Un nuovo tassello si aggiunge all’inchiesta sul duplice omicidio di Pietracatella, mentre gli investigatori continuano a lavorare contemporaneamente sul fronte investigativo e su quello scientifico. Da un lato le audizioni in Questura, dall’altro le analisi del Robert Koch Institut di Berlino. Sullo sfondo, la prima iniziativa formale di una delle difese nel procedimento parallelo aperto per omicidio colposo nei confronti di cinque sanitari.
Ieri l’avvocato Pietro Terminiello, difensore di uno dei medici iscritti nel registro degli indagati, ha depositato in Procura un’istanza con la quale chiede che il proprio assistito possa rendere spontanee dichiarazioni al pubblico ministero. Non si tratta di una richiesta di interrogatorio in senso tecnico, ma dell’esercizio di una facoltà riconosciuta dall’ordinamento all’indagato. Solo dopo questo passaggio la difesa formalizzerà la richiesta di archiviazione, ritenendo che le conclusioni della consulenza medico-legale abbiano ormai escluso il nesso causale tra la condotta dei sanitari e il decesso di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita.
«Il mio assistito è stato l’unico medico ad avere avuto in cura tutte le persone coinvolte nella vicenda. Sarebbe stato opportuno ascoltarlo già in precedenza. Con questa istanza chiediamo che possa rendere spontanee dichiarazioni al pubblico ministero, esercitando un diritto previsto in ogni fase del procedimento», osserva il legale. Secondo Terminiello, la stessa consulenza autoptica contiene un elemento destinato a incidere profondamente anche sul procedimento aperto nei confronti dei sanitari. «Se davvero, come sembra ormai un dato ineludibile, la quantità di quel veleno era tale per cui qualunque intervento sanitario non avrebbe potuto evitare l’evento mortale, allora diventa difficile comprendere come possa ancora ipotizzarsi un omicidio colposo». Per il difensore «delle quasi novecento pagine della relazione la pietra angolare è proprio questa. Tutto ruota attorno a questa conclusione». Una tesi che ora sarà sottoposta alle valutazioni della Procura, la quale potrebbe comunque attendere gli ulteriori accertamenti scientifici ancora in corso prima di assumere qualsiasi decisione.
Sul versante investigativo, intanto, ieri pomeriggio sono riprese negli uffici della Squadra Mobile di Campobasso le audizioni di persone informate sui fatti. Gli investigatori, coordinati dal dirigente Marco Graziano e su delega della Procura di Larino, hanno ascoltato soprattutto parenti e amici della famiglia Di Vita e continueranno a farlo anche nei prossimi giorni.
L’obiettivo è quello di chiarire le zone d’ombra emerse dalla comparazione tra i verbali raccolti nei mesi scorsi. In diversi casi, infatti, le dichiarazioni rese da alcuni testimoni non coincidono perfettamente con quelle acquisite successivamente o con gli elementi estratti dai telefoni cellulari e dagli altri dispositivi elettronici sequestrati. Un lavoro di verifica incrociata che gli investigatori considerano indispensabile per ricomporre, tessera dopo tessera, quel «grandissimo puzzle» evocato dalla procuratrice Elvira Antonelli.
Nel frattempo prosegue a Berlino l’attività del Robert Koch Institut. Gli specialisti tedeschi stanno esaminando i reperti sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento subito dopo i decessi, insieme agli alimenti e agli altri campioni ritenuti utili ai fini dell’inchiesta. Gli accertamenti proseguiranno fino al nuovo sopralluogo, previsto presumibilmente nei primi giorni di agosto, quando gli esperti torneranno a Pietracatella insieme agli uomini della Squadra Mobile per confrontare i risultati delle analisi di laboratorio con quanto sarà possibile rilevare direttamente nell’abitazione.
Parallelamente gli investigatori continuano a rileggere la monumentale consulenza medico-legale, che ricostruisce nel dettaglio le ultime ore vissute dalla famiglia. Tra gli atti acquisiti figura anche il verbale di Alice Di Vita, l’unica componente del nucleo familiare rimasta completamente asintomatica.
La giovane ricostruisce gli istanti che precedettero il dramma. Racconta di essere stata svegliata dal padre intorno alle sette del mattino del 27 dicembre con parole che, rilette oggi, assumono un significato ancora più drammatico: «Papà mi ha svegliata alle sette dicendomi: “Io, Sara e mamma stiamo malissimo”». Da quel momento descrive una situazione in rapido peggioramento: il medico di continuità assistenziale che visita tutti e tre i familiari, le flebo di soluzione fisiologica lasciate in casa, l’arrivo dell’infermiere Giampiero Mastrogiorgio che, accorgendosi dello stato confusionale di Sara, suggerisce l’immediato trasferimento in ospedale, e infine la corsa al Cardarelli, dove il quadro clinico della quindicenne precipiterà fino al decesso.
Sono elementi che gli investigatori continuano a confrontare con le altre testimonianze raccolte in questi mesi, con le risultanze delle consulenze tecniche e con i dati informatici acquisiti. Nessun dettaglio viene considerato marginale.
Mentre la scienza cerca ancora risposte nei laboratori di Berlino, la Squadra Mobile continua a verificare ogni dichiarazione nella convinzione che proprio dall’incrocio tra prove scientifiche, dati digitali e testimonianze possa emergere il tassello decisivo per dare un volto e un nome a chi ha ucciso Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita.
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