L’inchiesta sul duplice omicidio di Pietracatella si avvicina a uno dei passaggi destinati a segnare una svolta nelle indagini. Dopo sette mesi di accertamenti, torneranno a breve nell’abitazione di via Risorgimento la Squadra Mobile di Campobasso, la Polizia Scientifica e gli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino, ai quali la Procura di Larino ha affidato parte degli approfondimenti tecnico-scientifici. Non sarà eseguito un unico sopralluogo, ma una serie di accessi che potrebbero protrarsi per più giorni, considerata la complessità delle verifiche da eseguire e la necessità di esaminare in modo capillare ogni ambiente dell’immobile.
L’obiettivo resta quello di cercare eventuali tracce residue di ricina su superfici, arredi, suppellettili, indumenti e in ogni altro punto ritenuto utile ai fini investigativi. Un’attività considerata estremamente delicata, destinata a richiedere metodologie sofisticate e tempi necessariamente lunghi, anche perché l’abitazione si sviluppa su più livelli e ogni locale dovrà essere sottoposto a verifiche approfondite. Gli esperti attesi a Pietracatella hanno pure mandato di confrontare i risultati delle analisi di laboratorio con quanto sarà ancora possibile rilevare direttamente nella casa dove sono state avvelenate Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia quindicenne Sara Di Vita.
Nel frattempo prosegue senza soste il lavoro scientifico nei laboratori del Robert Koch Institut. Il dottor Herzog e i suoi assistenti stanno esaminando i circa settanta campioni di alimenti sequestrati nell’abitazione, gli altri reperti acquisiti nel corso delle indagini e i campioni biologici trasmessi dalla Procura. Un’attività destinata a conoscere una prima, importante scadenza entro venerdì 31 luglio, termine fissato nel verbale di conferimento dell’incarico per la risposta al primo dei quesiti formulati dalla Procura di Larino.
Ai consulenti è stato infatti chiesto di stabilire se nei campioni ematici pre e post mortem e nei campioni biologici prelevati nel corso delle autopsie siano presenti tracce di ricina; in caso affermativo, di quantificarne la concentrazione nei tessuti esaminati e di fornire un quadro della casistica scientifica internazionale, con particolare riferimento agli effetti fisiologici provocati dall’assunzione della tossina. Si tratta del primo riscontro ufficiale atteso dagli investigatori, destinato a integrare il patrimonio probatorio già raccolto nei mesi scorsi e a orientare le successive attività investigative.
Parallelamente continua anche il lavoro della Squadra Mobile negli uffici della Questura di Campobasso. Le audizioni di persone informate sui fatti non si sono mai interrotte e proseguono tuttora. Gli investigatori continuano a convocare parenti, conoscenti e persone che, per conoscenza diretta o indiretta della famiglia, potrebbero contribuire a chiarire aspetti rimasti ancora privi di una spiegazione definitiva. Ogni verbale viene confrontato con quelli già raccolti, con i dati estratti dai telefoni cellulari e dagli altri dispositivi sequestrati e con le risultanze delle consulenze tecniche, seguendo quel metodo indicato fin dal primo giorno dalla procuratrice Elvira Antonelli: nessuna conclusione anticipata, ma la ricerca di riscontri oggettivi capaci di sostenere un eventuale processo oltre ogni ragionevole dubbio.
Mentre l’attività investigativa va avanti, a Pietracatella continuano a rincorrersi ricostruzioni e convinzioni spesso diametralmente opposte. Il piccolo centro di poco più di mille abitanti appare ormai diviso in due filoni di pensiero, sebbene non di pari consistenza.
Da una parte c’è chi continua a ritenere che la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara possa essere stata il tragico risultato di un incidente. È una convinzione che, secondo quanto emerge raccogliendo testimonianze in paese, trova maggiore consenso tra persone vicine alla famiglia Di Vita. Le ipotesi avanzate sono diverse: dall’assunzione accidentale della ricina destinata ad altri fino alla possibilità che i semi della pianta, molto simili ai fagioli o ad altri legumi, possano essere stati confusi durante la preparazione di un alimento. Una tesi che continua a circolare, pur scontrandosi con gli elementi raccolti finora dagli investigatori.
L’altro orientamento, decisamente più diffuso tra le persone vicine alla famiglia Di Ielsi e, soprattutto, in linea con l’ipotesi investigativa sulla quale lavora la Procura, è invece quello dell’omicidio premeditato mediante l’utilizzo del veleno. È proprio all’interno di questo filone che vengono riferiti particolari sui rapporti familiari che sarebbero stati ben diversi da quelli descritti inizialmente. C’è chi parla di tensioni mai realmente sopite, di telefonate avvenute immediatamente dopo i decessi, di rapporti non idilliaci tra le vittime e alcuni parenti, di silenzi ritenuti inspiegabili e di versioni che, secondo più racconti raccolti in paese, non coinciderebbero con la realtà dei fatti.
Naturalmente ogni testimonianza resa lontano dagli uffici di polizia va valutata con estrema prudenza. In una comunità così piccola, sconvolta da un duplice delitto senza precedenti, suggestioni, convinzioni personali e ricostruzioni indirette rischiano facilmente di sovrapporsi ai fatti. Tuttavia, quando gli stessi episodi, gli stessi rapporti e le stesse circostanze vengono riferiti da più persone, anche senza apparenti collegamenti tra loro, il quadro assume inevitabilmente un diverso peso investigativo.
Ed è proprio questo il lavoro che da mesi stanno svolgendo gli uomini della Squadra Mobile di Marco Graziano. Ogni dichiarazione viene verificata, confrontata con le altre e sovrapposta ai verbali già acquisiti, nella ricerca di conferme o smentite. Gli investigatori sono perfettamente consapevoli di quanto viene raccontato nel paese e stanno cercando di distinguere ciò che appartiene al pettegolezzo da ciò che, invece, può trasformarsi in un elemento utile all’inchiesta.
Tra gli abitanti di Pietracatella cresce così la convinzione che il movente possa nascondersi proprio all’interno di quei rapporti familiari descritti per lungo tempo come sereni ma che, secondo numerose testimonianze, avrebbero presentato tensioni e fratture ben precedenti al duplice omicidio.
L’inchiesta continua quindi a svilupparsi lungo due binari destinati a incrociarsi: quello scientifico, che entro pochi giorni riceverà il primo importante contributo degli specialisti del Robert Koch Institut, e quello investigativo, alimentato dalle continue audizioni e dalla rilettura di centinaia di verbali raccolti in circa sette mesi di lavoro. La sensazione che filtra dagli ambienti investigativi è che il quadro sia ormai prossimo a completarsi. Restano ancora alcuni tasselli da collocare, ma la convinzione della Procura non sembra essere cambiata: la verità è già contenuta negli elementi raccolti. Occorre soltanto trovare l’ultimo incastro prima che il «grande puzzle», evocato dalla procuratrice Antonelli, possa dirsi definitivamente completato.
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