Per oltre tre anni quella morte è rimasta incasellata sotto una parola precisa: suicidio. Oggi, però, quello scenario non è più l’unico. La Procura dell’Aquila, che da tempo ha riaperto il fascicolo sul decesso della giudice molisana Francesca Ercolini, valuta apertamente anche l’ipotesi dell’omicidio. Una svolta investigativa clamorosa, emersa con forza dopo il recente incidente probatorio svoltosi a Roma, che potrebbe cambiare radicalmente la lettura di quanto accaduto il 26 dicembre 2022 nella villetta di viale Zara, a Pesaro.
Francesca Ercolini, 51 anni, originaria di Riccia, presidente della Seconda sezione civile del Tribunale di Ancona, venne trovata priva di vita il giorno di Santo Stefano all’interno della sua abitazione. Viveva a Pesaro insieme al marito, il noto avvocato civilista Lorenzo Ruggeri, e al figlio allora sedicenne. La prima ricostruzione parlò di un gesto volontario: secondo quanto ipotizzato all’epoca, la magistrata si sarebbe tolta la vita utilizzando un foulard di seta fissato alla ringhiera della scala interna di casa. Una conclusione che sembrò chiudere rapidamente il caso.
Ma non per tutti.
C’è una figura che, dal primo momento, non ha mai smesso di chiedere spiegazioni. È quella di Carmela Fusco, madre della giudice, sorella della compianta ex presidente del Consiglio regionale del Molise Angiolina Fusco Perrella. La donna, fin dal giorno della tragedia, non ha mai creduto all’ipotesi del suicidio. Non si è arresa davanti all’archiviazione iniziale, non ha smesso di chiedere approfondimenti e ha continuato a sostenere che sulla morte della figlia ci fossero troppe ombre.
Una battaglia silenziosa ma ostinata, combattuta nelle aule giudiziarie e lontano dai riflettori, che oggi potrebbe aver aperto un nuovo capitolo dell’inchiesta.
Determinante è stato il lavoro portato avanti insieme all’avvocato Giuseppe Lattanzio, legale della famiglia, e a un pool di consulenti tecnico-scientifici che ha progressivamente evidenziato criticità e incongruenze rispetto alle conclusioni maturate nelle prime ore successive alla morte della magistrata. È proprio sulla base di queste nuove valutazioni che la Procura dell’Aquila, competente sui procedimenti riguardanti magistrati in servizio nelle Marche, ha deciso di riaprire il caso e imprimere una svolta alle indagini.
La prima tappa significativa arriva nel 2025, quando il gip del Tribunale dell’Aquila dispone un incidente probatorio e affida al professor Vittorio Fineschi – ordinario di Medicina legale all’Università La Sapienza di Roma e tra i massimi esperti del settore – il compito di eseguire nuovi accertamenti sul corpo della giudice. Contestualmente viene disposto anche un esperimento giudiziale nell’abitazione di Pesaro, ancora oggi al centro degli approfondimenti investigativi.
Nel giugno dello scorso anno arriva un passaggio doloroso ma decisivo: la riesumazione della salma dal cimitero di Riccia. Il corpo viene trasferito al Policlinico Umberto I di Roma per essere sottoposto a una seconda autopsia, Tac post mortem, esami istologici, microscopici e di laboratorio mai effettuati nella fase iniziale delle indagini.
Nel frattempo, però, il quadro investigativo si è ulteriormente complicato. Da quanto emerge, gli inquirenti non escludono più che la scena del ritrovamento possa essere stata alterata per simulare un suicidio. Secondo l’ipotesi investigativa ora al vaglio della Procura, Francesca Ercolini potrebbe essere stata strangolata e solo successivamente collocata in quella posizione, con il foulard utilizzato per costruire una messinscena.
A rafforzare i dubbi degli investigatori sarebbero diversi elementi tecnici. Il solco riscontrato sul collo della magistrata, descritto come stretto e netto, sarebbe apparso difficilmente compatibile con il foulard di seta rinvenuto sulla scala interna dell’abitazione. Un’anomalia che, insieme ad altri dettagli emersi negli approfondimenti medico-legali, ha contribuito a incrinare definitivamente la ricostruzione iniziale.
Non solo. All’arrivo dei soccorsi, Francesca Ercolini sarebbe già stata trovata a terra e non sospesa al supporto indicato nella prima ricostruzione, circostanza che gli investigatori stanno rivalutando attentamente alla luce delle nuove consulenze tecniche.
Lunedì, durante l’incidente probatorio svoltosi a Roma presso l’Istituto di Medicina Legale dove si trova il corpo riesumato della giudice, uno degli accertamenti più delicati ha riguardato proprio il confronto tra il segno presente sul collo e due cavi elettrici sequestrati dai carabinieri del Ris all’interno della casa di Pesaro. Gli esperti hanno avviato verifiche comparative per comprendere se tali oggetti possano presentare caratteristiche compatibili con le lesioni riscontrate. Sul punto, tuttavia, le interpretazioni restano divergenti: secondo il consulente della difesa Mariano Cingolani, gli accertamenti non avrebbero fatto emergere elementi di compatibilità significativi.
Nel registro degli indagati, intanto, risultano iscritti due nomi per l’ipotesi più grave: quello del marito della magistrata, Lorenzo Ruggeri, e quello di un ex ispettore di polizia molto vicino alla famiglia. Entrambi risultavano già coinvolti, insieme ad altre persone, nell’inchiesta parallela per presunti depistaggi e anomalie investigative emerse nelle prime fasi del caso. È doveroso precisare che la loro posizione è tuttora al vaglio della magistratura e che vale pienamente il principio di presunzione di innocenza.
Le indagini si starebbero concentrando anche sul contesto familiare vissuto dalla giudice negli ultimi anni di vita. Agli atti dell’inchiesta sarebbero confluiti fotografie, video e messaggi prodotti dalla madre di Francesca, che descriverebbero una situazione personale particolarmente complessa e segnata, secondo l’ipotesi accusatoria, da presunti maltrattamenti e umiliazioni. Circostanze sulle quali sono ancora in corso verifiche giudiziarie.
L’udienza successiva è già stata fissata per il 22 settembre davanti al gip Marco Billi del Tribunale dell’Aquila. Sarà quello un altro passaggio chiave, perché i consulenti dovranno confrontarsi sugli esiti delle nuove analisi e sugli elementi emersi negli ultimi mesi.
È presto per trarre conclusioni definitive. La prudenza, in questa fase, resta obbligatoria. Ma una cosa appare evidente: la morte di Francesca Ercolini non è più soltanto il caso di un suicidio archiviato anni fa. Oggi, per la Procura dell’Aquila, l’ipotesi che dietro quella tragedia possa esserci un delitto è diventata una pista concreta da verificare fino in fondo.
ppm

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