C’è un’Italia che si sveglia presto, prende un’automobile, carica telecamere, cavalletti e microfoni e percorre centinaia di chilometri per raccontare una notizia. E poi c’è un piccolo istituto scolastico nelle campagne di Riccia che, in una mattina d’ottobre, si ritrova improvvisamente al centro dell’attenzione nazionale. Con più giornalisti fuori dal cancello che poliziotti impegnati nelle operazioni all’interno. Ma forse anche più di docenti, personale scolastico e alunni.
Il giallo di Pietracatella è anche questo. Un’inchiesta giudiziaria che da quasi dieci mesi tiene con il fiato sospeso il Paese e che, ogni volta che gli investigatori compiono un nuovo passo, richiama troupe televisive, cronisti, fotografi e curiosi. Anche quando, come ieri, di ciò che accade dietro una porta chiusa non filtra praticamente nulla.
Alle 9.45 arrivano gli uomini della Polizia. L’appuntamento fissato dalla Procura di Larino è per le 10. Puntualità quasi svizzera. Cinque investigatori in tutto: tre della Squadra Mobile di Campobasso e due del Servizio centrale operativo. Sono loro a dover scandagliare oltre 70 computer alla ricerca di eventuali navigazioni informatiche riconducibili alla ricina, il veleno che ha ucciso Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita.
Due degli specialisti arrivati dallo Sco, raccontano sottovoce alcuni cronisti, sarebbero autentici fuoriclasse dell’investigazione, professionisti contesi dalle questure più prestigiose d’Italia. Sarà pure una voce raccolta tra un collegamento televisivo e l’altro, ma rende bene l’idea dell’attenzione che la Polizia di Stato sta riservando a un’indagine complicatissima, nella quale anche un dettaglio apparentemente insignificante potrebbe rivelarsi prezioso.
Non ci sono la procuratrice Elvira Antonelli né il dirigente della Mobile Marco Graziano. A dirigere materialmente gli accertamenti sono gli uomini incaricati, affiancati dal consulente informatico nominato dall’avvocato Vittorino Facciolla, legale di Gianni Di Vita e della figlia Alice, entrambi persone offese nel procedimento.
Fuori, intanto, va in scena un altro spettacolo.
La minuscola strada interpoderale che costeggia l’edificio scolastico, normalmente frequentata da poche automobili, diventa un parcheggio improvvisato. Vetture di servizio, furgoni delle televisioni, mezzi degli operatori. Oltre quaranta persone tra giornalisti, videomaker e tecnici. C’è chi prepara una diretta, chi cerca un’inquadratura diversa, chi controlla il telefono nella speranza che arrivi un aggiornamento. E chi, semplicemente, aspetta.
Aspetta una notizia che non arriva.
Il cielo concede qualche sprazzo di sole, ma per il resto sono nuvole e un vento gelido, di quelli che fanno rimpiangere un cappotto lasciato nell’armadio. Più inverno che autunno. Le mani in tasca, i colletti alzati, le conversazioni che si accendono e si spengono. Sopra le teste, di tanto in tanto, il ronzio dei droni. Perché ormai la cronaca si racconta anche dall’alto, e dove non arrivano gli obiettivi delle telecamere si prova a guardare con quelli volanti.
A pochi metri dal cancello principale c’è una serra-laboratorio. Una struttura destinata alle attività didattiche che, in una giornata ordinaria, passerebbe quasi inosservata. Qui, nell’istituto e probabilmente proprio in quel laboratorio, lavora il marito dell’insegnante di matematica amica di Gianni Di Vita, una delle persone ascoltate dagli investigatori nelle scorse settimane.
Il tecnico è regolarmente al suo posto. Come i docenti. Come gli studenti.
Un contrasto singolare: dentro una scuola che cerca di continuare la propria normalità, fuori un piccolo esercito di professionisti dell’informazione che racconta un’inchiesta per duplice omicidio.
Qualche professore entra, qualcun altro esce. I cronisti provano ad avvicinarsi, a scambiare due parole, a capire se nell’istituto si avverta un clima particolare. Le risposte sono di circostanza. Nessuno si sbilancia. Nessuno sembra avere voglia di commentare un’attività investigativa tanto delicata.
Uno degli insegnanti appare addirittura spaesato. E ne ha ben donde: è il suo primo giorno all’Agrario, per una supplenza. Probabilmente immaginava di trovare una classe, un registro e qualche collega da conoscere. Si ritrova invece davanti microfoni, telecamere e decine di sconosciuti che gli rivolgono domande su un’indagine della quale, comprensibilmente, non sa nulla.
Benvenuto a Riccia, professore.
Poi arriva l’ora di pranzo. E anche la cronaca giudiziaria, per quanto appassionante, deve fare i conti con esigenze assai più terrene.
A risolvere il problema pensa un ristoratore del posto. Avrebbe dovuto osservare il consueto giorno di chiusura settimanale, ma decide di fare un’eccezione. Apre per gli inviati e prepara pasta al forno e tagliata di vitello. Un pranzo veloce, consumato sul posto, con un occhio all’orologio e l’altro al telefono, ma di quelli che riconciliano con il mestiere. E con l’ospitalità molisana, capace di farsi apprezzare anche nelle giornate più insolite.
Nel frattempo i telegiornali chiamano.
Dal Tg1 alla Tgr, fino all’ammiraglia Mediaset, si susseguono i collegamenti in diretta. Alle spalle degli inviati il cancello della scuola, qualche automobile, il rumore degli alberi mossi dal vento. Davanti, una telecamera accesa e la necessità di spiegare a milioni di telespettatori perché quegli accertamenti potrebbero essere importanti.
Il paradosso è che, mentre l’Italia guarda Riccia, da Riccia non esce una sola indiscrezione attendibile sull’esito delle verifiche. Gli investigatori lavorano, alla fine verrà esaminato un solo server a cui sono collegati tutti i pc che hanno accesso ad internet, ma nessuno conosce i risultati. E nessuno può sapere se da quella macchina emergerà qualcosa di utile.
Del resto, cercare non significa trovare. E trovare una ricerca informatica non significa automaticamente attribuirle un significato criminale. È una distinzione essenziale, soprattutto in un’inchiesta nella quale ogni suggestione rischia di trasformarsi troppo rapidamente in una certezza.
La giornata scorre così, tra attese, collegamenti, telefonate e qualche battuta per ingannare il tempo. Senza clamori all’interno dell’istituto, almeno per quanto è dato osservare dall’esterno. Con un’attenzione mediatica che, invece, non accenna a diminuire.
E non finirà qui.
Oggi gli investigatori saranno ancora a Riccia, questa volta al Liceo Scientifico. Domani toccherà al Liceo Classico di Campobasso, dopodomani al liceo delle Scienze Umane di Casacalenda. Altri computer, altri accertamenti, probabilmente altri cancelli davanti ai quali aspettare. E altre dirette televisive.
È la geografia di un’indagine che si allarga, mentre il suo centro continua a essere una casa di Pietracatella e la tragedia di una madre e di una figlia morte a poche ore di distanza, negli ultimi giorni dello scorso dicembre.
Alla fine, al di là dei droni, dei microfoni, delle automobili parcheggiate alla meglio e persino dell’ottima pasta al forno, è questo che conta.
La speranza che da uno di quei computer possa arrivare una risposta.
Perché i giornalisti, prima o poi, ripartiranno. Le telecamere si spegneranno, i furgoni lasceranno il Molise e all’Agrario e ai Licei tornerà il silenzio delle mattine di scuola.
Ma il giallo di Pietracatella resterà aperto. E con esso la domanda alla quale, da quasi dieci mesi, tutti aspettano una risposta: chi ha ucciso Antonella e Sara, e perché?
luca colella

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