L’inchiesta sul duplice omicidio di Pietracatella entra in una fase destinata a incidere in maniera significativa sul prosieguo delle indagini. Giovedì 30 luglio, a partire dalle ore 9, gli investigatori torneranno nell’abitazione di via Risorgimento, sequestrata ormai da sette mesi, per dare avvio al primo di una serie di sopralluoghi tecnico-scientifici che, almeno dalle previsioni, dovrebbero protrarsi anche nei giorni successivi.
Accanto agli uomini della Squadra Mobile e della Polizia Scientifica di Campobasso saranno presenti gli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino e gli investigatori della polizia criminale tedesca (Bundeskriminalamt – BKA), chiamati a collaborare nell’attività irripetibile disposta dalla Procura di Larino.
L’obiettivo è quello indicato nel quesito formulato dalla procuratrice Elvira Antonelli ai consulenti tecnici: procedere, se necessario, al campionamento di indumenti, mobili, suppellettili e di ogni altro oggetto ritenuto utile per accertare l’eventuale presenza di ricina o di altri componenti riconducibili al Ricinus communis, riferendo poi nel dettaglio gli esiti delle analisi di laboratorio conseguenti ai campioni acquisiti.
Si tratta del naturale punto di incontro tra il lavoro investigativo svolto in questi mesi dalla Squadra Mobile e quello scientifico affidato ai laboratori tedeschi. I consulenti confronteranno ciò che emergerà direttamente all’interno dell’abitazione con i risultati delle analisi già in corso sui circa settanta campioni di alimenti, sui reperti sequestrati e sui campioni biologici acquisiti dalla Procura.
L’attività si svolgerà con particolari misure di sicurezza: il personale impiegato utilizzerà dispositivi di protezione individuale contro eventuali contaminazioni ambientali; tutte le operazioni saranno videoregistrate e le persone interessate (indagati, consulenti di parte e parti offese) potranno assistervi da remoto attraverso le apparecchiature predisposte dall’autorità giudiziaria.
Per gli investigatori rappresenta uno degli ultimi tasselli di un mosaico costruito in oltre sette mesi di lavoro. Da una parte continuano le audizioni di persone informate sui fatti e la rilettura dei verbali; dall’altra proseguono gli accertamenti tossicologici e biologici del Robert Koch Institut. La Procura continua a muoversi secondo il metodo indicato fin dall’inizio: nessuna accelerazione, ma la ricerca di riscontri oggettivi capaci di sostenere un eventuale processo oltre ogni ragionevole dubbio.
Poi, però, c’è una storia che non appartiene alle carte processuali. È una storia che parla di vita.
Il 22 maggio scorso, mentre l’inchiesta continuava il suo percorso silenzioso tra laboratori, consulenze e interrogatori, a Pietracatella è nato un bambino.
È il figlio di Luigi Di Ielsi, fratello di Antonella e zio di Sara, uccise dalla ricina nell’abitazione di via Risorgimento.
La notizia è rimasta riservata per settimane.
Quel giorno, per chi professa la fede cristiana, la Chiesa celebra Santa Rita da Cascia, la santa dei casi impossibili. E forse è anche per questo che quella nascita, in una famiglia travolta dal dolore più difficile da immaginare, assume un significato che va oltre la semplice coincidenza.
Luigi e sua moglie hanno scelto di chiamare il loro bambino Antonello Aras. Antonello, come Antonella. Aras, declinazione al maschile di Sara.
Due nomi che diventano uno soltanto. Un modo discreto, profondissimo, per dire che nessuno muore davvero finché continua a vivere nel ricordo di chi resta.
In questi sette mesi Luigi e suo padre Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella e nonno di Sara, hanno dato una lezione che va ben oltre la compostezza.
Sono parti offese nei procedimenti aperti dalla Procura. Avrebbero avuto mille ragioni per urlare, accusare, sfogare una rabbia che sarebbe stata comprensibile a chiunque. Non lo hanno mai fatto.
Mai una dichiarazione sopra le righe. Mai una polemica. Mai un gesto di stizza.
Hanno continuato a vivere nel modo in cui hanno sempre vissuto: lavorando, soffrendo in silenzio e aspettando.
Aspettando soltanto una cosa. La verità.
La chiedono dal 28 dicembre scorso e continuano a chiederla oggi, con la stessa dignità con cui hanno affrontato il dolore più grande che un padre e un fratello possano conoscere.
Sanno che quella verità potrebbe essere ancora più difficile da sopportare della lunga attesa.
Ma la cercano comunque. Perché soltanto la verità può dare un senso a una tragedia che un senso, probabilmente, non lo avrà mai.
E chissà se quel bambino nato il giorno di Santa Rita rappresenti davvero un segno del destino oppure soltanto una coincidenza.
Di certo, mentre giovedì mattina gli investigatori torneranno a cercare nella casa di via Risorgimento le ultime tracce lasciate dalla morte, da qualche parte, nello stesso paese, ci sarà una culla che ricorda a tutti che la vita, qualche volta, trova ancora la forza di ricominciare.

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