Le audizioni sono riprese. Ieri negli uffici della Squadra Mobile di Campobasso sono state ascoltate un paio di persone ritenute in possesso di informazioni potenzialmente utili all’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita.
Non si tratta di alcuni dei protagonisti già comparsi più volte davanti agli investigatori nel corso degli ultimi mesi. Persone meno note, dunque, ma le cui dichiarazioni andranno comunque ad aggiungersi al corposo materiale raccolto dagli uomini diretti da Marco Graziano.
Le precedenti audizioni risalivano a una settimana fa, quando in Questura erano state ascoltate due amiche di Antonella. Nei giorni successivi l’attività investigativa non si è naturalmente fermata. Si è semplicemente spostata su un terreno meno visibile: verifica delle dichiarazioni, comparazione degli elementi acquisiti, riscontri e analisi di una mole di dati che ormai comprende testimonianze, reperti, dispositivi elettronici e accertamenti scientifici.
È questa, del resto, una fase nella quale ogni nuova informazione deve essere confrontata con quanto già raccolto.
E il lavoro della Mobile prosegue praticamente senza soluzione di continuità.
Da mesi Graziano e i suoi uomini stanno concentrando sull’inchiesta una parte enorme delle proprie energie. Audizioni, sopralluoghi, sequestri, acquisizioni documentali, analisi delle dichiarazioni e continui riscontri hanno imposto ritmi serratissimi. Giornate che iniziano presto e finiscono molto tardi, spesso senza lasciare agli investigatori neppure il tempo necessario per le più elementari esigenze quotidiane.
Uno sforzo che potrebbe entrare nei prossimi giorni in una fase ancora più delicata.
Le idee degli inquirenti sarebbero ormai piuttosto chiare. Ciò che ancora manca sono alcuni riscontri formali, fino ad oggi in parte soltanto anticipati per le vie brevi dai consulenti: quelli relativi ai dispositivi elettronici sequestrati nel corso dell’inchiesta e, soprattutto, gli esiti degli accertamenti affidati agli specialisti tedeschi.
Il calendario porta direttamente a lunedì 7 settembre.
Le operazioni del Robert Koch Institut di Berlino sono iniziate il 7 luglio e, al momento del conferimento dell’incarico, per alcuni dei quesiti era stato indicato un termine di 60 giorni. La procuratrice di Larino Elvira Antonelli aveva previsto la possibilità di proroghe, in presenza di comprovate esigenze, fino a un massimo di 180 giorni. Allo stato, però, non risulterebbero richieste di differimento.
Se il programma sarà rispettato, dunque, nel giro di pochi giorni sulla scrivania della procuratrice e su quella del capo della Mobile potrebbero arrivare alcune delle relazioni più attese dell’intera indagine.
Tra queste c’è quella relativa alla ricerca degli anticorpi contro la ricina nel sangue di Gianni e Alice Di Vita. Un risultato, in questo caso, sostanzialmente già conosciuto: entrambi sarebbero risultati negativi. Manca però la formalizzazione dell’esito.
Ma l’attesa riguarda soprattutto gli accertamenti sul possibile vettore attraverso il quale il veleno è arrivato ad Antonella e Sara: un alimento, una bevanda, un contenitore, una borraccia o altro ancora. A questi risultati potrebbero aggiungersi quelli delle attività eseguite il 30 luglio nell’abitazione di via Risorgimento, quando gli specialisti tedeschi e gli investigatori italiani lavorarono per circa 14 ore all’interno della casa della famiglia Di Vita.
È dall’incrocio di tutti questi elementi che potrebbe emergere un quadro molto più definito.
La pista che continua ad essere privilegiata dagli investigatori sarebbe quella passionale. Una definizione che, tuttavia, non deve essere tradotta automaticamente nell’individuazione di un responsabile. Il fascicolo per duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo del veleno resta contro ignoti e Gianni Di Vita non risulta indagato.
Ma proprio attorno alla sua figura gli investigatori hanno dovuto ricostruire una parte importante delle relazioni personali che precedettero la morte della moglie e della figlia.
C’è innanzitutto il rapporto con l’insegnante di matematica sua amica, ascoltata più volte dalla Mobile e poi messa a confronto proprio con Di Vita. Un confronto durato oltre sei ore e resosi necessario evidentemente perché, su alcuni aspetti, le dichiarazioni raccolte avevano bisogno di essere chiarite e comparate direttamente.
Non è l’unico elemento.
Tra gli aspetti sui quali sarebbero state svolte verifiche c’è anche il marito dell’insegnante e un possibile contatto avuto con Antonella Di Ielsi nei giorni precedenti ai malori. Un incontro o comunque una interlocuzione sulla quale gli investigatori avrebbero cercato di stabilire tempi, ragioni e contenuti.
Sono tasselli che, presi singolarmente, non consentono alcuna conclusione. Ma che acquistano un significato investigativo nel momento in cui vengono inseriti nella ricostruzione complessiva dei rapporti, delle frequentazioni e delle dinamiche personali esistenti prima del 27 dicembre.
Le domande, dunque, restano numerose.
A chi era destinata realmente la ricina? Antonella e Sara erano gli obiettivi oppure il veleno avrebbe dovuto raggiungere Gianni Di Vita o più componenti della famiglia? In quale alimento o bevanda è stato inserito? Dove è avvenuta la contaminazione? Chi aveva la possibilità materiale di procurarsi o comunque maneggiare una sostanza tanto pericolosa? Gianni Di Vita ha riferito agli inquirenti tutto ciò di cui è a conoscenza? E soprattutto quale movente può spiegare un delitto di questa natura?
È su questi interrogativi che Procura e Mobile stanno lavorando.
C’è però un dato temporale che merita di essere rimesso nella sua giusta prospettiva.
Da settimane si parla di un’inchiesta che dura da oltre otto mesi, facendo coincidere l’inizio delle indagini con la morte di Antonella e Sara, avvenuta alla fine dello scorso dicembre.
Non è esattamente così. Perché per diversi mesi nessuno sapeva che le due donne fossero state uccise con la ricina.
Il primo fascicolo, aperto dalla Procura di Campobasso, riguardava infatti l’ipotesi di omicidio colposo e coinvolge cinque medici. Soltanto agli inizi di marzo arrivò agli inquirenti, inizialmente per le vie ufficiose, l’informazione sulla presenza della potentissima tossina. Il dato divenne formalmente acquisito il 31 marzo.
Da quel momento lo scenario cambiò completamente.
Nei giorni successivi, per ragioni di competenza territoriale, gli atti passarono dalla Procura di Campobasso a quella di Larino. Soltanto una volta perfezionati tutti i passaggi, a metà aprile, la Squadra Mobile poté iniziare a lavorare sull’ipotesi di duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo del veleno.
L’indagine sull’omicidio, quindi, non dura otto mesi. Dura poco più di quattro mesi.
E in questo arco temporale gli investigatori hanno dovuto praticamente ricostruire da zero ciò che era accaduto nei mesi precedenti: ascoltare centinaia di persone, acquisire e analizzare reperti, sequestrare dispositivi elettronici, ricostruire relazioni personali, verificare spostamenti e dichiarazioni, affidare accertamenti scientifici all’estero e tornare nell’abitazione dove tutto era cominciato. Confrontandosi anche con reticenze, versioni non sempre coincidenti e numerosi «non ricordo». Fino alla necessità, tutt’altro che ordinaria in un’indagine di questo tipo, di mettere Gianni Di Vita e la sua amica uno davanti all’altra per un lungo confronto.
Per questo parlare oggi di una possibile svolta non significa descrivere un’inchiesta lenta. Semmai il contrario.
Se nei prossimi giorni gli accertamenti scientifici dovessero fornire i riscontri che gli investigatori cercano e il quadro costruito dalla Mobile trovasse conferma, arrivare a un punto di definizione dopo poco più di quattro mesi rappresenterebbe un risultato investigativo di assoluto rilievo, considerata la complessità di un duplice omicidio commesso attraverso un veleno rarissimo e scoperto soltanto molto tempo dopo la morte delle vittime.
I grandi casi di cronaca insegnano quanto possa essere lungo il percorso necessario per trasformare sospetti e indizi in prove. Basti pensare, con tutte le enormi differenze tra le due vicende, al delitto di Garlasco: Chiara Poggi fu uccisa il 13 agosto 2007 e, a oltre diciannove anni di distanza, il caso continua ancora oggi ad alimentare nuove attività investigative.
A Pietracatella sono trascorsi invece poco più di quattro mesi dall’apertura dell’indagine per duplice omicidio. Quattro mesi nei quali la famiglia delle vittime aspetta soprattutto una risposta.
Nelle scorse ore Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella e nonno di Sara, è tornato a parlare davanti alle telecamere de La Vita in Diretta, intervistato da Simone Carusone.
«Spero che si arrivi presto ad una conclusione», ha detto. Poi il dolore di un uomo che ha perso contemporaneamente una figlia e una nipote: «È una febbre continua. Non è che poi passerà, questo è un dolore che non passa».
Alla domanda se fosse arrabbiato, ha risposto: «Sono arrabbiato con me stesso. Mi rimetto al Padreterno, che faccia lui. Io non vorrei mollare, però le forze finiscono».
Mentre una famiglia continua ad aspettare la verità, negli uffici della Squadra Mobile il lavoro va avanti.
Da ieri anche attraverso nuove audizioni. Da lunedì, probabilmente, con qualche risposta in più. Luca Colella

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