Nessun movimento visibile. Nessuna audizione documentabile, nessuna perquisizione, nessun nuovo sequestro. Anche ieri davanti all’ingresso principale della Questura di Campobasso, dove da mesi stazionano decine di cronisti, non è accaduto nulla che lasciasse intuire nuove attività nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita.
Quella che era stata indicata come un’altra settimana intensa sta trascorrendo, almeno all’esterno, senza troppo clamore. Ma l’assenza di attività visibili non equivale necessariamente a un rallentamento dell’indagine.
Martedì il dirigente della Squadra Mobile di Campobasso, Marco Graziano, è stato notato mentre entrava negli uffici della Procura di Larino. Nessuna comunicazione ufficiale sull’incontro. È ragionevole ritenere che il capo della Mobile e la procuratrice Elvira Antonelli abbiano fatto il punto sull’attività svolta e sui prossimi passaggi investigativi.
Non sarebbe la prima volta. Nel corso dei nove mesi trascorsi dalla morte di madre e figlia si sono tenuti diversi vertici tra Procura e investigatori. In più occasioni agli incontri hanno fatto seguito nuove attività.
Fonti qualificate riferivano ieri pomeriggio che Graziano e i suoi uomini erano al lavoro sul caso, impegnati a mettere insieme gli elementi e i dettagli raccolti nelle ultime settimane. Un lavoro di riscontro che arriva dopo una fase particolarmente intensa dell’inchiesta.
Il 28 settembre gli specialisti del Servizio centrale operativo hanno eseguito le copie forensi del computer e delle dieci pen drive sequestrati il 31 luglio nello studio professionale di Gianni Di Vita a Pietracatella. Il giorno successivo la Mobile ha effettuato tre perquisizioni tra Pietracatella e Campobasso, sequestrando anche una borsa appartenuta ad Antonella Di Ielsi. E un libro di Giose Rimanelli. Sono poi proseguite le audizioni di persone informate sui fatti.
Attività sulle quali resta il massimo riserbo.
Ieri, intanto, a Pietracatella, come accade quasi quotidianamente, sono tornate anche le trasmissioni televisive nazionali che da mesi seguono il caso. I cronisti hanno incontrato nuovamente Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella e nonno di Sara e Alice.
L’anziano continua a chiedere una cosa: conoscere la verità sulla morte della figlia e della nipote. Parla con lucidità, accenna ad alcune ipotesi, a tratti si spinge oltre. Anche per i familiari, d’altronde, resta molto poco ciò che è possibile conoscere dell’attività investigativa coperta dal segreto.
Nelle stesse ore è arrivata però una dichiarazione destinata ad assumere un peso particolare.
A parlare, la procuratrice della Repubblica di Larino, Elvira Antonelli. «Stiamo raccogliendo tutti gli elementi di rilievo su tutte le piste possibili. Quella della accidentalità è, francamente, la più improbabile», ha dichiarato a LaPresse.
Poche parole. Ma significative, soprattutto considerando il riserbo mantenuto fin dall’inizio dalla titolare dell’inchiesta.
La precisazione arriva dopo il dibattito riaperto negli ultimi giorni sull’origine dell’avvelenamento. Gli accertamenti medico-scientifici hanno consentito di stabilire che Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono morte per un’intossicazione da ricina. Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, e la medico legale Benedetta Pia De Luca hanno però chiarito che il dato scientifico, da solo, non consente di stabilire se l’assunzione della sostanza sia stata accidentale o provocata da terzi.
Antonelli non cancella formalmente nessuna possibilità. Precisa infatti che gli investigatori stanno raccogliendo elementi «su tutte le piste possibili». Ma aggiunge una valutazione netta: quella accidentale è, allo stato, la meno probabile.
Una valutazione che non deriva soltanto dagli accertamenti medico-scientifici, ma dal complesso degli elementi raccolti durante nove mesi di indagini: oltre duecento audizioni, 131 reperti acquisiti, sequestri, perquisizioni, accertamenti informatici e gli approfondimenti affidati al Robert Koch Institut di Berlino.
La scienza – è assodato – ha stabilito la causa delle morti. L’inchiesta deve stabilire come quella sostanza sia arrivata nell’organismo di Antonella e Sara e, soprattutto, se dietro quelle morti ci sia stata la mano di qualcuno.
Il fascicolo aperto dalla Procura di Larino è per duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo del mezzo venefico, contro ignoti. Al momento non risultano persone indagate come possibili responsabili dei due cedessi.
Fuori dalla Questura, intanto, tutto sembra fermo.
Dentro, l’indagine continua.
lu_co

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