Brillante operazione dell’Arma dei Carabinieri, quella messa a segno ieri al culmine di indagini compiute dai militari dell’Arma delle compagnie e di Termoli e Larino, coordinate dalla Procura frentana. Incastrata la banda delle «marmotte»: complice di quattro assalti tra il 2024 e il 2025. L’esito dell’inchiesta è stato svelato ieri mattina, nella sede del comando compagnia larinese, dal Pm Marianna Meo, dal tenente colonnello Alfredo Zerella, per il comando provinciale dell’Arma, e dai capitani Leonardo Di Pierno e Vincenzo Bazzurri, a capo delle compagnie di Larino e Termoli. Una traccia di sangue rimasta su un frammento di banconota da venti euro, recuperato tra lamiere contorte, vetri infranti e macerie, ha aperto la strada all’identificazione di uno dei presunti componenti della banda. È cominciata anche da quel reperto minuscolo, isolato dai Carabinieri dopo l’esplosione dello sportello automatico della filiale Monte dei Paschi di Siena di Portocannone, l’indagine che ha ricostruito quattro assalti compiuti nel Basso Molise tra settembre 2024 e marzo 2025 da gruppi criminali provenienti dalla provincia di Foggia. Una sequenza di incursioni notturne caratterizzate dall’impiego delle cosiddette «marmotte», ordigni artigianali inseriti negli ATM e caricati con quantitativi di esplosivo capaci di produrre deflagrazioni incontrollate, devastare gli edifici e mettere in pericolo non soltanto gli esecutori materiali, ma interi quartieri. Il provvedimento emesso dal giudice per le indagini preliminari ha portato all’applicazione di due custodie cautelari in carcere e di un obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Un quarto soggetto è stato denunciato a piede libero. Gli indagati, tutti provenienti dal Foggiano e già noti alle forze dell’ordine, sono accusati a vario titolo di furti e danneggiamenti aggravati in concorso, commessi mediante l’utilizzo di esplosivo. Per uno di loro viene contestata la detenzione del materiale necessario alla preparazione degli ordigni. L’indagine, coordinata dalla Procura di Larino, è stata sviluppata dal Nucleo operativo e radiomobile della Compagnia di Larino con la collaborazione decisiva della Compagnia di Termoli, del Ris di Roma e dei reparti dell’Arma della provincia di Foggia. È proprio la qualità del lavoro eseguito sulla scena del primo assalto ad avere impresso una svolta agli accertamenti. Dopo il colpo di Portocannone del 21 settembre 2024, i militari riuscirono a individuare due tracce biologiche in uno scenario fortemente compromesso dall’esplosione: una su una porzione di banconota da venti euro e l’altra su una lamiera del bancomat divelto. Repertare elementi utili in un ambiente devastato, contaminato da detriti, polvere, denaro e materiali proiettati a distanza non era affatto scontato. Le tracce furono inviate al Raggruppamento investigazioni scientifiche di Roma, che riuscì a estrarre un profilo genetico e a ricondurlo a uno degli indagati. Quel dato, da solo, non avrebbe potuto raccontare l’intera storia. È stato però il primo tassello di un mosaico costruito attraverso intercettazioni, analisi dei tabulati, copie forensi dei telefoni, immagini dei sistemi di videosorveglianza, controlli sulle automobili e continui scambi informativi tra i Carabinieri molisani e quelli pugliesi.
Gli episodi ricostruiti dagli investigatori sono quattro. Due assalti sono stati portati a compimento e hanno fruttato complessivamente circa 70mila euro; altri due sono rimasti allo stadio del tentativo. Il primo colpo è quello di Portocannone del settembre 2024. Seguono l’assalto di Larino del 22 febbraio 2025, quello di Santa Croce di Magliano del 25 febbraio e una nuova incursione a Portocannone nel marzo successivo. La distanza di appena tre giorni tra i fatti di Larino e Santa Croce di Magliano restituisce la frequenza e la spregiudicatezza dell’azione criminale. Nel primo caso gli assaltatori tentarono per due volte di far esplodere il dispositivo. A Santa Croce di Magliano sarebbero stati utilizzati addirittura tre ordigni, una quantità di esplosivo che dimostra, secondo gli inquirenti, la dimestichezza degli autori nel maneggiare materiali dall’elevatissima potenzialità offensiva. L’esplosione non colpì soltanto l’istituto di credito, ma danneggiò anche un’abitazione vicina. Il fatto che l’azione sia avvenuta di notte evitò conseguenze potenzialmente drammatiche per residenti e passanti. È questo uno dei punti centrali emersi durante la conferenza: il profitto criminale rappresenta soltanto una parte del danno. Ai soldi sottratti devono essere aggiunti i costi per la ricostruzione degli immobili, l’interruzione dei servizi bancari nei piccoli centri e soprattutto il rischio concreto per l’incolumità pubblica. La sostituta procuratrice Stefania Meo ha richiamato la giurisprudenza della Corte di Cassazione, che qualifica le «marmotte» come ordigni micidiali proprio per la loro capacità distruttiva. Trasportare più dispositivi lungo strade pubbliche, inserirli negli sportelli e innescarli in prossimità di abitazioni significa trasformare un furto contro il patrimonio in un’azione capace di provocare vittime.
Le indagini hanno dovuto misurarsi con soggetti esperti, attenti a non portare con sé i telefoni durante gli assalti e a non utilizzare, nelle conversazioni intercettate, espressioni direttamente riconducibili ai reati. Gli elementi sono stati quindi raccolti e incastrati uno dopo l’altro. Per l’episodio di Larino sono risultate fondamentali le copie forensi dei dispositivi, le immagini delle telecamere e la comparazione dei filmati registrati in Molise con quelli acquisiti in Puglia. Attraverso l’analisi dei mezzi inquadrati dai sistemi di sorveglianza, gli investigatori sono riusciti a risalire alle automobili usate per arrivare sul posto e per la fuga, individuandone gli utilizzatori. Per Santa Croce di Magliano sono stati valorizzati tabulati, intercettazioni e dati estratti dai telefoni. L’inchiesta mostra ancora una volta quanto la videosorveglianza diffusa nei centri urbani possa diventare uno strumento decisivo, soprattutto quando le immagini non vengono considerate isolatamente ma confrontate con altri dati investigativi e con i movimenti registrati in territori confinanti.
Dopo gli assalti di Larino e Santa Croce, i Carabinieri molisani si lanciarono anche all’inseguimento dell’Audi utilizzata per la fuga. Nel primo caso la vettura venne seguita per diversi chilometri dai militari di Casacalenda; nel secondo furono i Carabinieri di Rotello a tallonare il mezzo, poi abbandonato dagli occupanti ormai braccati. Ma il passaggio investigativo più rilevante nacque dall’intuizione di un giovane militare in servizio nel Foggiano. Ricevuta la segnalazione dei colpi, la pattuglia si recò immediatamente presso l’abitazione di un uomo sottoposto agli arresti domiciliari per fatti analoghi. Il sospettato non era in casa. Secondo la ricostruzione esposta in conferenza, dopo il primo episodio l’uomo, probabilmente avvertito del controllo, si presentò in ospedale: un passaggio documentato e successivamente utilizzato dagli investigatori per ricostruire tempi e movimenti. Tre giorni dopo, in coincidenza con l’assalto di Santa Croce di Magliano, lo stesso soggetto risultò nuovamente assente dal domicilio. Non vi fece più ritorno e venne arrestato quarantotto ore dopo dai Carabinieri di San Marco in Lamis mentre si nascondeva in un casolare insieme a un altro uomo, già latitante da mesi. Con loro furono trovati una pistola con matricola abrasa, materiale esplosivo e sostanza stupefacente. Il dato più inquietante è proprio questo: almeno due dei presunti componenti del gruppo avrebbero partecipato agli assalti pur essendo sottoposti agli arresti domiciliari, mentre uno era già evaso. La reiterazione delle condotte, nonostante le misure in corso, ha pesato nella valutazione del pericolo di recidiva.
Dalla conferenza è emerso anche un elemento di analisi criminale che supera i confini del singolo procedimento. La Procura ha evidenziato una trasformazione nell’organizzazione degli assalti agli ATM. In una precedente operazione era stato possibile contestare l’associazione per delinquere a un gruppo con base logistica nel Foggiano, successivamente condannato con rito abbreviato a pene severe. Nel nuovo fascicolo non è stato invece individuato un sodalizio stabile nel senso tradizionale. L’impressione maturata dagli inquirenti è che i gruppi siano oggi più fluidi: i componenti si alternano e vengono reclutati di volta in volta per i singoli assalti. Una forma di «interscambiabilità» che rende più difficile dimostrare l’esistenza di una struttura associativa permanente e consente ai criminali di disporre rapidamente di nuovi esecutori. È un modello operativo che non riguarda soltanto Molise e Puglia, ma che si ritrova ormai in numerosi assalti compiuti anche nel Nord Italia. I gruppi non hanno bisogno di controllare stabilmente un territorio: si muovono lungo le principali arterie stradali, colpiscono in centri medio-piccoli, utilizzano automobili veloci e ritornano rapidamente nelle aree di provenienza.
Gli indagati sono giovani, alcuni poco più che ventenni, ma già gravati da precedenti specifici e capaci di maneggiare esplosivo con apparente familiarità. Nel corso di una perquisizione eseguita nell’abitazione del soggetto sottoposto all’obbligo di presentazione, i Carabinieri hanno trovato diversi petardi e materiale esplodente non liberamente commerciabile. L’ipotesi investigativa è che da quei manufatti potesse essere estratta la polvere pirica destinata alla composizione delle «marmotte». Anche questo elemento restituisce l’artigianalità soltanto apparente degli ordigni: dispositivi assemblati fuori dai circuiti ufficiali, ma dotati di una forza distruttiva difficilmente controllabile persino da chi li prepara.
L’operazione illustrata ieri mattina non chiude definitivamente l’indagine. La Procura sta valutando anche l’impugnazione della parte dell’ordinanza con la quale il giudice non ha riconosciuto, per uno degli episodi di Portocannone, la gravità indiziaria richiesta per applicare una misura cautelare nei confronti di un ulteriore indagato. Resta inoltre aperto il lavoro per individuare eventuali altri partecipanti ai singoli colpi. Il risultato raggiunto rappresenta tuttavia un passaggio importante nella risposta a un fenomeno che, nei piccoli comuni, produce conseguenze molto più ampie della sottrazione di denaro: sportelli fuori uso per mesi, edifici inagibili, servizi essenziali interrotti e comunità costrette a convivere con esplosioni nel cuore della notte. La risposta investigativa è arrivata dalla combinazione di strumenti antichi e moderni: l’attenzione di chi ha cercato una traccia di sangue tra i detriti, le analisi genetiche del Ris, le telecamere, i telefoni sequestrati, gli inseguimenti e la collaborazione quotidiana tra reparti di province diverse. È così che una piccola macchia rimasta su una banconota è diventata il punto di partenza per ricostruire una rotta criminale tra il Foggiano e il Basso Molise.

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