Più basse di quelle mediamente erogate in Italia, le pensioni percepite in Molise sono anche più numerose degli stipendi. A Campobasso, a fronte di 87.255 pensioni pagate ogni mese, gli occupati sono 77.997 (-9.258), mentre a Isernia i pensionati sono 35.928, gli occupati 29.402 (-6.526).
Il dato, una conferma ormai consolidata, emerge dall’analisi realizzata dalla Cgia di Mestre su dati Inps e Istat.
Ampliando l’analisi al quadro complessivo del Paese, nel 2025 c’erano 24,1 milioni di occupati e sono state liquidate quasi 23,2 milioni di pensioni: un rapporto ormai di 1 a 1. Negli anni ’80 del secolo scorso, invece, era di 3 a 1. Il calo delle nascite e l’aumento dell’aspettativa di vita che si sono verificati negli ultimi cinquant’anni hanno spinto l’Italia e gran parte dei Paesi occidentali verso un declino demografico che non solo è preoccupante ma ha ripercussioni inevitabili anche per il mondo del lavoro.
Le previsioni, inoltre, indicano che, tra il 2025 e il 2029, usciranno dal mercato del lavoro 3 milioni di italiani. Di questi, una quota pari a circa il 74% del totale (2.244.700 persone), interesserà le regioni centro settentrionali. Nell’arco di un breve periodo di tempo, un “esodo” dagli uffici e dagli stabilimenti produttivi, con milioni di lavoratori destinati a passare dall’occupazione all’inattività. Il fenomeno, destinato ad aggravarsi, preoccupa da tempo gli imprenditori, che sono alle prese con una crescente difficoltà di reperire manodopera disponibile per l’attività in fabbrica e nei cantieri. Nel 2024 il Molise, con il 34,3%, presentava l’indice percentuale degli over 50 sul totale dei dipendenti privati tra i più elevati.
Il tema, naturalmente, è anche economico e finanziario. Quest’anno la spesa pensionistica è destinata a toccare i 351,8 miliardi di euro: il 2,7% in più che nel 2025, un trend in linea con l’andamento dell’inflazione che quest’anno dovrebbe crescere del 2,8%. Ma nel 2029, a legislazione vigente, l’ammontare delle uscite complessive per pagare tutti gli assegni pensionistici dovrebbe aumentare di 36,8 miliardi, attestandosi sui 388,6 miliardi di euro3: il 10,5% in più, mentre l’inflazione, stando alle previsioni, dovrebbe salire di “soli” 5,8 punti.
Altra conseguenza dell’invecchiamento della popolazione, il mancato ricambio generazionale nel mercato del lavoro. I lavoratori che vanno in pensione non sempre vengono sostituiti da giovani in numero sufficiente e questo squilibrio – sottolineano nel report gli esperti della Cgia di Mestre – sta diventando un vincolo strutturale alla crescita. Per le piccole aziende il primo rischio è operativo. La carenza di manodopera riduce la capacità produttiva e rende più difficile presidiare ruoli chiave, soprattutto nei settori tecnici e manifatturieri.
Dall’analisi del saldo tra il numero di occupati e le pensioni erogate nel 2025, la situazione più “squilibrata” d’Italia si è verificata nella Città Metropolitana di Reggio Calabria: la differenza è stata pari a -90.368. Seguono la provincia di Taranto con -87.189, Lecce con -85.508 e Messina con -76.936. L’elevato numero di assegni pensionistici erogati nel Mezzogiorno – precisa l’Ufficio studi della Cgia – non è ascrivibile alla eccessiva presenza delle pensioni di vecchiaia/anticipate, ma all’elevata diffusione dei trattamenti assistenziali e di invalidità. «Un risultato preoccupante che dimostra con tutta la sua evidenza gli effetti provocati in questi ultimi decenni da quattro fenomeni strettamente correlati fra di loro: la denatalità, il progressivo invecchiamento della popolazione,
un tasso di occupazione tra i più bassi in Ue e la presenza di tantissimi lavoratori irregolari. La combinazione di questi fattori – si legge nel dossier settimanale dell’associazione degli artigiani veneti – ha ridotto progressivamente il numero degli occupati regolari e, conseguentemente, è aumentata la platea dei percettori di welfare.
La situazione però è destinata a peggiorare anche al Nord e in generale in tutto il Paese. Già oggi, ci sono 11 province settentrionali che al pari della quasi totalità di quelle meridionali registrano un numero di pensioni erogate superiore a quello dei lavoratori attivi. In particolare: Lecco con 188, Belluno con -213, La Spezia con -602, Alessandria con -1.227, Ferrara con -1.548, Sondrio con -1.869, Massa-Carrara con -2.731, Vercelli con -5.351, Rovigo con -5.652 e Biella con -9.153. La situazione geografica del Nord più disallineata si registra a Savona. Nel capoluogo ligure di ponente il saldo è stato pari a -9.326. Due province della Liguria su quattro presentano un risultato anticipato dal segno meno, mentre in Piemonte sono tre su otto. Delle 102 province d’Italia monitorate in questa analisi dall’Ufficio studi della Cgia, solo 54 presentano un saldo positivo. Infine, le uniche realtà territoriali del Mezzogiorno che presentano una differenza positiva sono Catania (+475), Matera (+1.127), Pescara (+3.454) e, in particolare, Ragusa (+16.241).
Analizzando, infine, il saldo tra numero delle pensioni e quello degli occupati tutte le regioni del Mezzogiorno presentano un dato negativo. Le situazioni più critiche interessano la Sicilia con -186.462, la Calabria con -220.349 e, specialmente, la Puglia con -263.020. L’unica regione del Nord con saldo negativo è la Liguria (-4.767) e tra quelle del Centro le Marche (-10.489) e l’Umbria (-24.094).
Quanto al mercato del lavoro, nel 2024 la regione che presentava l’indice percentuale degli over 50 sul totale dei dipendenti privati più elevato era il Friuli Venezia Giulia con 35,7. Significa che ogni 100 dipendenti, ve ne sono 35,7 che hanno oltre 50 anni. Seguono la Liguria con 35,6, la Basilicata con 35,1, la Toscana con il 34,5, Piemonte e Molise entrambe con 34,3. Il dato medio nazionale era al 32,7. Le regioni meno “colpite” da questo fenomeno – anche se da alcuni anni sono costrette comunque a fare i conti con questa problematica – sono la Puglia con il 30,6%, la Valle d’Aosta con il 30,4, la Sicilia con il 30,2, la Calabria e il Trentino Alto Adige entrambe con il 29,8.



























