Reticenze, contraddizioni, dichiarazioni che non sempre hanno trovato riscontro nelle testimonianze acquisite successivamente. È anche dentro questo quadro che si muove l’indagine sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita. Un’inchiesta complessa, costruita su due piani che continuano necessariamente a procedere insieme: quello investigativo e quello scientifico.
Negli ultimi mesi intorno al caso di Pietracatella si sono moltiplicate le ricostruzioni. In larga parte giornalistiche, elaborate sulla base delle poche informazioni trapelate e delle attività d’indagine diventate pubbliche: sopralluoghi, accertamenti tecnici e soprattutto le numerose audizioni di persone che, in alcuni casi, sono state convocate più volte negli uffici della Questura di Campobasso.
Una successione di eventi che ha inevitabilmente spostato di volta in volta l’attenzione su persone, rapporti e circostanze diverse. Ma per comprendere il punto al quale è arrivata l’inchiesta occorre tornare ai dati oggettivi.
Il primo è la ricina.
La sostanza è stata individuata nei campioni biologici delle due vittime a distanza di circa tre mesi dai decessi. Un intervallo temporale che ha inevitabilmente complicato il lavoro degli investigatori: per settimane nessuno sapeva che Antonella e Sara fossero morte per avvelenamento e, dunque, non era stato possibile impostare immediatamente le indagini sulla ricerca del veleno e delle sue possibili fonti.
Da quel momento – era fine marzo – l’inchiesta ha cambiato completamente prospettiva.
Agli accertamenti medico-legali si sono aggiunte le consulenze tossicologiche e chimiche, gli esami sui reperti, il lavoro affidato agli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino e il lungo sopralluogo del 30 luglio nell’abitazione della famiglia Di Vita. Un lavoro scientifico chiamato a stabilire non soltanto la presenza della ricina, ormai accertata nelle vittime, ma anche le modalità dell’esposizione e, soprattutto, il possibile vettore attraverso il quale il veleno è arrivato nell’organismo di Antonella e Sara.
Nel frattempo la Procura di Larino ha affiancato al procedimento per omicidio colposo, nel quale risultano indagati cinque medici per la gestione dei primi accessi in ospedale, il fascicolo per duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo del mezzo venefico, tuttora contro ignoti.
Una scelta investigativa maturata sulla base degli elementi progressivamente acquisiti e che, allo stato, non è stata superata.
Tra i punti sui quali si è concentrato il lavoro degli specialisti c’è la finestra temporale dell’intossicazione. Gli accertamenti hanno portato a concentrare l’attenzione sulla cena del 23 dicembre. Quella sera nell’abitazione c’erano Antonella Di Ielsi, il marito Gianni Di Vita e la secondogenita Sara. L’altra figlia, Alice, era uscita per mangiare una pizza con le amiche.
Antonella e Sara sono morte. Gianni Di Vita ha riferito di avere accusato disturbi gastrointestinali compatibili, almeno sul piano sintomatologico, con quelli inizialmente manifestati dalla moglie e dalla figlia. Gli accertamenti eseguiti sui suoi campioni biologici, però, non hanno rilevato ricina.
Un dato che non attribuisce, da solo, alcuna responsabilità all’uomo, parte offesa nel procedimento, ma che costituisce inevitabilmente uno degli elementi sui quali gli investigatori stanno cercando di ricostruire con precisione quanto accadde in quelle ore.
Anche la cena del 23 dicembre è stata ricostruita progressivamente. Dopo iniziali difficoltà nel ricordare alcuni particolari, comprensibili anche alla luce del trauma subito, Gianni Di Vita ha riferito che quella sera sarebbero stati consumati affettati, giardiniera e del pesce avanzato da un pranzo aziendale tenuto nella stessa giornata. A tavola anche le bevande, tra cui acqua.
È dentro questo perimetro temporale e materiale che la scienza sta cercando risposte.
Poi ci sono le indagini tradizionali.
Audizioni, verifiche, acquisizioni dei dispositivi elettronici, analisi delle conversazioni, confronti tra dichiarazioni rese in momenti diversi. Attività che nel corso dei mesi hanno portato gli investigatori ad approfondire rapporti personali e familiari e a convocare più volte alcune delle persone informate sui fatti.
È probabilmente il terreno più difficile dell’intera inchiesta. Perché eventuali omissioni, reticenze o ricostruzioni non coincidenti devono essere verificate una per una, distinguendo ciò che può avere un collegamento con il duplice delitto da vicende personali che potrebbero invece non averne alcuno.
Anche per questo ogni circostanza ritenuta rilevante deve essere chiarita fino in fondo. Elementi apparentemente marginali possono diventare decisivi oppure, una volta verificati, uscire definitivamente dal perimetro dell’indagine.
Negli ultimi giorni è tornata pubblicamente anche l’ipotesi dell’assunzione accidentale della ricina. Uno scenario che sul piano scientifico non può essere escluso in assoluto, come precisato dal professor Carlo Locatelli, ma sul quale dovranno essere gli accertamenti complessivi a fornire una risposta. L’indagine giudiziaria, intanto, continua a essere iscritta per duplice omicidio volontario. Un dato dal quale non si può prescindere.
Sul piano operativo, lunedì negli uffici della Questura sono stati ascoltati Luigi Di Ielsi, fratello di Antonella, sua moglie e due giovanissimi amici di Sara. Ieri, invece, è stata interrogata a lungo un’amica di Monia, l’insegnate di Matematica sentita diverse volte dagli inquirenti e sottoposta ad un lungo faccia a faccia con Di Vita.
Nel pomeriggio è invece arrivata a Campobasso la procuratrice di Larino Elvira Antonelli, che ha avuto un confronto con il capo della Squadra Mobile Marco Graziano.
È il terzo summit delle ultime settimane tra la magistrata titolare dell’inchiesta e gli investigatori: due si sono svolti a Campobasso e uno a Larino. Ai precedenti incontri sono seguite nuove attività e una serie di audizioni di persone già comparse nell’indagine, alcune delle quali definite importanti da fonti qualificate.
Il fascicolo per il duplice omicidio resta contro ignoti. Nessuna iscrizione consente, al momento, di attribuire il delitto a una persona determinata.
Ma l’attività non si ferma.
Procura e Squadra Mobile continuano a incrociare dichiarazioni, riscontri investigativi e risultati scientifici. Un lavoro iniziato con un ritardo inevitabile, perché per quasi tre mesi nessuno sapeva che dietro la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita ci fosse il letale veleno.
L’esito dell’inchiesta non è scontato. Ma la quantità e la profondità degli accertamenti condotti indicano che ogni elemento viene verificato.
Anche quelli che, almeno apparentemente, sembrano portare lontano dalla sera del 23 dicembre. lu_co




























