E se Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita non fossero state l’obiettivo del killer? O, almeno, se non fossero state le sole destinatarie della ricina?
È una delle ipotesi che sembra prendere corpo attorno al giallo di Pietracatella. Non ci sono conferme ufficiali. Anzi, il riserbo della Procura di Larino e della Squadra Mobile di Campobasso resta assoluto e impenetrabile. Come dal primo giorno. Per questo, gran parte delle ricostruzioni avanzate in questi mesi nasce dall’incrocio degli elementi emersi e dalle deduzioni di chi segue quotidianamente l’inchiesta. E come tali devono essere considerate.
Ma se la pista passionale, sulla quale negli ultimi giorni sembrano essersi concentrati gli accertamenti, dovesse trovare conferma, lo scenario potrebbe essere diverso da quello immaginato finora. L’obiettivo potrebbe essere stato Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime. Oppure la ricina potrebbe essere stata destinata a più componenti della famiglia.
Resta anche l’ipotesi estrema di una volontà di colpire l’intero nucleo familiare. Uno scenario che, tuttavia, mal si concilierebbe con l’idea di un gesto improvviso o di un raptus: procurarsi un veleno potente e poco comune come la ricina, infatti, presupporrebbe necessariamente una fase precedente rispetto alla sua eventuale somministrazione.
È proprio attorno ai rapporti personali, alle relazioni, ai rancori e alle frequentazioni che sembra essersi concentrata una parte consistente del lavoro degli investigatori nelle ultime settimane. L’obiettivo sarebbe ricostruire ogni possibile collegamento tra le vittime, i loro familiari e chiunque potesse avere un motivo – per quanto aberrante e mai giustificabile – per arrivare a un duplice omicidio.
In questo quadro si inserirebbero anche gli approfondimenti sui contatti intercorsi tra Antonella Di Ielsi e il marito dell’insegnante di matematica amica di Gianni Di Vita.
Da Pietracatella, fonti qualificate e ritenute attendibili riferiscono a Primo Piano che i rapporti tra Antonella e l’insegnante non sarebbero stati affatto buoni. Un elemento che avrebbe inevitabilmente reso interessante per gli investigatori ricostruire anche un altro passaggio: il marito della donna avrebbe cercato Antonella e, probabilmente, l’avrebbe anche incontrata pochi giorni prima dei malori che, nel volgere di pochissimo tempo, portarono alla morte della donna e della figlia.
Perché quell’incontro? Cosa si dissero? E quale fosse il contesto nel quale sarebbe avvenuto sono evidentemente aspetti che soltanto gli investigatori possono aver ricostruito. E sui quali, ancora una volta, dalla Questura non filtra nulla.
Da qualche settimana i telefoni della Squadra Mobile squillano praticamente a vuoto. Nessuna indiscrezione, nessuna indicazione sul calendario delle attività. Ma osservando i movimenti davanti alla Questura di Campobasso, negli ultimi giorni non risultano ingressi riconducibili a nuove audizioni. Gli ultimi interrogatori conosciuti risalgono alla prima metà della scorsa settimana, quando sono state ascoltate due amiche di Antonella.
Nelle ultime ore era circolata anche la notizia di una possibile nuova convocazione di don Stefano, il giovane parroco di Pietracatella con il quale Antonella pare si confidasse. Fonti qualificate ma indipendenti confermano però a Primo Piano che, almeno fino a ieri, l’audizione non si è tenuta e non dovrebbe essere prevista neppure nelle prossime ore.
Intanto, un altro piccolo tassello arriva dalle parole di Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella, intervistato dalla trasmissione Mediaset “Morning News”. L’uomo ha raccontato di aver chiesto spiegazioni a Gianni Di Vita dopo la tragedia.
Il genero, secondo quanto riferito da Salvatore, avrebbe ipotizzato un incidente. «Ma da quanto io abbia sentito dire – afferma l’anziano padre di Antonella – l’incidente sarebbe da escludere».
Alla domanda del cronista su cosa vorrebbe dire oggi a Gianni, Salvatore Di Ielsi risponde senza esitazioni: «Deve dire la verità». Poi riferisce le parole che il genero gli avrebbe rivolto: «Ma io cosa ne so? Cosa ne so? Non so nulla, non ci capisco nulla, sto impazzendo».
C’è poi un altro fronte che potrebbe assumere un peso importante insieme ai risultati ufficiali degli accertamenti affidati al Robert Koch Institut. È quello delle ricerche sulla ricina che sarebbero state effettuate da un utente anonimo su un blog ospitato da server statunitensi.
La pista è da tempo all’attenzione degli investigatori, ma finora le possibilità di risalire all’identità dell’utente sono state considerate molto limitate proprio per le difficoltà nell’ottenere dagli Stati Uniti dati utili sulla navigazione. Nelle ultime ore, però, sarebbe emersa una novità: i proprietari della piattaforma avrebbero risposto alla richiesta della Procura, comunicando di essere al lavoro sui log per verificare la possibilità di soddisfare l’istanza ricevuta.
Una circostanza sulla quale non è stato possibile ottenere conferme o smentite dalla Squadra Mobile. Fonti qualificate vicine agli investigatori considerano verosimile l’indiscrezione, ma nessuno è nelle condizioni di prevedere quale sarà la risposta definitiva né, soprattutto, se dai server statunitensi arriveranno dati effettivamente utilizzabili per identificare chi eseguì quelle ricerche.
Un elemento potenzialmente importante, dunque, ma non necessariamente decisivo. Perché dopo otto mesi di indagini il materiale raccolto è ormai enorme: testimonianze, reperti, dispositivi elettronici, accertamenti scientifici e dichiarazioni messe ripetutamente a confronto.
Ed è proprio il rallentamento delle attività visibili rispetto all’accelerazione delle ultime due settimane a suggerire che il lavoro possa essere entrato in una fase diversa. Meno audizioni e più comparazione, verifica e ricostruzione degli elementi già acquisiti. La Squadra Mobile diretta da Marco Graziano potrebbe essere ormai nelle condizioni di delineare una parte consistente del quadro investigativo.
Spetterà alla procuratrice di Larino Elvira Antonelli valutarne la consistenza e decidere i prossimi passi. Impossibile, in assenza di atti o comunicazioni ufficiali, prevedere le intenzioni del magistrato. Ma dopo mesi di un procedimento per duplice omicidio volontario ancora contro ignoti, l’eventualità delle prime iscrizioni nel registro degli indagati appare uno degli sviluppi possibili della fase che si apre.
Resta infine il primo fascicolo, quello per omicidio colposo, nel quale risultano indagati cinque medici: tre del Pronto soccorso del Cardarelli e due della Continuità assistenziale.
Su questo fronte le difese preparano nuove mosse. I legali ritengono che gli elementi scientifici acquisiti abbiano ormai rafforzato la tesi secondo cui un’intossicazione da ricina non sarebbe stata diagnosticabile nel contesto clinico affrontato dai sanitari e che, comunque, non esista un antidoto specifico contro il potente veleno.
Da qui la convinzione che non vi siano più ragioni per mantenere aperte le cinque posizioni. La linea delle difese è netta: ciascun medico, nell’ambito delle proprie competenze e nelle condizioni nelle quali si trovò ad operare, avrebbe fatto quanto era possibile fare. E per questo si prepara la richiesta di chiudere definitivamente anche quel capitolo dell’inchiesta. Lu_Co

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