Mancano ormai quarantotto ore a uno dei passaggi investigativi più attesi dell’inchiesta sul duplice omicidio di Pietracatella. Giovedì 30 luglio, alle ore 9, gli investigatori torneranno nell’abitazione di via Risorgimento, dove la Procura di Larino ritiene sia stata somministrata la ricina che ha provocato la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita.
L’ultima volta che la Squadra Mobile aveva rimosso i sigilli dall’immobile risale al 4 maggio scorso. In quell’occasione, con il supporto della Polizia Scientifica di Napoli, furono sequestrati e trasferiti nei laboratori dello Sco i dispositivi elettronici presenti nell’abitazione, compresi i telefoni cellulari utilizzati dalle due vittime. Da allora la casa è rimasta nuovamente sotto sequestro, in attesa dell’attività tecnico-scientifica che prenderà il via giovedì.
Sulla vicenda sono aperti due distinti procedimenti. Il primo riguarda l’ipotesi di omicidio colposo nei confronti dei cinque sanitari che ebbero in cura madre e figlia durante i ricoveri al Cardarelli di Campobasso. Il secondo, aperto successivamente dopo il ritrovamento della ricina nei campioni biologici esaminati dall’Istituto Maugeri di Pavia, ipotizza invece il duplice omicidio volontario aggravato dall’uso di sostanze venefiche, al momento nei confronti di ignoti. Un’ipotesi di reato che prevede la pena dell’ergastolo.
Giovedì entreranno in azione gli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino, centro di riferimento internazionale per lo studio della ricina e delle tossine biologiche, affiancati dagli investigatori della polizia criminale tedesca. Saranno loro a effettuare i campionamenti all’interno dell’abitazione, utilizzando metodologie che, secondo gli stessi investigatori, non trovano equivalenti in Italia per la ricerca di eventuali residui della tossina. Il coordinamento delle operazioni resterà affidato agli uomini della Squadra Mobile di Campobasso, che in questi mesi hanno diretto le indagini sotto la supervisione della procuratrice Elvira Antonelli.
L’attività si concentrerà su superfici, arredi, suppellettili, indumenti e su qualsiasi altro elemento ritenuto utile per accertare l’eventuale presenza di ricina o di componenti riconducibili al Ricinus communis. Gli esiti dei campionamenti saranno poi confrontati con le analisi già in corso sui circa settanta reperti alimentari sequestrati nell’abitazione, sui campioni biologici e sugli altri elementi raccolti nel corso dell’inchiesta.
L’accesso del 30 luglio potrebbe non esaurire le attività. La complessità degli accertamenti e l’estensione dell’immobile rendono infatti possibile la necessità di ulteriori sopralluoghi. Al momento non esiste un calendario già definito. Secondo quanto riferito dai difensori degli indagati, ai quali la Procura ha consentito di assistere alle operazioni da remoto insieme ai consulenti di parte e alle persone offese, sarà il pubblico ministero a stabilire, al termine del primo accesso, se programmare ulteriori giornate di lavoro sulla base delle esigenze che emergeranno direttamente durante i rilievi.
Parallelamente prosegue senza interruzioni anche il lavoro della Squadra Mobile negli uffici della Questura di Campobasso. Le oltre duecento persone ascoltate in questi mesi continuano a rappresentare uno dei principali patrimoni investigativi dell’inchiesta. Ogni dichiarazione viene riletta, confrontata con le altre, verificata alla luce dei dati estratti dai dispositivi elettronici, delle consulenze tecnico-scientifiche e degli accertamenti tossicologici ancora in corso nei laboratori tedeschi.
Nel frattempo, anche il clima all’interno della comunità di Pietracatella sembra essersi progressivamente modificato. Se nei primi mesi successivi ai decessi aveva trovato spazio, soprattutto tra persone vicine ad alcuni rami della famiglia, l’ipotesi di un tragico incidente o di un’assunzione accidentale della ricina, oggi, secondo quanto riferiscono persone ben inserite nel tessuto sociale del paese, cresce il numero di coloro che ritengono sempre più plausibile l’ipotesi dell’omicidio deliberato sulla quale sta lavorando la Procura.
Anche quella iniziale ritrosia nel parlare, probabilmente favorita dall’enorme attenzione mediatica che il caso ha suscitato a livello nazionale, sembra lentamente lasciare spazio a una maggiore disponibilità a raccontare episodi, rapporti personali e circostanze rimaste finora sullo sfondo. Si tratta di elementi che, da soli, non costituiscono prove e che gli investigatori continuano a sottoporre a rigorose verifiche, distinguendo i fatti dalle semplici convinzioni personali.
Una convinzione, tuttavia, appare sempre più diffusa: chi ha pianificato il delitto avrebbe studiato ogni dettaglio, confidando anche nella difficoltà di individuare una sostanza rarissima come la ricina. Per oltre due mesi, mentre l’ipotesi prevalente restava quella di una tossinfezione alimentare, l’autore dell’avvelenamento avrebbe avuto teoricamente il tempo di eliminare eventuali elementi compromettenti. Al tempo stesso, però, l’abitazione di via Risorgimento venne sequestrata immediatamente dopo il decesso di Antonella Di Ielsi, avvenuto poche ore dopo quello della figlia Sara, circostanza che potrebbe avere preservato tracce rimaste finora inosservate.
È proprio su questa possibilità che si concentrano le aspettative degli investigatori. La convinzione, che trapela ormai da tempo dagli ambienti investigativi, è che il quadro ricostruttivo sia oggi molto più definito rispetto ai primi mesi dell’inchiesta e che le numerose contraddizioni emerse nel corso delle audizioni abbiano consentito di ricostruire una parte significativa della vicenda. Ciò che ancora manca, secondo questa impostazione, è soprattutto il completamento del quadro probatorio attraverso riscontri scientifici oggettivi.
Anche l’atteggiamento mantenuto in questi mesi dai familiari continua a essere osservato con attenzione dall’opinione pubblica, pur senza assumere alcun rilievo investigativo. Da una parte vi sono familiari che non hanno mai smesso di chiedere pubblicamente che venga accertata la verità, affrontando anche l’esposizione mediatica; dall’altra persone che hanno scelto di mantenere un profilo completamente riservato. Si tratta di comportamenti personali che, naturalmente, non costituiscono elementi di prova né possono essere interpretati come indizi di responsabilità.
Fra quarantotto ore, però, saranno soprattutto la scienza e i rilievi tecnici a parlare. È nella casa di via Risorgimento che la Procura conta di raccogliere uno degli ultimi tasselli necessari per verificare se le ipotesi investigative maturate in questi sette mesi possano trovare definitivo riscontro anche nelle prove materiali.
lu_co

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