Quattro scuole, quattro ispezioni informatiche, un unico obiettivo: cercare nella memoria dei computer le tracce di eventuali ricerche sulla ricina. Si è conclusa ieri mattina, a Casacalenda, l’ultima delle operazioni disposte dalla Procura di Larino nell’ambito dell’inchiesta sul duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, morte tra il 27 e il 28 dicembre scorsi dopo essere state avvelenate con la potentissima tossina. E proprio nell’ultima tappa degli accertamenti è emerso un particolare che distingue l’ispezione dalle tre precedenti: oltre ai dati del server scolastico, gli investigatori hanno acquisito anche la copia forense del contenuto di un computer portatile.
Gli agenti della Squadra Mobile di Campobasso, tre, affiancati da due specialisti del Servizio centrale operativo, sono arrivati poco prima delle 9 al Liceo delle Scienze Umane dell’istituto comprensivo “Silvio Di Lalla” di Casacalenda. Le operazioni si sono protratte per quasi quattro ore, fino a qualche minuto prima delle 13, quando i cinque poliziotti hanno lasciato l’edificio.
Come già avvenuto all’istituto Agrario e al Liceo Scientifico di Riccia e al Liceo Classico di Campobasso, gli specialisti hanno eseguito una copia dei dati del server che gestisce le connessioni internet della scuola. Un’attività tecnica finalizzata a individuare eventuali elementi utili a ricostruire la navigazione effettuata attraverso la rete dell’istituto, con particolare attenzione alle possibili ricerche riguardanti la ricina, le sue caratteristiche e le modalità di utilizzo.
Ma a Casacalenda c’è stata una novità. A riferirla, al termine delle operazioni, è stato Giovanni Alfonso, perito informatico nominato dall’avvocato Vittorino Facciolla, legale di Gianni e Alice Di Vita, rispettivamente marito e padre e figlia e sorella delle due vittime.
Alfonso ha spiegato che, oltre all’acquisizione dei dati del server, i poliziotti hanno effettuato «la copia forense dei contenuti di un notebook». Una circostanza che apre inevitabilmente nuovi interrogativi. Perché gli investigatori hanno ritenuto necessario estendere gli accertamenti anche a un dispositivo individuale? A chi appartiene quel computer? E soprattutto, quali elementi hanno
indotto gli specialisti dello Sco a concentrarsi proprio su quel portatile?
Domande alle quali, almeno per il momento, non ci sono risposte. Lo stesso consulente informatico ha chiarito di non conoscere le ragioni della scelta investigativa: «Non so il perché, non so di chi possa essere il notebook, ho partecipato solo alle operazioni tecniche di acquisizione».
Una precisazione che impone cautela, ma che non impedisce di ragionare sul contesto nel quale si inserisce l’operazione.
Le quattro scuole interessate dagli accertamenti hanno infatti un elemento in comune: sono istituti frequentati o nei quali lavorano persone vicine alla famiglia Di Vita. Non sembra dunque casuale la scelta delle sedi nelle quali la Procura ha disposto le verifiche informatiche.
A Casacalenda, in particolare, presta servizio Laura, cugina di Gianni Di Vita, insegnante di sostegno già ascoltata numerose volte dagli investigatori della Squadra Mobile nel corso dei lunghi mesi di indagine.
È dunque possibile che il notebook sottoposto ad acquisizione forense sia proprio quello utilizzato dalla docente. Si tratta, è bene sottolinearlo, di un’ipotesi, non di una circostanza accertata.
Fonti interne all’istituto hanno tuttavia confermato che numerosi insegnanti dispongono di computer portatili in dotazione per lo svolgimento delle attività didattiche. Un elemento che rende plausibile l’ipotesi, pur senza dimostrarla.
La differenza rispetto alle precedenti tre ispezioni resta comunque significativa. L’acquisizione dei dati di un server consente di cercare informazioni relative alle connessioni gestite dalla rete scolastica, nei limiti delle registrazioni effettivamente disponibili. L’esame forense di un notebook permette invece di analizzare una quantità potenzialmente più ampia di informazioni: cronologia della navigazione, file, documenti, eventuali ricerche memorizzate e altri dati conservati sul dispositivo, compresi quelli eventualmente recuperabili attraverso gli strumenti specialistici.
L’acquisizione, allo stato, non assume particolari significati. Seguirà un’attività di ricerca e verifica, i cui risultati dovranno essere esaminati e confrontati con il resto del materiale investigativo.
Durante la mattinata è emersa anche un’altra circostanza, risalente a diversi mesi fa. Tra la sede scolastica interessata ieri dall’ispezione e il vicino plesso, distante poche decine di metri e oggi destinato alla scuola primaria, alla fine di marzo sono stati rubati quattro o cinque computer.
Un episodio che, per la sua collocazione temporale, richiama inevitabilmente l’attenzione. Il furto è infatti avvenuto proprio nei giorni in cui cominciava a emergere la verità sulla morte di Antonella e Sara: non una tossinfezione alimentare sfuggita alla diagnosi e quindi alle cure, come inizialmente ipotizzato, ma un avvelenamento provocato dalla ricina.
La coincidenza temporale è suggestiva, ma al momento resta tale. Non risultano elementi che consentano di collegare la sottrazione dei computer al duplice omicidio, né è noto se gli investigatori abbiano ritenuto l’episodio meritevole di approfondimenti nell’ambito dell’inchiesta.
Ma la giornata è stata segnata anche da un altro elemento di grande interesse. Non arriva dalle scuole né dai laboratori informatici, bensì dal cimitero di Pietracatella, dove Alessandro Fulloni, inviato del Corriere della Sera, ha incontrato Gianni Di Vita.
Un incontro casuale che ha consentito di raccogliere parole particolarmente significative da parte dell’uomo che, dal giorno della tragedia, ha mantenuto un atteggiamento di assoluto riserbo nei confronti della stampa.
Fulloni racconta di averlo visto arrivare al cimitero a bordo della sua Alfa Romeo 159 bianca. Gianni era lì per fare visita alle tombe della moglie Antonella e della figlia Sara, sepolte una accanto all’altra, al centro di una piccola aiuola.
Un luogo carico di dolore, affacciato sulla valle del Tappino, dal quale si scorgono il lago di Occhito e le alture molisane.
Inizialmente Di Vita ha ribadito la posizione tenuta in tutti questi mesi: nessuna dichiarazione, nessun commento sull’inchiesta. Poi, proprio per la particolarità del luogo, ha accettato di scambiare qualche parola con il giornalista.
Si è parlato anche di calcio, della sua esperienza da mediano nel Pietracatella e della passione per Roberto Baggio. E di Fabrizio De André, al quale, quando era sindaco del paese, aveva dedicato nel 2014 il belvedere, richiamando i valori degli ultimi, della pietà e del perdono.
Poi la domanda più delicata, quella che tocca una delle ipotesi circolate nei mesi scorsi attorno al duplice avvelenamento: Gianni Di Vita ha mai pensato che il vero bersaglio della ricina potesse essere lui?
La risposta è stata netta: «No. Non ho mai creduto che volessero uccidermi».
E subito dopo una precisazione altrettanto significativa: «Così come non ho mai pensato che volessero uccidere mia figlia e mia moglie».
Parole che non risolvono naturalmente il mistero, ma che restituiscono il punto di vista dell’uomo che ha perso moglie e figlia in circostanze terribili e che continua ad attendere una spiegazione.
Perché qualcuno avrebbe dovuto avvelenare Antonella e Sara? Erano loro le destinatarie della sostanza tossica oppure la ricina era rivolta a un’altra persona? E quale movente potrebbe spiegare un delitto tanto atroce?
Sono interrogativi che accompagnano l’inchiesta fin dalle prime settimane e ai quali gli investigatori stanno cercando di dare risposte attraverso testimonianze, accertamenti scientifici, analisi dei dispositivi elettronici e ricostruzione dei rapporti personali e familiari.
Di Vita, però, non sembra voler avanzare ipotesi. Anzi, nell’ultima battuta affidata al giornalista del Corriere della Sera, manifesta una fiducia precisa nel lavoro degli inquirenti: «Lasciamo fare agli investigatori, sanno molte più cose di quello che immaginiamo».
È forse questa la frase più importante dell’intero colloquio. Non perché contenga una rivelazione, ma perché lascia trasparire la convinzione che il lavoro condotto dalla Procura di Larino e dalla Squadra Mobile abbia prodotto conoscenze e riscontri ben più consistenti di quelli finora emersi pubblicamente.
Una convinzione che, tuttavia, non può essere scambiata per la conferma di una svolta imminente.
Con l’ispezione di Casacalenda si chiude dunque una settimana particolarmente intensa sul fronte degli accertamenti informatici.
Il lavoro degli uomini della Squadra Mobile, diretti da Marco Graziano, e degli specialisti dello Sco si inserisce in un’attività investigativa assai più ampia, coordinata dalla procuratrice di Larino Elvira Antonelli.
Nei mesi scorsi sono stati ascoltati familiari, amici, conoscenti e persone che, a vario titolo, hanno avuto rapporti con le vittime e con il loro nucleo familiare. Sono stati sequestrati e sottoposti ad analisi dispositivi elettronici, eseguiti sopralluoghi nell’abitazione di via Risorgimento a Pietracatella e disposti complessi accertamenti scientifici, anche con il coinvolgimento del Robert Koch Institut di Berlino.
L’obiettivo è ricostruire non soltanto come la ricina sia stata somministrata, ma anche dove sia stata preparata, chi possa averla maneggiata e quale sia stato il percorso seguito dalla sostanza prima di provocare la morte di Antonella e Sara.
La ricerca di eventuali tracce digitali rappresenta uno dei tasselli di questo mosaico. Chi ha cercato informazioni sulla ricina? Da quale dispositivo? Attraverso quale connessione? E soprattutto, quando?
Sono domande alle quali potrebbero contribuire a rispondere i dati acquisiti nelle quattro scuole, qualora le verifiche restituiscano elementi pertinenti e tecnicamente attribuibili.
L’inchiesta per duplice omicidio volontario resta contro ignoti. Nessuna delle persone ascoltate può essere considerata responsabile sulla base delle sole relazioni personali con la famiglia o degli accertamenti eseguiti nei luoghi in cui lavora.
E mentre gli specialisti si preparano a esaminare il materiale informatico raccolto, restano le parole pronunciate da Gianni Di Vita davanti al cimitero dove riposano sua moglie e sua figlia.
Poche frasi, dopo mesi di silenzio. E soprattutto quella fiducia negli investigatori, che «sanno molte più cose di quello che immaginiamo».
La speranza è che quelle conoscenze possano presto trasformarsi in risposte. Per Antonella, per Sara e per un’intera comunità che, a quasi dieci mesi dalla tragedia, continua a chiedersi chi abbia ucciso le due donne. E perché.
Casacalenda, accoglienza: voto 10
Una menzione particolare, a conclusione della quarta e ultima puntata delle ispezioni informatiche nelle scuole molisane, la merita il personale dell’istituto di Casacalenda.
L’accoglienza riservata ai cronisti è stata semplicemente superlativa. I giornalisti, numerosi come nelle giornate precedenti, sono stati ricevuti da un professore delegato dalla dirigente scolastica, che con disponibilità, cortesia e professionalità ha fornito tutte le informazioni necessarie, garantendo anche un prezioso supporto logistico.
Un’attenzione particolarmente apprezzata dai tecnici delle emittenti televisive, impegnati a districarsi tra cavalletti, telecamere, microfoni, cuffie, faretti e attrezzature di ogni genere. Chi lavora sul campo sa bene quanto possa fare la differenza trovare interlocutori disponibili e un’organizzazione capace di agevolare il lavoro dell’informazione, naturalmente nel rispetto delle attività investigative e scolastiche.
A Casacalenda tutto questo è accaduto. Con naturalezza, senza inutili complicazioni e con una cortesia che merita di essere sottolineata. Voto 10.
Non si può dire che sia andata esattamente allo stesso modo nelle tre “puntate” precedenti. Lu_Co



























