Mentre gli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino lavorano sui reperti sequestrati e la Squadra Mobile di Campobasso prosegue senza sosta audizioni e approfondimenti investigativi, chi è rimasto continua ad attendere una sola risposta: sapere chi ha ucciso Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita.
A distanza di oltre sei mesi dal duplice decesso, il giallo di Pietracatella continua a occupare quotidianamente le cronache nazionali. A Morning News, su Mediaset, l’inviato Vincenzo Rubano ha raccolto la testimonianza di una zia di Antonella, che ha affidato alle telecamere un appello semplice ma efficace: fare piena luce sulla vicenda e ottenere giustizia per le due donne.
Su Raiuno, invece, ai microfoni di Uno Mattina News, è stato il padre di Antonella e nonno di Sara, Salvatore Di Ielsi, a raccontare il dramma vissuto dalla famiglia.
L’anziano, visibilmente provato ma lucido nelle risposte, ha spiegato che né lui né gli altri congiunti avevano mai percepito problemi tali da far immaginare una crisi irreversibile tra Antonella e il marito Gianni Di Vita.
Le indiscrezioni emerse nel corso delle indagini, secondo cui Antonella avrebbe confidato a un’amica l’intenzione di separarsi, sono state apprese dai familiari esclusivamente attraverso gli organi di informazione.
Alle domande sul possibile movente, Salvatore Di Ielsi ha risposto con la prudenza di chi, dopo sei mesi, continua a convivere con più interrogativi che certezze.
«Dicono che forse sia stata la gelosia. Se così fosse, doveva essere mia figlia a essere gelosa di chi voleva prendere il suo posto. Non il contrario».
Poi l’affermazione più significativa.
«Io non escludo nessuna ipotesi. Deve venire fuori chi è stato. Non è uno scherzo questo. Chiunque sia. Se fosse stato il marito… va bene, pagherà. Che ci possiamo fare. Ma oggi non lo sappiamo».
Parole che fotografano alla perfezione il momento dell’inchiesta.
Le ipotesi investigative esistono, ma la Procura di Larino continua a muoversi con estrema prudenza.
La relazione autoptica ha ulteriormente consolidato il quadro tossicologico, confermando la presenza della ricina nei corpi delle due vittime. Resta invece ancora da stabilire con assoluta certezza attraverso quale veicolo la potente tossina sia stata somministrata.
Parallelamente proseguono le attività delegate all’istituto di Berlino, uno dei più autorevoli centri europei nello studio delle tossine biologiche.
Gli specialisti tedeschi stanno analizzando un elenco estremamente mirato di reperti biologici, alimentari e clinici: i campioni pre e post mortem delle vittime, gli organi e i tessuti prelevati durante le autopsie, il contenuto gastrico e intestinale, i circa settanta alimenti sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento e perfino i campioni di sangue l’altro giorno prelevati a Gianni e Alice Di Vita per verificare l’eventuale presenza di anticorpi anti-ricina. Un programma di lavoro costruito non per verificare genericamente l’esistenza della tossina, ma per sottoporre a rigorosa verifica scientifica la ricostruzione investigativa maturata in questi mesi.
Nel frattempo la Squadra Mobile continua ad ascoltare familiari, amici e conoscenti delle vittime, confrontando ogni dichiarazione con i dati estratti dai dispositivi elettronici sequestrati.
È un’attività investigativa che procede contemporaneamente sul piano tradizionale e su quello scientifico.
Tra i vari aspetti del complicato giallo, uno emerge con maggiore evidenza: l’impressione è che gli investigatori non stiano più cercando una pista tra tante possibili.
Stanno invece verificando, punto dopo punto, che la ricostruzione fin qui elaborata resista a ogni possibile riscontro scientifico prima di compiere il passo successivo.
Se così fosse, il lavoro del Robert Koch Institut potrebbe rappresentare il momento decisivo dell’intera inchiesta.
Perché gli esperti tedeschi non dovranno limitarsi a confermare la presenza della ricina.
Potrebbero riuscire a stabilirne la concentrazione, individuare eventuali residui sugli oggetti sequestrati, verificare se altri soggetti siano entrati in contatto con la tossina senza sviluppare un’intossicazione letale e, soprattutto, contribuire a ricostruire il percorso seguito dal veleno fino alle due vittime.
È in quel momento che il quadro investigativo potrebbe compiere il salto definitivo: dagli indizi raccolti in oltre sei mesi di lavoro a prove scientifiche utilizzabili nel processo.
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