiave per arrivare al movente e, quindi, all’autore del duplice omicidio.
Dietro la calma apparente delle ore che precedono Ferragosto, secondo quanto riferito da fonti qualificate, l’attività tra la Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso sarebbe particolarmente intensa. Il fascicolo resta formalmente contro ignoti e dagli uffici inquirenti non filtra alcuna indicazione sui prossimi passi. Anche gli elementi emersi dagli accertamenti tedeschi restano coperti dal massimo riserbo.
Per questo sarebbe azzardato indicare tempi o anticipare eventuali iniziative giudiziarie.
Ma gli elementi raccolti negli ultimi mesi sembrano progressivamente restringere il perimetro dell’indagine. Prima la certezza dell’avvelenamento. Poi gli approfondimenti sui reperti. Quindi l’intervento degli specialisti del Koch Institut e il sopralluogo mirato nella casa.
Ora l’attesa è per ciò che gli esami di Berlino potranno aggiungere.
Perché individuare il mezzo utilizzato per somministrare la ricina sarebbe un passaggio fondamentale. Ma non basterebbe ancora a risolvere il giallo.
Resterebbe da stabilire chi abbia introdotto il veleno nella casa di Pietracatella, perché lo abbia fatto e soprattutto chi intendesse uccidere.
Sono le risposte necessarie per completare quel puzzle investigativo costruito tassello dopo tassello negli ultimi otto mesi. E, prima ancora, per arrivare alla verità sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita.
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