Da un lato la prova scientifica, dall’altro il lavoro investigativo. L’inchiesta sul duplice omicidio di Pietracatella procede lungo due direttrici parallele che, secondo gli investigatori, dovranno convergere nello stesso punto: individuare con certezza chi abbia ucciso Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita e in che modo la ricina sia stata somministrata alle due vittime.
Da ieri mattina, nei laboratori del Robert Koch Institut di Berlino, sono entrati nel vivo gli accertamenti affidati dalla Procura di Larino agli specialisti Christian Herzog e Sylvia Worbs. Il centro tedesco, considerato uno dei principali riferimenti europei nello studio delle tossine biologiche e della ricina, sta analizzando i campioni prelevati durante le autopsie e i circa settanta alimenti sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento subito dopo il duplice decesso. Sotto esame anche i campioni di sangue prelevati la scorsa settimana a Gianni Di Vita e alla figlia Alice, nell’ambito degli approfondimenti disposti dalla procuratrice Elvira Antonelli.
Per espressa indicazione del direttore dell’istituto, non è consentito l’accesso ai laboratori a personale esterno. Per garantire il pieno contraddittorio e la tracciabilità delle operazioni, la Procura ha disposto che tutte le attività vengano integralmente videoregistrate. I filmati saranno successivamente messi a disposizione del pubblico ministero, delle parti offese e degli eventuali indagati.
Conclusi gli esami a Berlino, gli stessi consulenti torneranno in Molise. Nei primi giorni di agosto è infatti previsto un nuovo sopralluogo nell’abitazione di Pietracatella, dove verranno effettuate ulteriori ricerche per individuare eventuali tracce della sostanza venefica all’interno dell’immobile.
Parallelamente è ripresa anche l’attività della Squadra Mobile di Campobasso. Dopo il summit operativo di lunedì negli uffici della Questura, coordinato dal dirigente Marco Graziano, gli investigatori hanno programmato le attività dei prossimi giorni, a partire da una nuova serie di audizioni di parenti, amici e conoscenti della famiglia Di Vita.
Il riserbo continua a essere assoluto e nulla trapela sul contenuto delle dichiarazioni raccolte. Secondo quanto si apprende, alcune persone potrebbero essere nuovamente convocate dopo essere già state ascoltate nei mesi scorsi. Una scelta che potrebbe essere legata alla necessità di chiarire aspetti rimasti poco convincenti oppure di verificare nuove circostanze emerse dalle altre testimonianze o dall’analisi dei dati estratti dai dispositivi elettronici sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento e da quello in uso ad Alice Di Vita.
L’impressione, ormai sempre più netta, è che la direzione delle indagini non si stia più spostando dalla pista familiare. Gli investigatori continuerebbero a concentrare la loro attenzione su un numero molto ristretto di persone, due o tre al massimo, tutte appartenenti alla cerchia più vicina alle due vittime. Si tratta di indiscrezioni che continuano a non trovare conferme ufficiali, ma che risultano coerenti con il lavoro di consolidamento portato avanti dalla Procura di Larino nelle ultime settimane.
L’ipotesi investigativa, sulla quale permane il massimo riserbo, è che chi ha agito conoscesse perfettamente le abitudini quotidiane di Antonella e Sara e potesse accedere senza destare sospetti ai luoghi frequentati dalle due donne. Se dovesse trovare conferma una delle ricostruzioni al vaglio degli investigatori, secondo cui la ricina sarebbe stata diluita in una bevanda o comunque somministrata attraverso un contenitore d’uso quotidiano, è evidente che l’autore avrebbe potuto operare indisturbato, confidando di non essere scoperto.
Anche questo spiegherebbe perché chi indaga ritiene che il delitto sia stato pianificato con estrema accuratezza. Individuare la ricina come causa della morte, infatti, si è rivelato un percorso lungo e complesso, reso possibile soltanto grazie all’intervento di specialisti di livello internazionale. Chi ha preparato e messo in atto il piano poteva ragionevolmente confidare che la sostanza non sarebbe mai stata individuata.
Restano però ancora aperti gli interrogativi più importanti: il movente, il luogo in cui il veleno sarebbe stato reperito, le modalità con cui sarebbe stato preparato e somministrato e, soprattutto, le conoscenze necessarie per utilizzare una tossina tanto potente quanto poco conosciuta. Sono le risposte che la Procura conta di ottenere mettendo insieme gli esiti degli accertamenti scientifici, le testimonianze raccolte in oltre sei mesi di indagini e i riscontri emersi dall’analisi dei dispositivi elettronici sequestrati.
È su questo mosaico che gli investigatori stanno lavorando, con l’obiettivo di trasformare gli indizi in prove prima delle prossime – e a quanto pare imminenti – determinazioni processuali.
lu_co

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