Più di sei ore di confronto. Gianni Di Vita e una sua amica, insegnante di matematica all’Istituto Agrario di Riccia, chiamati a confrontare le rispettive versioni davanti alla procuratrice Elvira Antonelli e al capo della Squadra Mobile di Campobasso Marco Graziano.
Di quello che si sono detti ieri mattina negli uffici della Questura non trapela nulla. Il riserbo imposto dalla Procura sull’inchiesta per il duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita è categorico. E probabilmente resterà tale ancora a lungo.
Ma se nulla si conosce dei contenuti, è lo stesso ricorso all’audizione concomitante a rappresentare una notizia.
Per comprenderne la portata bisogna partire dal Codice di procedura penale.
Possono due persone non indagate essere messe una di fronte all’altra durante le indagini?
La risposta è sì.
Il confronto non è una prerogativa riservata a indagati e imputati. L’articolo 211 del Codice di procedura penale stabilisce che è ammesso esclusivamente tra persone già esaminate o interrogate quando tra le loro dichiarazioni esiste un disaccordo su «fatti e circostanze importanti».
Non basta, dunque, che due persone ricordino diversamente un dettaglio secondario. Per ricorrere a uno strumento investigativo di questo genere deve essere emerso un contrasto che riguardi circostanze considerate rilevanti per l’accertamento dei fatti.
Gianni Di Vita e l’insegnante erano già stati ascoltati. Entrambi sono stati convocati più volte nel corso degli ormai quasi otto mesi di indagine. Ieri sono arrivati in Questura separatamente. La donna sarebbe entrata da un accesso secondario, mentre Di Vita, solo, ha varcato l’ingresso principale.
Poi il confronto.
Le domande sono state poste personalmente dalla procuratrice Antonelli e da Graziano. E l’audizione si è protratta per sei ore e oltre.
Un dato temporale che da solo non consente di conoscere né il numero né la natura delle divergenze emerse nelle precedenti dichiarazioni. Permette però di comprendere la complessità dell’accertamento.
Sei ore sono un tempo considerevole.
Le circostanze da chiarire possono essere state numerose oppure poche ma particolarmente articolate. Impossibile stabilirlo senza conoscere il verbale. Certamente non si è trattato di verificare divergenze su aspetti marginali: la stessa disciplina processuale del confronto presuppone che il disaccordo riguardi fatti o circostanze importanti.
E questo è il primo elemento che rende la giornata di ieri un passaggio significativo dell’inchiesta.
Il secondo riguarda il terreno sul quale gli investigatori sembrano continuare a scavare: quello delle relazioni personali e dei rapporti che ruotavano attorno alla famiglia Di Vita.
Da quanto si apprende da fonti qualificate di Pietracatella, tra l’insegnante ascoltata ieri insieme a Gianni Di Vita e Antonella Di Ielsi non sarebbero intercorsi buoni rapporti. Una circostanza che, da sola, non prova evidentemente nulla e alla quale non può essere attribuito un significato diverso da quello che avrà eventualmente assunto negli accertamenti investigativi.
Ma il confronto tra Gianni Di Vita e la donna conferma che anche la sfera delle relazioni personali continua a essere oggetto dell’attenzione della Procura e della Squadra Mobile.
Non significa individuare responsabilità. Non significa neppure che una delle due persone abbia mentito.
Significa una cosa molto più precisa: nelle dichiarazioni precedentemente rese dai due sono emerse versioni non coincidenti su fatti o circostanze ritenuti abbastanza importanti da rendere necessario metterli faccia a faccia e chiedere loro di spiegare quelle divergenze.
È un’altra tessera di quel puzzle al quale la stessa procuratrice Antonelli ha fatto riferimento più volte dall’inizio dell’inchiesta. E riporta al centro un problema che accompagna il giallo di Pietracatella praticamente dalle prime settimane: la difficoltà degli investigatori nel ricostruire una versione univoca di alcuni passaggi della vicenda.
In questi mesi gli uomini della Squadra Mobile hanno ascoltato oltre 200 persone. Diverse sono state riconvocate. Alcune anche più volte.
Dichiarazioni confrontate con altre testimonianze, con i dati estratti da telefoni e dispositivi elettronici, con tabulati e informazioni progressivamente acquisite durante le indagini. E quando i racconti non hanno trovato corrispondenza negli altri elementi raccolti, gli investigatori sono tornati a fare domande.
È accaduto ripetutamente. Fino al confronto di ieri.
Ed è forse questo uno degli aspetti più difficili da spiegare di un’inchiesta che riguarda la morte violenta di una donna di 50 anni e di sua figlia di appena 15: Pietracatella è un piccolo centro. Una comunità nella quale rapporti personali, amicizie, frequentazioni e parentele inevitabilmente si intrecciano. Antonella e Sara erano conosciute, presenti nella vita della parrocchia, nel coro e nelle attività sociali del paese.
Ci si sarebbe potuti attendere che una tragedia di queste dimensioni producesse una collaborazione immediata e soprattutto lineare con gli investigatori.
Il quadro restituito dalle indagini appare invece più complesso.
Le ripetute convocazioni e, adesso, la necessità di ricorrere a un confronto indicano che almeno su alcuni passaggi gli investigatori hanno dovuto lavorare a lungo per verificare dichiarazioni non perfettamente coincidenti.
Definire tutto questo “omertà” sarebbe, allo stato, una conclusione che gli elementi conosciuti non consentono di sostenere. Ma certamente emerge una difficoltà nel ricomporre racconti, circostanze e rapporti in una sequenza completamente coerente. Ed è proprio sulle incoerenze che la Mobile continua a lavorare.
Negli ultimi giorni l’inchiesta ha registrato una nuova accelerazione. Al Robert Koch Institut di Berlino continuano gli accertamenti scientifici sulla ricina e sui reperti sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento. Parallelamente, a Campobasso, proseguono le verifiche sui dispositivi elettronici e sulle dichiarazioni raccolte durante questi mesi.
Il confronto di ieri si inserisce in una fase particolarmente produttiva delle indagini.
Non è una svolta giudiziaria. Non ci sono nuovi indagati e Gianni Di Vita continua a essere, nel procedimento contro ignoti per il duplice omicidio, persona offesa insieme alla figlia Alice.
È però un passaggio investigativo tutt’altro che ordinario.
Perché il confronto serve quando due racconti già acquisiti entrano in contrasto su circostanze importanti e gli investigatori ritengono che mettere le persone una davanti all’altra possa contribuire a sciogliere quel nodo.
Quale fosse il nodo affrontato ieri resta coperto dal segreto investigativo.
Potrebbero essere stati ricostruiti rapporti, conversazioni, incontri, tempi, frequentazioni o circostanze completamente diverse. Attribuire oggi un contenuto preciso alle sei ore trascorse negli uffici della Questura significherebbe andare oltre ciò che è possibile documentare.
Un dato, però, resta: la Procura ha ritenuto necessario interrogare di nuovo Gianni Di Vita e la sua amica. Antonelli e Graziano hanno condotto personalmente un confronto durato quasi un’intera giornata lavorativa.
Per arrivare alla necessità di ascoltarli insieme le loro precedenti dichiarazioni dovevano necessariamente divergere su fatti o circostanze importanti.
Cosa abbiano chiarito, cosa sia rimasto inconciliabile e soprattutto quale peso abbiano quelle divergenze nella ricostruzione della morte di Antonella e Sara, al momento lo sanno soltanto gli investigatori.
Forse resterà così fino a quando gli atti dell’inchiesta non saranno conoscibili.
Ma nel giallo di Pietracatella, dove da quasi otto mesi ogni dettaglio viene verificato e confrontato con gli altri, più di sei ore trascorse negli uffici della Mobile non sono un dettaglio.
Lu_Co





























