Una lunga giornata di audizioni, terminata soltanto nel tardo pomeriggio, e un nuovo tassello che potrebbe aprire una fase particolarmente delicata dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita: ieri mattina, negli uffici della Mobile, si è svolto un lungo confronto tra Gianni Di Vita e una sua cara amica, un’insegnante già ascoltata nei mesi scorsi dagli investigatori.
La donna, secondo quanto trapela, avrebbe raggiunto gli uffici della Questura prima dell’arrivo dell’ex sindaco di Pietracatella, utilizzando un ingresso secondario, probabilmente per evitare l’attenzione dei cronisti presenti all’esterno. Di Vita è invece arrivato poco dopo le 11, a piedi e da solo, entrando dall’ingresso principale.
Ad attenderli negli uffici della Squadra Mobile il dirigente Marco Graziano e la procuratrice di Larino Elvira Antonelli, titolare dell’inchiesta.
Appare significativo, in questa fase dell’indagine, che entrambi siano stati convocati nella stessa giornata e che gli investigatori stiano continuando a verificare, punto per punto, quanto raccolto nel corso dei mesi. Un lavoro di ricostruzione che procede nel massimo riserbo e che punta a mettere in ordine ogni elemento della complessa vicenda.
Quella di ieri è stata la quinta audizione di Gianni Di Vita dall’inizio dell’inchiesta. L’ex sindaco è stato ascoltato come persona informata sui fatti. Il suo difensore, l’avvocato Vittorino Facciolla, non era presente perché, allo stato, Di Vita è ancora parte offesa nel procedimento.
Di Vita si era presentato spontaneamente altre due volte negli uffici della Squadra Mobile, una volta dimesso dallo Spallanzani di Roma, dove era stato ricoverato in via precauzionale quando ancora si ipotizzava una tossinfezione alimentare. In quelle occasioni era stato lui stesso a voler fornire ulteriori elementi ritenuti utili alle indagini. Successivamente è stato ascoltato altre due volte insieme alla figlia maggiore Alice.
Negli ultimi giorni l’inchiesta ha registrato altri sviluppi. Alice Di Vita è stata nuovamente sentita dagli investigatori, mentre da Berlino è arrivato l’esito degli esami sui campioni di sangue prelevati il primo luglio a padre e figlia: le analisi hanno escluso la presenza di anticorpi alla ricina.
Per Alice si tratta di un risultato ritenuto prevedibile, non avendo preso parte alla cena del 23 dicembre, indicata dagli investigatori come il momento in cui Antonella e Sara potrebbero aver assunto la sostanza. Diversa la posizione di Gianni Di Vita, che quella sera era seduto a tavola con la moglie e la figlia e ha sempre raccontato di aver accusato, nelle stesse ore, dolori addominali e vomito, sintomi che portarono poi al suo trasferimento allo Spallanzani.
Parallelamente proseguono gli accertamenti tecnici. A inizio agosto la Squadra Mobile ha sequestrato il computer e dieci pen drive custoditi nello studio Di Vita. Secondo il decreto di sequestro, i dispositivi potrebbero essere stati utilizzati anche da Antonella Di Ielsi, consulente del lavoro nello studio di famiglia, e da Sara, soprattutto durante il periodo della pandemia e della didattica a distanza.
Al termine dell’audizione, Gianni Di Vita ha lasciato la Questura seguito per centinaia di metri dai giornalisti locali e nazionali che lo attendevano all’esterno. Alle domande sul contenuto del lungo colloquio con gli investigatori e sul silenzio costante davanti ai microfoni, ha risposto con poche parole, senza aggiungere altro: «A molte di queste domande potete darvi risposte da soli».
Attraverso il proprio legale, Vittorino Facciolla, Di Vita continua intanto a ribadire la piena disponibilità nei confronti degli investigatori. «È tranquillo e collaborativo come sempre», ha spiegato l’avvocato contattato dalla stampa nel corso dell’incontro.
Nonostante gli ultimi sviluppi l’inchiesta della Procura di Larino prosegue su due distinti filoni: quello per omicidio colposo e lesioni colpose, che vede cinque sanitari iscritti nel registro degli indagati, e quello per duplice omicidio premeditato aggravato dall’utilizzo della sostanza venefica.
Sul fondo resta una domanda ancora senza risposta: che cosa sia realmente accaduto attorno a quella tavola e come la ricina sia entrata nella vita della famiglia Di Vita. Gli investigatori continuano a seguire ogni traccia, verificando dichiarazioni, reperti e accertamenti tecnici. E proprio il confronto tra ciò che è stato raccontato e ciò che emerge dagli elementi raccolti potrebbe rappresentare uno dei passaggi più importanti della nuova fase dell’inchiesta. sl

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