L’audizione era attesa per ieri. Era stata indicata come uno dei nuovi passaggi dell’inchiesta sul duplice omicidio di Pietracatella. Ma il marito di Monia, l’insegnante di matematica amica di Gianni Di Vita, non è stato ascoltato dagli uomini della Squadra Mobile di Campobasso.
L’appuntamento, dato per certo nelle ultime ore sia dalla stampa locale sia da testate nazionali, è dunque saltato. Nessuna comunicazione ufficiale era stata fornita sulla convocazione e nessuna spiegazione è arrivata sul rinvio. Del resto, da mesi la Procura di Larino mantiene il più stretto riserbo su ogni singolo passaggio investigativo.
Le ragioni dello slittamento possono essere diverse. Esigenze investigative, valutazioni strategiche o semplicemente la necessità di ridefinire tempi e modalità di un’attività che, in questa fase, appare particolarmente delicata. Non è escluso, quindi, che l’uomo possa essere ascoltato nei prossimi giorni.
Il marito di Monia non è una figura nuova nell’inchiesta. Tecnico nello stesso istituto di Riccia dove lavora la moglie, era già stato sentito dagli investigatori. La sua posizione, come quella della consorte e degli altri soggetti ascoltati, resta quella di persona informata sui fatti. Non risultano contestazioni a suo carico.
La prevista nuova audizione si inseriva però in una sequenza investigativa diventata particolarmente serrata. Monia è stata ascoltata più volte nel corso dei mesi e giovedì scorso è rimasta per oltre sei ore negli uffici della Questura di Campobasso, dove per buona parte del tempo è stata messa a confronto con Gianni Di Vita davanti alla procuratrice Elvira Antonelli e al dirigente della Mobile Marco Graziano.
Un passaggio reso necessario, evidentemente, dalla volontà degli investigatori di verificare nuovamente circostanze, rapporti e versioni già raccolte. Ed è proprio la concentrazione delle ultime attività su un numero ristretto di persone a rappresentare uno degli elementi più significativi di questa fase dell’indagine.
Le audizioni ripetute, i confronti e la necessità di tornare più volte sugli stessi episodi indicano che Procura e Polizia stanno cercando di superare incongruenze, omissioni o reticenze emerse nel lungo lavoro investigativo. Non significa necessariamente che chi viene ascoltato nasconda responsabilità, ma è evidente che gli inquirenti ritengono non ancora completamente ricostruito tutto ciò che quelle persone possono conoscere.
Sul contenuto degli interrogatori, tuttavia, non trapela praticamente nulla.
L’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute tra il 27 e il 28 dicembre dello scorso anno dopo i malori accusati a Pietracatella, procede ormai da mesi sotto una cortina di riserbo quasi assoluta. Le risposte della Procura alle richieste dei cronisti sono ridotte all’essenziale, quando arrivano. Sul fronte investigativo il silenzio è ancora più netto: da settimane agenti e vertici della Squadra Mobile non rilasciano indicazioni sull’attività in corso.
Un atteggiamento che restituisce la delicatezza del momento.
Tra chi segue quotidianamente il caso, cercando riscontri attraverso fonti diverse e indipendenti, si è consolidata nelle ultime ore la percezione di un’inchiesta entrata in una fase decisiva. Le indicazioni raccolte restano generali e non consentono di stabilire quale elemento possa imprimere l’accelerazione definitiva. Ma convergono su un punto: mai come adesso gli investigatori sembrano ritenere vicina una possibile svolta.
Cosa abbiano concretamente in mano resta impossibile stabilirlo. Così come sarebbe azzardato attribuire un significato univoco ai pochi segnali che emergono dall’attività investigativa.
È invece evidente la direzione degli approfondimenti delle ultime settimane. Procura e Squadra Mobile stanno scavando soprattutto nella sfera familiare e relazionale delle persone più vicine alle due vittime e a Gianni Di Vita. Rapporti personali, frequentazioni, dissapori, legami sentimentali e contatti precedenti alle morti vengono ricostruiti e verificati uno dopo l’altro.
È il lavoro sul contesto che accompagna quello scientifico, affidato anche agli specialisti tedeschi del Robert Koch Institut dopo gli accertamenti disposti sui reperti sequestrati e il lungo sopralluogo effettuato il 30 luglio nell’abitazione di via Risorgimento.
Due binari destinati necessariamente a incontrarsi: stabilire cosa abbia provocato la morte di Antonella e Sara e ricostruire chi, come e perché possa aver determinato la tragedia.
Il resto è il paziente lavoro di ricomposizione di quel puzzle richiamato più volte dalla procuratrice Antonelli. Un mosaico costruito attraverso analisi scientifiche, dispositivi elettronici, testimonianze e centinaia di ore di audizioni.
Un lavoro reso ancora più complesso da un contesto nel quale gli investigatori si sono trovati più volte a fare i conti con silenzi, reticenze e versioni non perfettamente coincidenti.
Le tessere, lentamente, stanno trovando posto. Quanto ne manchi ancora per vedere l’intera immagine è ciò che, al momento, Procura e Squadra Mobile custodiscono nel più assoluto riserbo. lu_co




























