Il Molise non è immune dalla piaga del lavoro nero e del caporalato, un fenomeno che continua a rappresentare una ferita aperta nel sistema economico e sociale italiano. In regione, secondo l’elaborazione dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre su dati Istat riferiti al 2023, gli occupati irregolari stimati sono 13.800, con un tasso del 12,6%, superiore alla media nazionale che si attesta al 10. Ancora più significativo è il peso economico del sommerso: il valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare in Molise raggiunge i 366 milioni di euro, pari al 5,2% del valore aggiunto totale regionale. Un dato che colloca la regione sopra la media italiana del 4.
Numeri che fotografano una realtà spesso silenziosa, meno visibile rispetto ad altri territori del Mezzogiorno ma non per questo marginale. Se Calabria, Campania e Sicilia rappresentano le regioni con la maggiore incidenza del lavoro nero – rispettivamente con tassi di irregolarità del 17,9, 14,4 e 14% – anche il Molise continua a fare i conti con un fenomeno radicato che attraversa diversi comparti produttivi, dall’agricoltura all’edilizia, fino ai servizi alla persona.
Il tema torna drammaticamente di attualità dopo il caso di cronaca che ha sconvolto la Calabria: quello dei braccianti pakistani morti arsi vivi in un incendio scoppiato in un insediamento precario nella Piana di Sibari, ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Una tragedia che ha riportato sotto i riflettori nazionali le condizioni di vita e di lavoro di migliaia di lavoratori stranieri impiegati nelle campagne italiane, spesso in condizioni di estrema vulnerabilità, senza adeguate tutele contrattuali, con salari da fame e costretti a vivere in alloggi di fortuna privi delle minime condizioni di sicurezza.
Secondo la Cgia, in Italia il lavoro nero genera un volume d’affari superiore ai 77 miliardi l’anno. Una cifra enorme, che testimonia quanto il sommerso rappresenti ancora oggi un segmento strutturale dell’economia nazionale. Oltre un terzo di questa ricchezza irregolare – circa 27,5 miliardi – si concentra nel Mezzogiorno, dove opera quasi il 38% dei 2,6 milioni di lavoratori non regolari stimati nel Paese.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il fenomeno non riguarda esclusivamente il Sud Italia. Se storicamente il caporalato e il lavoro nero sono stati associati alle campagne meridionali, oggi il sommerso si estende in maniera significativa anche nel Centro-Nord, coinvolgendo comparti sempre più ampi dell’economia. Non solo agricoltura ed edilizia, dunque, ma anche logistica, ristorazione, assistenza domiciliare, servizi di consegna e perfino il cosiddetto “caporalato digitale”, dove il controllo della manodopera passa attraverso piattaforme informatiche e algoritmi che decidono ritmi, incarichi e perfino l’accesso al lavoro.
Tra i settori più colpiti dal lavoro irregolare emergono soprattutto i servizi alla persona. Colf e badanti registrano infatti un tasso di irregolarità che sfiora il 49%, il più alto in assoluto. Seguono agricoltura e pesca, con oltre il 20% di lavoro nero, e il settore dell’intrattenimento e delle attività artistiche. Particolarmente esposto anche il comparto dell’alloggio e della ristorazione, che continua a registrare numeri elevati di lavoratori irregolari.
Il legame tra lavoro nero e caporalato resta fortissimo. Lo sfruttamento della manodopera agricola, spiegano gli esperti, si alimenta soprattutto in presenza di lavoratori fragili: immigrati con documenti precari, persone in condizioni economiche disperate o prive di alternative occupazionali. A pesare sono anche l’isolamento geografico dei luoghi di lavoro, la stagionalità dei raccolti, le carenze nei trasporti e nelle sistemazioni abitative.
Fenomeni di sfruttamento dei lavoratori stranieri sono documentati da anni in aree simbolo come la Capitanata foggiana, Villa Literno nel Casertano, l’Agro Pontino e la Piana di Gioia Tauro. Ma casi analoghi, sottolinea la Cgia, sono stati scoperti nel tempo anche nel Nord Italia, in Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, segno che il fenomeno non conosce più confini geografici.
Dietro il caporalato, inoltre, non ci sarebbe soltanto la criminalità organizzata o l’avidità di pseudo-imprenditori senza scrupoli. Secondo molte organizzazioni agricole, una parte del problema deriverebbe anche dagli squilibri della filiera agroalimentare, dominata da pochi grandi committenti capaci di imporre prezzi molto bassi ai piccoli produttori, comprimendo margini e costringendo alcuni a ridurre il costo del lavoro per restare sul mercato.
Il Molise, pur nelle sue dimensioni ridotte, non può considerarsi estraneo a questo scenario. I numeri raccontano una realtà che impone attenzione e vigilanza, soprattutto in territori agricoli e nei comparti più esposti al rischio di irregolarità. Perché dietro le statistiche ci sono persone, diritti negati e, talvolta, tragedie che ricordano quanto il confine tra sfruttamento e disperazione possa diventare drammaticamente sottile.

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