Per ogni atleta arriva il momento in cui un sogno coltivato da bambino smette di essere un pensiero fisso e diventa una maglia da indossare. Per Manuel Papa, atleta matesino, quel momento è arrivato a Jesolo, ai Mondiali Youth WAKO disputati a settembre scorso, con il tricolore della Nazionale sul petto. Agli ottavi di finale ha superato un avversario turco, ai quarti si è fermato di fronte a un atleta del Kazakistan, con il podio a un passo. Ci racconta la settimana mondiale, il lavoro al fianco del suo allenatore Mattia Amatuzio e la voglia di ripartire.
Manuel, che cosa ha significato per te indossare la maglia della Nazionale ai Mondiali di Jesolo?
«Voglio rispondere con poche parole, le uniche che per me rendono l’idea di ciò che ho vissiuto: è stato semplicemente incredibile».
Un sogno che viene da lontano?
«Sin da quando ero piccolo, l’idea di rappresentare il mio Paese era un pensiero fisso, quasi un’ossessione magnifica. Ricordo ancora quando ho infilato i guantoni per la prima volta: ero solo un bambino con tanta energia, ma con gli occhi pieni di meraviglia nel guardare i campioni più grandi. Trascorrevo le ore in palestra a perfezionare i colpi, a sudare sul tatami e a sognare quel tricolore cucito sul petto. Ogni allenamento, ogni sacrificio, le rinunce con gli amici e i sabati sera passati a preparare la borsa erano tutti tasselli indirizzati verso un unico grande obiettivo».
Chi ha reso possibile questo traguardo?
«Naturalmente, sono riuscito a raggiungere questi risultati grazie al sostegno incondizionato, alla guida costante e alla straordinaria determinazione del mio allenatore Mattia Amatuzio. È stato lui a credere in me fin dal primo giorno, anche quando ero io il primo a dubitare delle mie capacità. Con pazienza e fermezza mi ha insegnato la disciplina, ha corretto ogni singolo dettaglio tecnico e mi ha spinto oltre i miei limiti mentali e fisici. Nei momenti di sconforto o stanchezza, le sue parole sono sempre state la scintilla capace di riaccendere la motivazione. Senza la sua visione, la sua esperienza e la fiducia totale che ha riposto in me, indossare quel tricolore sarebbe rimasto soltanto un bel sogno nel cassetto. Quando finalmente è arrivata la chiamata della Nazionale, ho capito che tutto quel lavoro condiviso a bordo tatami stava dando i suoi frutti più belli».
Com’è stata la tua settimana mondiale?
«I Mondiali si sono svolti dal 18 al 27 settembre, una settimana intensa, carica di adrenalina e respirata insieme ai migliori atleti del mondo».
Agli ottavi di finale hai affrontato un atleta turco. Com’è andata?
«È stato un match durissimo, combattuto colpo su colpo dal primo all’ultimo secondo. È stata una vera e propria battaglia di nervi, fiato e determinazione, dove non c’era spazio per il minimo errore. E anche in questa occasione la presenza del mio maestro e la sua voce mi hanno dato la lucidità necessaria per non cedere alla pressione. Alla fine, trovando le energie ultime nel profondo, sono riuscito a spuntarla e a vincere, portando a casa una vittoria fondamentale per il morale e per il tabellone».
Poi, ai quarti, lo stop. Che cosa ricordi di quel match?
«Ai quarti di finale ho incrociato i guantoni con un atleta del Kazakistan, incredibilmente forte e pulito dal punto di vista tecnico. Sapevo che sarebbe stata un’impresa ardua. Ho dato sul ring tutto quello che avevo dentro, lottando con il cuore e senza tirare mai indietro il corpo o la testa, ma alla fine ha vinto lui, fermando la mia corsa verso la medaglia».
Con quale spirito torni a casa, e adesso?
«Anche se resta un pizzico di amaro in bocca per il podio sfumato a un passo, torno a casa con la consapevolezza di aver dato l’anima e con un bagaglio d’esperienza inestimabile. Questa gara non è un punto d’arrivo, ma solo un altro capitolo del percorso iniziato quando ero bambino. La voglia di lavorare a testa bassa fianco a fianco con il mio allenatore, di migliorare ogni dettaglio e di tornare ancora più forte è più viva che mai».
ppm

























