«Io voglio la verità». Dieci mesi dopo la morte della moglie Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute il 27 e 28 dicembre a causa di un’intossicazione acuta da ricina, Gianni Di Vita, torna a parlare. Lo fa davanti alla giornalista di Teleregione Alessandra Potena, in un’intervista nella quale ripercorre il peso di questi mesi, le domande senza risposta e soprattutto il desiderio di arrivare alla verità.
Un lungo sfogo nel quale l’ex sindaco di Pietracatella, intercettato mercoledì sera, alterna rabbia, amarezza e momenti di forte commozione. A partire da una domanda che, racconta, gli viene rivolta continuamente: vuole davvero conoscere la verità?
«Tutti mi chiedono “ma vuoi la verità?”. Ma come sarebbe possibile non volerla? Specialmente nella mia situazione. Se io non volessi la verità vorrebbe dire che avrei qualcosa da nascondere, che sarei colpevole: ma che domanda è? Ma che vi devo rispondere? Certo che la voglio. Ma la voglio per mille motivi: la voglio per giustizia, la voglio perché io e Alice non saremo mai sereni se non ci sarà questa verità La voglio per poter rispondere ad Alice, perché se in questo momento siamo presi da quello che accade, fra 10 anni non sarà così. Alice mi chiederà “papà che è successo quella notte”, “che è successo in quelle due notti?”. Ma io che le rispondo? Io voglio la verità».
È anche il futuro della figlia Alice a pesare nelle parole di Di Vita. Un futuro nel quale, teme, le domande potrebbero diventare ancora più difficili da affrontare. E mentre l’indagine prosegue, la famiglia si trova ancora a fare i conti con una quotidianità completamente stravolta.
«In questi 10 mesi io ho cambiato quattro case, cioè non so se ve ne rendete conto. Siamo dovuti scappare a Campobasso perché Alice aveva gli esami di maturità. Mi implorava di trovare una casa a Campobasso, siamo stati due mesi a Campobasso. Ma è possibile vivere così? Da non imputato tra l’altro? Io credo che non sia possibile».
Parole che restituiscono anche il senso di isolamento vissuto dal padre e marito di Antonella e Sara. Di Vita racconta di essersi trovato, in questi mesi, a fare i conti non soltanto con il dolore per la perdita, ma anche con una pressione che, a suo dire, ha finito per condizionare ogni aspetto della sua vita: «A chi li devo fare questi appelli, al buon Dio? Io non so, a chi devo fare un appello? Mi è stato rimproverato di non fare appelli. Ogni giorno ne esce una nuova sui giornali. Ma posso rettificare tutti i giorni? Sarà l’ultima volta che parlo. Ve lo dico proprio, non fermatemi mai più».
Poi il tono cambia. Il ricordo di Antonella e Sara porta la conversazione su un terreno ancora più doloroso. Di Vita parla da marito e da padre e confessa una speranza che, precisa, non considera priva di fondamento: che la morte delle due donne non sia stata provocata da un delitto.
«Io sono un padre, sono un marito. Non so come spiegarvelo. Non vorrei che fosse stato un delitto, per me sarebbe la seconda tragedia. Io spero, mi auguro che la verità sia questa. È una speranza. Non è che sia del tutto infondata ma credo che sia legittimo che io lo pensi. Io sono il marito di Antonella, il papà di Sara. Sapere che è stato commesso un delitto per me sarebbe una seconda tragedia. Ma è possibile che non si capisca questo?».
Occhi lucidi e voce spezzata accompagnano lo sfogo successivo. Di Vita ribadisce di non avere paura e di non avere nulla da nascondere. Ma, soprattutto, dice di voler vedere conclusa una vicenda che da dieci mesi continua a occupare la sua vita e quella della figlia.
«Io non ho paura di nulla – spiega -, non ho paura di nulla perché non ho nulla da nascondere. Voglio solo che finisca il prima possibile questa storia. La cosa peggiore è successa a Natale. Tutto quello che accade adesso non mi può far paura, non mi spaventa nella maniera più assoluta. Io sono solo contro cento. Abbiamo fiducia negli inquirenti. Ma vogliamo aspettare almeno che arrivi il referto della Germania? Ma di che cosa parliamo? Di che cosa io dovrei parlarvi?».
Poi la chiusura, quasi a segnare un limite dopo mesi nei quali ogni parola è stata passata al setaccio. «Sarà l’ultima volta che parlo», aveva detto poco prima. E l’intervista si conclude così, con la richiesta di attendere gli esiti degli accertamenti e con la speranza, ancora una volta, che siano le indagini a dare finalmente una risposta alle domande rimaste aperte.

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