Un incontro riservato negli uffici della Procura di Larino. Ieri il dirigente della Squadra Mobile di Campobasso, Marco Graziano, ha raggiunto il Palazzo di giustizia dove ha sede l’ufficio guidato dalla procuratrice Elvira Antonelli.
A riferire della presenza del capo della Mobile a Larino è una fonte indipendente del Tribunale, che lo ha visto entrare nell’edificio e raggiungere il piano della Procura. Nessuna comunicazione ufficiale sull’incontro né, tantomeno, sui temi affrontati. Ma è ragionevole ritenere che Antonelli e Graziano abbiano fatto il punto sull’inchiesta per la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita e sulle prossime attività investigative.
Del resto, da settimane sul caso è calato un riserbo ancora più stretto. Il dirigente della Mobile non rilascia dichiarazioni e anche ieri nessun elemento è filtrato dagli uffici investigativi. Un silenzio che coincide con una delle fasi più delicate dell’inchiesta, arrivata a circa sette mesi dal cambio di scenario determinato dalla scoperta della ricina.
Era marzo quando il fascicolo per la morte di madre e figlia passò dalla Procura di Campobasso a quella di Larino, competente territorialmente per Pietracatella, dopo i primi risultati degli accertamenti del Centro antiveleni Maugeri di Pavia. Le successive analisi avrebbero poi confermato la presenza della tossina nei campioni biologici delle due vittime e aperto la strada all’ipotesi del duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo del veleno.
Da allora Procura e Squadra Mobile hanno accumulato una mole consistente di materiale. Sopralluoghi, perquisizioni, sequestri, oltre duecento audizioni, acquisizioni di telefoni, computer e supporti informatici. A queste attività si sono aggiunti gli accertamenti dei consulenti della Procura, quelli degli specialisti del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato e le analisi affidate al Robert Koch Institut di Berlino.
Proprio dalla Germania manca ancora buona parte degli esiti attesi. Parallelamente deve essere completata l’analisi del materiale informatico acquisito in più fasi. Soltanto il 28 settembre gli specialisti dello Sco hanno realizzato le copie forensi del computer e delle dieci pen drive sequestrati il 31 luglio nello studio professionale di Gianni Di Vita a Pietracatella. Il giorno successivo sono state eseguite altre tre perquisizioni, nell’abitazione e nello studio di Pietracatella e nello studio di Campobasso, con ulteriori sequestri.
Ieri, almeno per quanto è stato possibile verificare, non si sarebbero tenute nuove audizioni. Nessun movimento particolare è stato osservato attorno agli uffici della Squadra Mobile. Questo non significa che l’attività si sia fermata. Al contrario, Procura e investigatori continuano a lavorare sui riscontri raccolti negli ultimi mesi. E non può essere escluso che alcune attività vengano svolte lontano da telecamere e cronisti.
La direttrice investigativa resta quella che nelle ultimi settimane si è progressivamente concentrata sulle dinamiche personali, affettive e familiari che ruotavano attorno alle vittime e alle persone a loro più vicine. Anche la successione delle ultime audizioni sembra indicare un perimetro sempre più ristretto. Alcune persone sono state ascoltate più volte, altre convocate a distanza di pochi giorni. Nessuno, tuttavia, risulta formalmente indagato nel procedimento per il duplice omicidio.
Resta impossibile stabilire quali elementi abbiano portato gli investigatori a concentrare l’attenzione su un determinato filone. Alle analisi scientifiche, alle testimonianze e agli accertamenti informatici si affianca inevitabilmente il lavoro investigativo tradizionale: verifica dei rapporti personali, ricostruzione degli spostamenti, osservazione dei comportamenti e ricerca di riscontri alle dichiarazioni raccolte. Non è noto se siano state disposte intercettazioni o altre attività tecniche.
Dopo sette mesi, il materiale acquisito potrebbe non essere ancora sufficiente per attribuire responsabilità penali. Potrebbe però aver consentito agli investigatori di formulare ipotesi molto più definite rispetto ai primi mesi dell’inchiesta. È sul confine tra ipotesi e prova che sembra muoversi oggi il lavoro di Procura e Squadra Mobile.
Le certezze, per ora, restano poche e pesantissime.
Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita hanno ingerito ricina. Una quantità elevatissima. Negli atti depositati viene indicato un livello fino a circa 140 volte superiore alla dose minima letale. Un dato difficilmente conciliabile con una semplice esposizione accidentale e che rappresenta uno dei punti centrali dell’inchiesta.
Resta da stabilire chi abbia preparato il veleno, come sia stato somministrato e soprattutto perché.
Antonella e Sara erano entrambe gli obiettivi? Una delle due è stata una vittima collaterale? Il veleno era destinato anche a un’altra persona della famiglia? Oppure l’obiettivo era completamente diverso?
E ancora: madre e figlia avevano scoperto qualcosa? Qualcosa che qualcuno riteneva necessario impedire che venisse raccontato?
Sono le domande attorno alle quali ruota da mesi l’inchiesta. Non è dato sapere quante risposte gli investigatori abbiano già trovato e quante ne stiano ancora cercando. Né se il lavoro di queste settimane serva a individuare una pista oppure, al contrario, a consolidarne una già definita.
Antonelli e Graziano ieri di nuovo una di fronte all’altro. Da sette mesi raccolgono testimonianze, dati, reperti e riscontri. Ora potrebbero essere arrivati al momento di tirare le somme, in attesa degli ultimi risultati tecnici.
O di un errore. Forse del prossimo. O, più semplicemente, di uno già commesso.
luca colella



























