Martedì sera, davanti alla tv, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a due giganti del Molise. Due uomini diversi per formazione, professione e percorso umano, ma accomunati da una caratteristica rara: la capacità di entrare con rispetto nella sofferenza delle persone.
Da una parte Domenico Iannacone, giornalista di rara sensibilità, autore di un modo di fare televisione che sembra appartenere a un’altra epoca. Dall’altra Mariano Flocco, medico palliativista e direttore dell’Hospice di Larino, un luogo che da anni rappresenta una delle espressioni più alte della sanità molisana.
La nuova stagione di “Che ci faccio qui” si è aperta con una puntata interamente dedicata all’Hospice larinese. “Quel che resta dei giorni” è un titolo che già da solo racchiude il senso del racconto. E Iannacone lo sviluppa come solo lui sa fare: senza urlare, senza cercare effetti speciali, senza indulgere nel pietismo.
Le sue immagini non invadono mai. Si fermano sulla soglia del dolore e chiedono il permesso di entrare.
È questa, probabilmente, la differenza tra raccontare una storia e raccontare una persona.
Per entrare nell’ultimo tratto della vita di un essere umano non basta essere un bravo giornalista. Servono discrezione, umiltà, empatia. Serve la capacità di trattenere le emozioni pur continuando a sentirle. Serve comprendere che ci sono luoghi nei quali il silenzio vale più di mille parole.
L’Hospice di Larino è uno di questi luoghi.
Chi non lo conosce potrebbe immaginarlo come una struttura sanitaria destinata ad accogliere pazienti affetti da patologie inguaribili. In realtà è molto di più. È un posto dove la medicina incontra l’umanità. Dove il dolore non viene cancellato, perché sarebbe impossibile, ma viene accompagnato. Dove la sofferenza viene presa per mano.
La puntata racconta diverse storie. Alcune hanno il volto di anziani, altre di uomini e donne ancora giovani. Tra le immagini che restano impresse c’è quella di una bambina che ha perso il padre a soli 42 anni. Torna ogni tanto all’Hospice e lo chiama «la casa di papà». Una definizione che da sola spiega molto più di qualsiasi analisi.
Perché se un luogo in cui si affronta la morte riesce a trasformarsi nel ricordo affettuoso di una bambina, significa che lì dentro accade qualcosa di straordinario.
Chi conosce Mariano Flocco e il suo gruppo di lavoro sa bene che nulla di tutto questo è casuale.
Negli anni attorno all’Hospice si è costruita una comunità professionale che ha fatto dell’ascolto e della vicinanza ai pazienti la propria missione. Medici, infermieri, operatori socio-sanitari, psicologi, fisioterapisti, personale amministrativo, addetti ai servizi: ciascuno contribuisce a creare un ambiente che ha poco a che vedere con l’immagine fredda che spesso associamo agli ospedali.
Flocco definisce i pazienti «fratelli» e «sorelle». Qualcuno potrebbe considerarla una formula retorica. Basta trascorrere poche ore in quella struttura per capire che non lo è affatto.
La verità è che all’Hospice di Larino si pratica una forma di medicina che non si limita alla terapia farmacologica. Si cura la persona nella sua interezza. Si cura il malato e si curano, per quanto possibile, anche le ferite invisibili di chi gli sta accanto.
Ecco perché la trasmissione di Iannacone assume un valore che va oltre il semplice racconto televisivo.
In un tempo nel quale spesso la cronaca privilegia il conflitto, l’urlo, la polemica e l’indignazione permanente, qualcuno ha scelto di accendere una luce su una storia di umanità.
Ha scelto di raccontare il bene. Non è una scelta scontata. Anzi, probabilmente è la più difficile.
Il Molise viene troppo spesso descritto attraverso le sue fragilità: lo spopolamento, le crisi industriali, le difficoltà della sanità, le infrastrutture che mancano. Problemi reali, che esistono e che nessuno deve nascondere.
Esiste però anche un altro Molise. Un Molise che lavora in silenzio. Che non finisce nei titoli dei telegiornali. Che non cerca visibilità.
Un Molise fatto di professionisti che ogni giorno svolgono il proprio lavoro con una dedizione che va ben oltre gli obblighi contrattuali.
Martedì sera Domenico Iannacone ha raccontato quel Molise. E Mariano Flocco, insieme ai suoi collaboratori, ne è stato il volto.
Per questo, guardando la puntata, ho avuto la sensazione di osservare due titani della nostra terra.
Uno racconta la dignità delle persone. L’altro la custodisce ogni giorno.
Entrambi ci ricordano che anche nei momenti più difficili della vita può esistere spazio per la gentilezza, per il rispetto e per la speranza.
Ed è forse proprio questa la lezione più importante che arriva dall’Hospice di Larino: quando la guarigione non è più possibile, resta comunque la possibilità di prendersi cura.
Che non è meno importante.
Anzi, è probabilmente la forma più alta di umanità.
Grazie Mariano, grazie Domenico. Per questa straordinaria lezione di vita. I segni che lasciate nei ricordi e nell’anima sono profondi, indelebili. E rendono migliore chi ha il privilegio di incontrarvi.
Luca Colella


























