Due risultati negativi arrivati da Berlino, un computer e otto pen drive sequestrati a Gianni Di Vita, nuovi accertamenti sui supporti informatici e un altro lungo interrogatorio di Alice Di Vita condotto personalmente dalla procuratrice Elvira Antonelli. Nel pieno di agosto l’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita non ha rallentato. Al contrario, gli ultimi sviluppi sembrano restringere ulteriormente il campo nel quale Procura di Larino e Squadra Mobile di Campobasso stanno cercando la soluzione del giallo di Pietracatella.
La novità scientificamente più significativa arriva dal Robert Koch Institut. Gli specialisti di Berlino hanno completato gli accertamenti sui campioni di sangue prelevati lo scorso 1° luglio a Gianni e Alice Di Vita per verificare l’eventuale presenza di anticorpi riconducibili a una precedente esposizione alla ricina.
Il risultato, secondo quanto appreso da fonti qualificate, è negativo per entrambi.
Padre e figlia, dunque, sulla base degli esami eseguiti in Germania, non sarebbero mai entrati in contatto con la sostanza che gli investigatori ritengono abbia provocato la morte di Antonella e Sara.
Sul punto, tuttavia, ieri è intervenuta la procuratrice Elvira Antonelli con una precisazione che riguarda lo stato formale degli accertamenti. «Circolano due notizie da rettificare. Non c’è, allo stato, alcuna comunicazione su alimenti vettore positivo alla ricina. Non c’è, inoltre, comunicazione scritta circa la positività anticorpale alla ricina per Gianni e Alice Di Vita. Il quesito nel merito è stato posto al team tossicologico italo tedesco. L’esame è particolarmente impegnativo e le risposte attese sono due».
Una puntualizzazione che, dunque, non entra nel merito delle anticipazioni raccolte da fonti qualificate, ma chiarisce che la Procura non dispone ancora delle comunicazioni scritte conclusive del team di specialisti incaricato degli accertamenti. Una distinzione non secondaria in un’inchiesta nella quale, già in passato, gli esiti più rilevanti degli approfondimenti scientifici sono stati anticipati agli investigatori prima della successiva formalizzazione nelle relazioni tecniche. Era accaduto anche nella prima fase degli accertamenti tossicologici, quando l’individuazione della ricina nei campioni biologici delle vittime aveva imposto di mettere immediatamente a disposizione degli inquirenti un’informazione determinante per orientare le indagini, mentre la documentazione completa del Maugeri è arrivata successivamente.
Lo stesso principio di prudenza riguarda il possibile vettore. Antonelli precisa che «allo stato» non esiste alcuna comunicazione relativa ad alimenti risultati positivi alla ricina. Restano quindi da attendere le risultanze formalizzate degli specialisti tedeschi sui numerosi reperti sottoposti ad analisi.
La procuratrice ha inoltre confermato che «le indagini continuano con acquisizioni di informazioni da parte delle persone informate sui fatti» e ha ribadito un altro elemento essenziale: «Non ci sono allo stato indagati».
Per Alice Di Vita il risultato non rappresenta una sorpresa. La giovane non ha mai accusato sintomi compatibili con quelli manifestati dalla madre e dalla sorella e, soprattutto, la sera del 23 dicembre – quella che gli investigatori considerano uno dei momenti centrali nella ricostruzione dell’avvelenamento – non si trovava nell’abitazione di via Risorgimento. Era fuori paese, a mangiare una pizza con le amiche.
Molto più rilevante, sotto il profilo investigativo, è invece il risultato relativo a Gianni Di Vita.
Il marito di Antonella e padre di Sara ha sempre riferito di avere accusato, nelle stesse ore in cui moglie e figlia stavano male, disturbi gastrointestinali, in particolare dolori addominali e vomito. Il suo quadro clinico aveva inizialmente contribuito ad alimentare l’ipotesi che anche lui potesse essere rimasto coinvolto nell’avvelenamento. Di Vita fu successivamente ricoverato all’ospedale Spallanzani di Roma.
Gli accertamenti eseguiti dal Robert Koch Institut introducono adesso un dato scientifico nuovo: quei malori non sarebbero riconducibili a un’esposizione alla ricina.
È un elemento che gli investigatori dovranno necessariamente inserire nella ricostruzione complessiva degli eventi. Non costituisce, evidentemente, un indizio di responsabilità nei confronti di Gianni Di Vita. Allo stato degli atti lui e la figlia Alice sono persone offese nel procedimento aperto contro ignoti per la morte di Antonella e Sara. Ma la negatività agli anticorpi pone inevitabilmente una questione investigativa: comprendere quale sia stata l’origine dei sintomi riferiti dall’uomo e come quel dato possa conciliarsi con la sequenza degli eventi ricostruita nelle settimane successive al duplice decesso.
La circostanza assume ancora maggiore peso se dovesse trovare definitiva conferma l’ipotesi investigativa che colloca l’assunzione della ricina nella serata del 23 dicembre.
Quella sera nell’abitazione di Pietracatella c’erano Antonella, Sara e Gianni. Alice, invece, era fuori con le amiche. Se madre e figlia avessero ingerito il veleno durante quella cena e Gianni Di Vita non fosse mai entrato in contatto con la ricina, diventerebbe evidentemente più difficile ipotizzare una contaminazione indistinta di un alimento consumato da tutti i componenti della famiglia presenti a tavola.
È proprio su modalità, tempi e soprattutto sul possibile “vettore” attraverso il quale la sostanza sarebbe entrata nella casa di via Risorgimento che si concentra una parte decisiva degli accertamenti.
Come Primo Piano ha riferito nei giorni scorsi, da Berlino sarebbero emersi anche elementi ritenuti di particolare interesse proprio nella ricerca del supporto attraverso il quale la ricina potrebbe essere stata introdotta nell’abitazione. Si tratta ancora di risultanze che necessitano di conferme definitive e che, per la loro delicatezza, vengono mantenute nel massimo riserbo. Ma il lavoro degli specialisti tedeschi sui reperti sequestrati a Pietracatella sta progressivamente aggiungendo nuovi tasselli alla ricostruzione.
E mentre il Robert Koch Institut continua gli esami in Germania, anche in Molise l’attività investigativa non si è fermata neppure nei giorni di Ferragosto.
Negli uffici della Squadra Mobile di Marco Graziano sono proseguiti gli interrogatori. Sono state convocate anche persone mai ascoltate precedentemente, segno che gli investigatori stanno verificando piste, circostanze e relazioni emerse nel corso degli ultimi approfondimenti.
Ieri, poi, si è appreso di un altro passaggio particolarmente significativo. La procuratrice Elvira Antonelli ha ascoltato nuovamente Alice Di Vita.
La scelta della titolare dell’inchiesta di condurre personalmente l’audizione della giovane assume inevitabilmente rilievo nella fase attuale delle indagini. È evidente che gli inquirenti ritengano che Alice possa contribuire a chiarire fatti, circostanze o dettagli utili alla ricostruzione di quanto accaduto nei giorni immediatamente precedenti la morte della madre e della sorella. Sul contenuto dell’interrogatorio viene mantenuto il più stretto riserbo.
Ma c’è un altro fronte investigativo che nelle ultime settimane si è aperto e che potrebbe rivelarsi importante.
La Squadra Mobile ha sequestrato a Gianni Di Vita un computer desktop Lenovo e otto pen drive di diversa capacità. L’operazione è stata eseguita il primo agosto e il sequestro è stato successivamente convalidato dalla Procura di Larino il 3 agosto.
Il decreto di convalida chiarisce anche la finalità dell’accertamento. Secondo la Procura, l’acquisizione dei dispositivi è necessaria per «acquisire e conservare il corpo e le tracce di reato» e per verificare se computer e supporti informatici contengano elementi utili all’inchiesta. Gli apparati, si legge nel provvedimento, potrebbero essere stati utilizzati anche da Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, quest’ultima in particolare durante il periodo della didattica a distanza legato all’emergenza Covid. Gli investigatori intendono quindi ricercare documenti, file, tracce della navigazione internet e ogni altro elemento eventualmente pertinente ai fatti sui quali si indaga.
Un dettaglio importante perché consente di collocare correttamente il sequestro nel quadro investigativo: l’obiettivo dichiarato nel decreto non è soltanto verificare l’attività informatica di Gianni Di Vita, ma recuperare eventuali dati lasciati sui dispositivi anche dalle due vittime.
Computer e pen drive sono rimasti in custodia alla Squadra Mobile della Questura di Campobasso, a disposizione dell’autorità giudiziaria, per i successivi accertamenti informatici.
Anche questo filone potrebbe quindi restituire elementi nuovi. Cronologie di navigazione, documenti, file cancellati o conservati sui supporti potranno essere analizzati dagli specialisti e confrontati con l’enorme quantità di materiale raccolto negli ormai quasi otto mesi di indagini.
Il quadro, dunque, continua a modificarsi.
Prima gli approfondimenti tossicologici, poi il coinvolgimento del Robert Koch Institut, quindi gli esami sui reperti sequestrati tra dicembre e gennaio, il sopralluogo durato circa 14 ore nell’abitazione di via Risorgimento il 30 luglio, le nuove audizioni, il sequestro dei dispositivi informatici e adesso il risultato negativo degli esami sugli anticorpi di Gianni e Alice Di Vita.
Passaggi distinti che gli investigatori stanno cercando di ricomporre in un’unica sequenza.
Restano da stabilire il momento esatto dell’esposizione, il supporto attraverso il quale la ricina sarebbe stata somministrata, chi fosse il destinatario del veleno e, soprattutto, il movente di un duplice delitto che per mesi è rimasto senza una spiegazione.
Ma rispetto alle prime settimane dell’inchiesta il perimetro sembra oggi decisamente più definito.
Le analisi di Berlino stanno progressivamente trasformando ipotesi investigative in dati scientifici da confrontare con testimonianze, tabulati, dispositivi informatici e reperti. La Squadra Mobile continua parallelamente a ricostruire ogni passaggio delle giornate precedenti il Natale scorso e la procuratrice Antonelli segue personalmente gli snodi considerati più delicati.
Il lavoro non si è fermato neppure a Ferragosto.
E, tassello dopo tassello, il giallo di Pietracatella sembra essere entrato nella sua fase più delicata. Quella nella quale ogni nuova risposta restringe il numero delle domande ancora aperte e può avvicinare gli investigatori alla ricostruzione definitiva di ciò che accadde nella casa di via Risorgimento prima che, il 27 e il 28 dicembre, Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi morissero a distanza di poche ore l’una dall’altra. Luca Colella

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