Che cosa aveva scoperto Sara Di Vita prima di morire? E soprattutto, ne aveva parlato con la madre Antonella? È uno degli interrogativi sui quali si concentrano gli investigatori della Squadra Mobile di Campobasso, impegnati da mesi nelle indagini sul duplice omicidio di Pietracatella. Una possibile chiave di lettura del movente che, secondo quanto riferiscono fonti qualificate, avrebbe assunto un peso crescente nella ricostruzione degli avvenimenti precedenti all’avvelenamento.
L’ipotesi è che la 15enne fosse venuta a conoscenza di una circostanza delicata, potenzialmente in grado di compromettere il rapporto tra i genitori, e che avesse deciso di confidarla alla madre. Non soltanto. Sara potrebbe aver manifestato l’intenzione di affrontare direttamente la questione, senza nascondere ciò che aveva scoperto.
Un comportamento che, almeno sul piano caratteriale, sarebbe stato coerente con la personalità della ragazza descritta da chi la conosceva. A Pietracatella la ricordano come una 15enne vivace, determinata, poco incline a tenere per sé ciò che pensava. «Un peperoncino», l’ha definita più volte la prozia materna, restituendo l’immagine di una ragazza dal carattere deciso.
Naturalmente, si tratta di un’ipotesi investigativa, non di una circostanza accertata. Non è noto quale sarebbe stato il segreto scoperto da Sara, né se gli investigatori abbiano acquisito elementi sufficienti a dimostrare che la ragazza ne avesse effettivamente parlato con Antonella. Resta tuttavia una delle possibili spiegazioni del duplice omicidio.
Il particolare temporale non è secondario. Secondo questa ricostruzione, l’episodio risalirebbe a diversi mesi prima del dicembre 2025. Se così fosse, chi ha deciso di uccidere Antonella Di Ielsi e la figlia avrebbe avuto un periodo relativamente lungo per preparare l’avvelenamento, procurarsi la sostanza tossica e individuare le modalità per somministrarla.
Una pianificazione che potrebbe contribuire a spiegare la scelta della ricina, un veleno estremamente potente, difficile da individuare nelle prime fasi cliniche dell’intossicazione e capace di provocare conseguenze letali.
Anche sulle modalità di approvvigionamento della sostanza gli investigatori stanno lavorando da tempo. Con il trascorrere dei mesi, accanto alla ricerca di eventuali acquisti o contatti riconducibili a canali specializzati, avrebbe acquistato consistenza l’ipotesi di una preparazione artigianale a partire dai semi del ricino.
La pianta è presente anche allo stato spontaneo in diverse zone del Molise. Gli uomini della Squadra Mobile, diretti da Marco Graziano, ne hanno individuati alcuni esemplari anche nel territorio di Pietracatella, provvedendo a documentarne e catalogarne la presenza. Analoghi accertamenti sono stati effettuati in altre località, nell’ambito delle verifiche sulla possibile provenienza.
La disponibilità della pianta, tuttavia, non equivale alla disponibilità del veleno. La ricina è una sostanza tossica contenuta nei semi, ma le modalità attraverso le quali sarebbe stata eventualmente ricavata e utilizzata restano da accertare. La presenza di piante sul territorio non dimostra alcun collegamento con il duplice omicidio.
Secondo quanto emerge da ambienti investigativi, l’ipotesi di una preparazione “artigianale” sarebbe comunque tra quelle maggiormente approfondite. Un percorso che gli inquirenti stanno cercando di verificare anche attraverso le analisi dei dispositivi elettronici sequestrati e le ricerche informatiche effettuate nei mesi precedenti ai decessi.
Il lavoro è particolarmente complesso. La Squadra Mobile, con il supporto degli specialisti del Servizio centrale operativo, ha acquisito una quantità considerevole di materiale, effettuato oltre 250 audizioni e sviluppato accertamenti che comprendono verifiche tecniche, intercettazioni, osservazioni e confronti tra le dichiarazioni raccolte.
Un’attività – tutt’altro che esaurita, sono infatti attese audizioni anche nelle prossime ore – che, secondo fonti attendibili, avrebbe consentito di restringere progressivamente il campo delle persone sulle quali concentrare gli approfondimenti.
L’attenzione investigativa sarebbe attualmente rivolta soprattutto a due persone, un uomo e una donna. Sarebbe inoltre oggetto di valutazione l’eventuale coinvolgimento di una terza persona, anch’essa di sesso femminile.
È necessario precisare che non risultano, allo stato delle informazioni ufficialmente disponibili, contestazioni di responsabilità a carico di queste persone. Né è noto quali elementi abbiano indotto gli investigatori a concentrare su di loro le verifiche. Si tratta di indicazioni che emergono da fonti investigative e che non consentono, da sole, di attribuire responsabilità individuali.
La Procura di Larino, guidata da Elvira Antonelli, mantiene infatti il massimo riserbo sugli sviluppi dell’inchiesta.
Un contributo potrebbe arrivare dagli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino, incaricati degli accertamenti sugli alimenti e sugli altri reperti sequestrati nell’abitazione della famiglia Di Vita.
Il materiale comprende quanto acquisito dagli investigatori nei primi accessi effettuati tra il 29 dicembre e il 7 gennaio, oltre ai 131 campioni raccolti direttamente dagli esperti tedeschi durante il sopralluogo del 30 luglio scorso.
Gli esami sono ancora in corso. Agli specialisti è stata concessa una proroga di 30 giorni. La procuratrice Antonelli ha inoltre prospettato la possibilità di un ulteriore differimento, sempre di 30 giorni, qualora alla fine di novembre le operazioni non fossero concluse.
Di conseguenza, non è escluso che i risultati definitivi possano essere acquisiti soltanto nelle ultime settimane dell’anno, con una loro valutazione complessiva destinata a protrarsi fino all’inizio del 2027.
Gli accertamenti tedeschi potrebbero contribuire a individuare eventuali tracce della sostanza tossica e a chiarire alcuni passaggi dell’avvelenamento. Non è però detto che siano sufficienti a identificare chi abbia materialmente somministrato la ricina.
Resta inoltre aperta la questione degli alimenti consumati dalla famiglia nei giorni precedenti al ricovero di Antonella e Sara. In particolare, gli investigatori continuano a verificare quanto accaduto durante la cena del 23 dicembre, considerata uno dei possibili momenti dell’esposizione al veleno.
Tra gli alimenti sui quali si è concentrata l’attenzione figurano le cozze che Antonella aveva portato a casa dopo un pranzo di lavoro organizzato il 22 dicembre in un ristorante di Campobasso.
Il problema è che degli eventuali avanzi non sarebbe rimasta traccia.
Se fossero stati conferiti nella frazione organica, sarebbero stati ritirati il 24 dicembre. Se invece fossero finiti nell’indifferenziato, il calendario della raccolta a Pietracatella prevedeva il ritiro il 27 dicembre. In entrambi i casi, dunque, i rifiuti avrebbero lasciato l’abitazione prima del primo accesso della Polizia, effettuato il 29 dicembre, dopo la morte di Antonella.
Le possibilità di recuperarli a distanza di dieci mesi appaiono estremamente ridotte.
Rimane però un particolare delle dichiarazioni rese da Gianni Di Vita agli investigatori il 13 gennaio scorso.
Interrogato sulle cozze avanzate dal pranzo aziendale e successivamente portate nell’abitazione, l’ex sindaco aveva affermato: «Non posso dire con certezza quando le abbiamo mangiate in casa – posso però affermare con certezza che gli eventuali residui siano stati buttati con i rifiuti umidi mercoledì 24 dicembre e, lo stesso giorno, sono stati smaltiti i rifiuti in plastica, quindi anche la vaschetta che conteneva le cozze».
Una dichiarazione sulla quale potrebbero rendersi necessari ulteriori chiarimenti.
Secondo le modalità di conferimento previste nel Comune, infatti, i residui delle cozze avrebbero dovuto essere smaltiti nell’indifferenziato e non nella frazione organica. La differenza riguarda sia la destinazione dei rifiuti sia il giorno del loro ritiro.
Per quale ragione Di Vita indicò con certezza il conferimento nell’umido? Aveva assistito personalmente allo smaltimento oppure aveva ricostruito successivamente quanto accaduto? E soprattutto, gli avanzi furono effettivamente gettati il 24 dicembre oppure seguirono un percorso diverso?
Sono interrogativi ai quali gli investigatori stanno cercando di dare risposta. Proprio martedì mattina la Squadra Mobile ha ascoltato l’operatore ecologico che, nel periodo interessato, era incaricato della raccolta dei rifiuti in via Risorgimento, dove si trova l’abitazione della famiglia.
Non è noto quali informazioni abbia fornito agli agenti né se la sua testimonianza abbia consentito di chiarire la questione.
La discrepanza tra le dichiarazioni e le modalità previste per il conferimento non costituisce, naturalmente, un elemento di colpevolezza. Potrebbe dipendere da un errore, da un ricordo impreciso o da una diversa gestione materiale dei rifiuti. Resta però una circostanza da verificare nell’ambito della ricostruzione degli ultimi pasti consumati dalle vittime.
Nei giorni successivi ai decessi, quando l’ipotesi prevalente era ancora quella di una tossinfezione alimentare, la Polizia aveva effettuato un sopralluogo nella discarica di Montagano, cercando i rifiuti organici provenienti da Pietracatella.
Se gli avanzi fossero stati conferiti nell’indifferenziato, quella ricerca potrebbe non aver interessato il materiale effettivamente smaltito. Non è noto, tuttavia, se siano state svolte ulteriori verifiche su altre frazioni di raccolta.
Resta infine l’interrogativo principale: quelle cozze potrebbero essere state il veicolo utilizzato per somministrare la ricina ad Antonella e Sara?
È una possibilità che, sulla base degli elementi disponibili, non può essere né confermata né esclusa. Non risultano accertamenti scientifici che abbiano individuato la sostanza tossica nei molluschi consumati dalla famiglia, né elementi pubblicamente noti che consentano di stabilire con certezza il momento dell’avvelenamento.
L’inchiesta continua dunque a muoversi su due piani: la ricerca del movente e la ricostruzione delle modalità attraverso le quali il veleno sarebbe stato somministrato.
Da una parte l’ipotesi di una scoperta fatta da Sara e successivamente condivisa con la madre. Dall’altra la necessità di individuare chi abbia avuto accesso agli alimenti o agli oggetti utilizzati dalle vittime nei giorni precedenti al ricovero.
Due aspetti che potrebbero essere collegati, ma sui quali mancano ancora conferme ufficiali.
A dieci mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, gli investigatori sembrano aver circoscritto il campo delle verifiche. Resta da comprendere se gli elementi raccolti siano sufficienti a trasformare le ipotesi in prove. Accertata la causa della morte, il problema è stabilire chi abbia somministrato la ricina, come e soprattutto perché. Lu_Co



























