Nessuna nuova audizione, ma una giornata dedicata all’esame e alla rielaborazione del materiale acquisito negli ultimi giorni. Ieri gli investigatori della Squadra Mobile di Campobasso, coordinata dal dirigente Marco Graziano, hanno proseguito le attività tecniche nell’ambito dell’inchiesta sul duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte tra il 27 e il 28 dicembre dello scorso anno dopo aver ingerito ricina.
Parallelamente, gli specialisti del Servizio centrale operativo stanno lavorando all’estrazione e all’analisi dei dati contenuti nei numerosi dispositivi elettronici sequestrati nel corso delle indagini. Un’attività complessa, che si affianca agli accertamenti scientifici sui reperti raccolti nell’abitazione di via Risorgimento e in corso in Germania.
La prossima settimana, secondo quanto riferiscono fonti qualificate, sarà caratterizzata da una nuova serie di audizioni. Gli investigatori torneranno ad ascoltare diverse persone e non è escluso che alcune di queste siano già state sentite nei mesi precedenti. L’obiettivo è approfondire gli elementi acquisiti e verificare eventuali circostanze ancora da chiarire.
Il nodo principale resta quello del vettore attraverso il quale la ricina è stata introdotta nell’abitazione e successivamente ingerita dalle due vittime. Gli inquirenti sembrano avere una ricostruzione piuttosto definita della vicenda, ma l’individuazione del mezzo utilizzato per somministrare il veleno continua a rappresentare un passaggio decisivo.
Su questo fronte, anche gli accertamenti affidati agli specialisti dell’Istituto Robert Koch di Berlino potrebbero non fornire tutte le risposte attese. Il problema riguarda soprattutto la sorte dei residui della cena del 23 dicembre, durante la quale, secondo l’ipotesi investigativa, Antonella e Sara avrebbero assunto la sostanza tossica.
Quei rifiuti sono finiti in discarica. Gianni Di Vita, come riferito agli investigatori, era solito smaltire ogni sera i rifiuti domestici quando la famiglia si trovava riunita nell’abitazione di Pietracatella. All’alba del 24 dicembre la ditta incaricata del servizio ha effettuato la raccolta, conferendo successivamente il materiale nella discarica di Montagano.
Diverso potrebbe essere il discorso per le borracce sequestrate nell’abitazione, una delle quali sarebbe stata utilizzata abitualmente da Sara. Se la ricina fosse stata introdotta in uno di quei contenitori, le analisi condotte in Germania potrebbero restituire elementi utili a ricostruire le modalità dell’avvelenamento. Al momento, tuttavia, non sono noti risultati conclusivi degli accertamenti.
Nelle ultime ore è emerso anche un particolare relativo proprio allo smaltimento dei rifiuti della cena del 23 dicembre. Giovanna, moglie di Luigi, fratello di Antonella Di Ielsi, intervistata da Vincenzo Rubano per Dentro la notizia e da Simone Carusone per La vita in diretta, ha raccontato che la cognata era solita gettare i gusci delle cozze nel sacco dell’indifferenziata, anziché in quello dell’umido-organico.
Una circostanza che potrebbe apparire significativa, considerando che nella notte tra il 23 e il 24 dicembre a Pietracatella venne effettuata la raccolta dell’organico, mentre quella dell’indifferenziato, secondo le informazioni disponibili, sarebbe avvenuta il 27 dicembre.
Il dettaglio, tuttavia, potrebbe non modificare il quadro. La Polizia entrò nell’abitazione dei Di Vita soltanto dopo il secondo decesso, quello di Antonella, avvenuto il 28 dicembre. Pertanto, anche qualora i gusci delle cozze fossero stati effettivamente conferiti nell’indifferenziata e fossero rimasti nei contenitori dopo la raccolta del 24, potrebbero essere stati rimossi il 27, prima dell’intervento degli investigatori.
Resta dunque da stabilire se quella diversa modalità di smaltimento possa avere una qualche rilevanza oppure se si tratti di un elemento privo di conseguenze per gli accertamenti. Il problema di fondo non cambia: i residui alimentari della cena indicata dagli investigatori come possibile momento dell’avvelenamento non risultano più disponibili per le analisi.
Intanto, sul versante del possibile movente, l’avvocato Vittorino Facciolla, legale di Gianni e Alice Di Vita, continua a contestare la consistenza dell’ipotesi passionale emersa nell’inchiesta.
Dopo aver espresso le proprie valutazioni a Primo Piano Molise, il penalista è tornato sull’argomento giovedì sera, durante la trasmissione Ore 14 condotta da Salvo Sottile.
Il giornalista gli ha chiesto se, oltre al dolore per la perdita della moglie e della figlia, sul suo assistito pesino i sospetti legati alla relazione extraconiugale che, secondo quanto ricostruito, non sarebbe stata immediatamente riferita agli investigatori.
Facciolla ha respinto questa lettura. «Non so perché si insiste a dire che non è stata ammessa subito. È una ricostruzione dal mio punto di vista estremamente fantasiosa. Del rapporto con Monia è stato riferito agli inquirenti con immediatezza».
Secondo il difensore, si sarebbe trattato di una relazione ormai conclusa, da collocare in un periodo lontano dai fatti oggetto dell’indagine. A sostegno di questa ricostruzione ha richiamato anche i messaggi tra Antonella e una sua amica, più volte citati nelle cronache, risalenti al 2018 e al 2019.
«È chiaro che la ricostruzione, quella se vogliamo anche più morbosa, pronta, facile, vuole collocarla in uno spazio temporale diverso, assai prossimo all’omicidio, ma così non è», ha osservato il penalista.
Facciolla ha quindi ribadito di considerare estremamente debole un eventuale movente passionale collegato al rapporto tra Gianni Di Vita e Monia.
«Gianni è persona di cultura, di educazione, così come lo era Antonella, con strumenti educativi e culturali idonei a fronteggiare qualsiasi crisi senza giungere neppure a immaginare un delitto così efferato. Peggio ancora che potesse coinvolgere sua figlia».
Una valutazione difensiva che il legale ritiene incompatibile con l’ipotesi investigativa. «Penso che siamo assai distanti dalla realtà», ha aggiunto, esprimendo fiducia nel lavoro degli inquirenti, che a suo giudizio stanno procedendo con cautela e senza trascurare alcun elemento.
Secondo Facciolla, proprio il prosieguo degli accertamenti potrà chiarire l’origine della vicenda e dimostrare l’infondatezza di eventuali accuse nei confronti del suo assistito.
L’inchiesta della Procura di Larino, coordinata da Elvira Antonelli, resta intanto aperta per duplice omicidio volontario mediante somministrazione di veleno, a carico di ignoti. Nessuna conclusione definitiva sul movente o sulle modalità con cui la ricina è stata somministrata alle vittime.
Le prossime audizioni, gli accertamenti sui dispositivi elettronici e i risultati delle analisi scientifiche rappresentano i passaggi sui quali si concentrerà ancora il lavoro degli investigatori. lu_co

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