Le saracinesche abbassate, le strade semideserte, il silenzio rotto soltanto dal via vai delle auto della polizia e dal vociferare dei giornalisti. A oltre sette mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, il piccolo centro molisano è tornato sotto i riflettori nazionali al centro di un’inchiesta che continua a interrogare investigatori, esperti e opinione pubblica.
Ieri in via Risorgimento, davanti all’abitazione in cui le due donne hanno trascorso le loro ultime ore, si è svolto un nuovo e delicatissimo sopralluogo disposto dalla Procura di Larino nell’ambito dell’indagine sul cosiddetto “giallo della ricina”. Un’attività investigativa senza precedenti per il territorio, un caso definito da più parti come “unico al mondo” che ha visto lavorare fianco a fianco Polizia di Stato e Polizia tedesca, con il supporto degli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino, uno dei più autorevoli centri europei nel campo della ricerca biologica e tossicologica. A rappresentarlo gli specialisti Christian Herzog e Sylvia Worbs. Non c’era, probabilmente perché non interessato al tipo specifico di esami, il terzo consulente nominato dalla procura, il professore Luca Morini dell’Università di Pavia.
Fin dalle prime ore del mattino il paese si è risvegliato sotto gli occhi di una trentina di operatori tra Squadra Mobile, Polizia Scientifica e tecnici tedeschi. In via Risorgimento sono state allestite tende operative e postazioni tecniche, mentre l’area è stata delimitata per consentire agli specialisti di lavorare senza interferenze. Presente anche un punto stampa predisposto a debita distanza dall’abitazione, secondo le disposizioni adottate dal Comune.
Poco dopo le 9 l’arrivo della procuratrice di Larino Elvira Antonelli, titolare dell’inchiesta. Già presenti in loco il questore di Campobasso Domenico Farinacci e il dirigente della Squadra Mobile Marco Graziano. La procuratrice ha voluto seguire da vicino le operazioni, in un’indagine che continua a svilupparsi su due distinti filoni: da una parte il fascicolo per omicidio colposo e lesioni colpose che coinvolge tre sanitari dell’ospedale Cardarelli di Campobasso e due guardie mediche, dall’altra quello per duplice omicidio premeditato aggravato dall’uso di sostanze venefiche, al momento ancora contro ignoti. Intorno alle 10, dopo le procedure preliminari e le necessarie misure di sicurezza adottate dagli operatori, sono stati rimossi i sigilli dall’abitazione. È la quarta volta che la casa della ricina viene riaperta dagli investigatori. La prima risale al 29 dicembre, all’indomani della tragedia. La seconda al 7 gennaio, quando furono sequestrati decine di alimenti nell’ambito dell’ipotesi iniziale di una tossinfezione alimentare. Il terzo accesso, il 4 maggio, era servito invece per acquisire computer, telefoni cellulari e altri dispositivi elettronici appartenuti alle vittime.
Quella di ieri è stata però un’attività diversa, più mirata e ancora più specialistica. A entrare nell’abitazione sono stati dieci operatori, sei tedeschi e quattro italiani, insieme al consulente tecnico nominato da Vittorino Facciolla, legale di Gianni Di Vita, il dottor Mauro Iacoppini. All’esterno, parcheggiati di fronte all’abitazione, tre furgoni operativi – due della polizia tedesca equipaggiati con strumentazioni altamente specializzate e uno della Polizia di Stato – oltre a due gazebo della Scientifica utilizzati per le operazioni di supporto.
Presenti anche il consulente della famiglia Di Vita, Giovanni Alfonso, e l’avvocato Paolo Lanese, legale di Luigi Di Ielsi, fratello di Antonella. Per loro, tuttavia, la giornata si è trasformata in un viaggio a vuoto. Sebbene fosse stata prevista la possibilità di seguire le operazioni da remoto attraverso un collegamento video, problemi tecnici hanno impedito l’attivazione del sistema e quindi la partecipazione a distanza delle parti (alle quali sarà messo a disposizione il video integrale delle operazioni).
Dietro le porte chiuse dell’abitazione, gli investigatori hanno lavorato per ore nel massimo riserbo. Nessuna fuga di notizie, nessuna anticipazione sui rilievi effettuati. Gli specialisti hanno eseguito campionamenti, tamponi e prelievi attraverso tecniche altamente specialistiche finalizzate alla ricerca di eventuali tracce biologiche o residue della sostanza che avrebbe provocato la morte delle due donne. I campioni raccolti saranno ora trasferiti in Germania per essere analizzati nei laboratori del Robert Koch Institut. I tempi non saranno brevi e gli inquirenti invitano alla prudenza. «L’attività congiunta di specialisti del Robert Koch Institut, della Polizia italiana e della Polizia tedesca non darà risultati immediati. I tamponi acquisiti dovranno essere processati in Germania. Questa è l’unica dichiarazione che posso rilasciare», ha spiegato la procuratrice Antonelli attraverso una nota.
Parole che confermano quanto il percorso verso la verità sia ancora lungo. A Pietracatella, intanto, resta il silenzio di una comunità che da oltre sette mesi convive con domande ancora senza risposta. Chi ha somministrato la ricina ad Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita? E soprattutto quando e in che modo il veleno è entrato nella loro vita? Interrogativi che continuano ad accompagnare un’inchiesta destinata ancora a riservare sviluppi. sl

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*