Un altro fine settimana di lavoro per la Squadra Mobile della Questura di Campobasso e per gli specialisti del Servizio centrale operativo. In attesa della nuova serie di audizioni che, con ogni probabilità, prenderà il via domani per proseguire nei giorni successivi, gli uomini diretti da Marco Graziano stanno continuando ad analizzare i dati estratti dai numerosi dispositivi elettronici sequestrati nel corso delle indagini sul duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita. Parallelamente prosegue il riscontro tecnico delle informazioni raccolte a partire dai giorni immediatamente successivi alla morte delle due vittime.
Secondo quanto riferiscono fonti qualificate, gli investigatori stanno andando molto indietro nel tempo per ricostruire il contesto nel quale sarebbe maturata la decisione di uccidere con la ricina. L’attività non riguarda soltanto le ultime ore precedenti l’avvelenamento, ma si estende alla vita delle persone vicine ad Antonella e Sara e, più in generale, alla famiglia Di Vita.
L’obiettivo è individuare eventuali circostanze, rapporti personali o episodi del passato che possano contribuire a chiarire il movente di un delitto ancora senza responsabili.
Resta aperto, in particolare, un interrogativo: Sara era un bersaglio dell’assassino oppure è morta perché ha consumato lo stesso alimento destinato alla madre? La distinzione è fondamentale per orientare la ricostruzione investigativa.
Nella prima ipotesi occorrerebbe comprendere perché qualcuno avrebbe deciso di uccidere anche una ragazza di appena 15 anni. Tra gli scenari da verificare c’è quello che Sara possa essere venuta a conoscenza di una circostanza particolarmente delicata e ne abbia parlato con Antonella. Non si può escludere, in questa ricostruzione ancora ipotetica, che madre e figlia abbiano successivamente chiesto spiegazioni a una persona coinvolta nella vicenda. Non risultano, tuttavia, elementi sufficienti per considerare accertata questa sequenza.
Le indagini restano coperte dal massimo riserbo. Gli investigatori continuano a confrontare dichiarazioni, elementi documentali e riscontri tecnici, alla ricerca di eventuali incongruenze o informazioni non ancora emerse. È anche per questa ragione che tra le persone da ascoltare nei prossimi giorni potrebbero esserci soggetti già sentiti più volte dalla Squadra Mobile.
Un capitolo altrettanto complesso riguarda l’individuazione dell’alimento utilizzato per somministrare la ricina.
Gli accertamenti affidati agli specialisti tedeschi del Robert Koch Institut di Berlino potrebbero non consentire di identificare il vettore del veleno, almeno attraverso i prodotti alimentari sequestrati tra il 29 dicembre e il 7 gennaio. È stato infatti accertato che, indipendentemente dalle modalità di conferimento dei rifiuti, tra il 24 e il 27 dicembre la ditta incaricata del servizio aveva già provveduto a ritirare tutte le frazioni depositate nei cassonetti.
Di conseguenza, recuperare gli eventuali resti della cena consumata il 23 dicembre è risultato impossibile sin dalle prime fasi dell’inchiesta.
Ed è proprio quella cena a rappresentare uno dei passaggi ancora irrisolti nella ricostruzione delle abitudini alimentari della famiglia Di Vita. Nei verbali acquisiti agli atti, Gianni ha dichiarato per due volte di non ricordare cosa fosse stato preparato la sera del 23 dicembre. Il 28 dicembre, ascoltato dagli investigatori, ha riferito di aver cenato soltanto con la moglie Antonella e la figlia Sara, precisando che era stata la moglie a preparare il pasto. Una circostanza ribadita nell’audizione dell’8 gennaio, quando ha confermato di non ricordare alcuna delle pietanze portate in tavola.
Alice, invece, quella sera non era in casa e non ha saputo fornire indicazioni sugli alimenti consumati dai familiari.
La ragazza ha però ricostruito con maggiore precisione i pasti dei giorni precedenti e successivi. Il 23 dicembre, a pranzo, aveva preparato pasta al pomodoro per sé, il padre e Sara, utilizzando una confezione di passata acquistata al supermercato. Tutti e tre avevano mangiato lo stesso piatto. Alice non ha saputo precisare se, dopo essersi allontanata, il padre e la sorella avessero consumato altro.
Più dettagliato il racconto relativo alla vigilia di Natale. Il 24 dicembre la famiglia aveva pranzato a casa dello zio Luigi, insieme ad altri parenti. In tavola erano stati serviti spaghetti con le vongole, impepata di cozze, seppie o calamari con le patate. C’erano anche ananas e panettone, che Alice ha dichiarato di non aver mangiato.
Proprio le cozze, nelle prime ore successive al malore, erano state considerate dai familiari una possibile causa dell’intossicazione. Un’ipotesi che Alice ha ricordato nel verbale del 5 gennaio, precisando però che le avevano consumate anche lei, lo zio Luigi e il nonno Salvatore. Una circostanza importante nella ricostruzione iniziale, quando ancora non era stata individuata la ricina come causa dell’avvelenamento.
Sempre il 24 dicembre, a cena dalla nonna Giuseppina, il menù era stato particolarmente ricco. Alice ha riferito di polpette di tonno preparate dalla madre, antipasti con salmone, Philadelphia e pane bianco, polenta con funghi champignon, rape, formaggio con pistacchio, baccalà e bruschette al pomodoro. Anche in questo caso era stato servito il panettone. La ragazza ha precisato che le pietanze erano state almeno assaggiate da tutti i presenti.
Il giorno di Natale, invece, Alice ricorda di aver mangiato verso le 13.30 pasta al sugo insieme al padre e alla nonna Giuseppina, che aveva preparato il condimento. Su questo passaggio il racconto non coincide perfettamente con quello di Gianni, che nel verbale dell’8 gennaio ha dichiarato di non ricordare di aver pranzato, aggiungendo che Antonella e Sara non avevano mangiato.
Anche per il 26 dicembre emergono ricordi differenti. Alice ha riferito di aver preparato a cena un brodo vegetale, consumato sicuramente dal padre, forse dalla madre e certamente non da Sara. Gianni ha invece raccontato di aver mangiato un primo e un secondo piatto, di aver condito il primo con peperoncino e di aver bevuto vino. Ha precisato che Antonella e Sara non avevano cenato.
Si tratta di dichiarazioni che, almeno negli estratti dei verbali riportati nella documentazione medico-legale, non consentono di ricostruire in maniera completa e univoca tutti i pasti consumati dalla famiglia.
Ci sono poi altri alimenti sui quali gli investigatori hanno raccolto informazioni. Gianni ha spiegato che in casa si consumavano quasi quotidianamente salumi affettati e formaggi. In particolare, la fesa di tacchino veniva mangiata frequentemente da Antonella, Sara e Alice, mentre lui ne consumava raramente.
Ha inoltre ricordato una cena a base di bistecche arrostite nel camino, alcune delle quali si erano leggermente bruciate, mangiate insieme alla moglie e alla figlia minore. Non è stato però in grado di collocare con certezza quell’episodio nella serata del 23 dicembre.
Un ulteriore riferimento riguarda una giardiniera fatta in casa, preparata da una zia di Antonella, che sarebbe stata consumata nei giorni precedenti senza che Gianni riuscisse a indicare una data precisa.
Alice ha parlato anche di un cesto natalizio dal quale aveva mangiato miele e panettone. Nel cesto era presente una bottiglia di vino che, secondo il suo ricordo, potrebbe essere stata consumata soltanto dal padre, mentre ha escluso che ne avessero bevuto Antonella e Sara.
Nessuno di questi alimenti, sulla base delle sole dichiarazioni, può essere individuato come veicolo della ricina. La ricostruzione serve piuttosto a delimitare le occasioni di consumo, verificare quali prodotti siano stati condivisi e individuare eventuali differenze tra le abitudini alimentari dei quattro componenti della famiglia.
Resta soprattutto il vuoto della sera del 23 dicembre. Una cena consumata da Gianni, Antonella e Sara, della quale è stato possibile ricostruire il menù solo diverso dopo i decessi: cozze avanzate da un pranzo aziendale del giorno precedente, affettati e una giardiniera sottolio.
Gli specialisti di Berlino sono chiamati ad analizzare gli oltre 200 reperti raccolti durante gli accertamenti, ma l’assenza degli avanzi di quella cena rappresenta un limite oggettivo alla possibilità di individuare il prodotto eventualmente contaminato.
Intanto, sul versante investigativo, il lavoro continua a concentrarsi anche sui rapporti personali e sulle informazioni custodite nei dispositivi elettronici. Le prossime audizioni potrebbero servire proprio a verificare elementi già acquisiti e a chiarire circostanze sulle quali le dichiarazioni raccolte finora non hanno fornito risposte definitive.
A quasi dieci mesi dalla morte di Antonella e Sara, il duplice omicidio di Pietracatella resta ancora senza colpevoli. La certezza scientifica dell’avvelenamento da ricina non ha ancora trovato un corrispondente riscontro investigativo sull’origine del veleno, sulle modalità della sua somministrazione e sull’identità di chi lo ha utilizzato. Lu_Co

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