Nessuna svolta apparente. Ed è forse proprio l’assenza di novità a indicare che l’inchiesta sul duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita sta vivendo una delle fasi più delicate.
Lontano dai riflettori, mentre gli investigatori mantengono il più stretto riserbo, la Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso continuano a lavorare senza interruzioni su un’indagine che, dopo oltre sette mesi, sembra avviarsi verso il momento decisivo.
Negli uffici della Questura di Campobasso, diretti dal dirigente della Squadra Mobile Marco Graziano, proseguono le audizioni delle persone informate sui fatti. Un’attività tutt’altro che routinaria: gli investigatori continuano a mettere a confronto i verbali raccolti nei mesi scorsi con le nuove dichiarazioni, verificandone la coerenza alla luce dei dati estratti dai telefoni cellulari, dai computer e dagli altri dispositivi elettronici sequestrati nel corso dell’inchiesta. L’obiettivo è ricostruire con la massima precisione relazioni personali, spostamenti, comunicazioni e ogni elemento utile a consolidare il quadro investigativo.
Anche oggi, mentre nella vicina Scuola Allievi Agenti “Giulio Rivera” il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il capo della Polizia Vittorio Pisani partecipano alla cerimonia del giuramento degli allievi, l’attività investigativa prosegue senza soste all’interno della Questura. È un lavoro silenzioso, metodico, scandito dal continuo incrocio tra gli accertamenti tradizionali e quelli scientifici.
Proprio sul fronte scientifico l’attenzione resta rivolta a Berlino. Nei laboratori del Robert Koch Institut, uno dei principali centri mondiali nello studio delle tossine biologiche, sono in corso da inizio luglio le analisi sugli alimenti e sugli altri reperti sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento subito dopo i decessi. A questi si sono aggiunti, dalla scorsa settimana, i 131 campioni raccolti durante il sopralluogo del 30 luglio: tamponi, patch e “trappole chimiche” prelevati in ogni ambiente della casa per verificare l’eventuale presenza di ricina o di altri elementi riconducibili al Ricinus communis.
Non è escluso che alcuni primi riscontri siano già arrivati all’attenzione degli inquirenti italiani. Se così fosse, tuttavia, nulla è trapelato. Sul contenuto degli accertamenti, così come sull’intera attività investigativa, continua infatti a prevalere una linea di assoluta riservatezza, coerente con l’impostazione mantenuta fin dall’inizio dalla procuratrice Elvira Antonelli.
Quella che si sta vivendo è probabilmente la fase più intensa dell’inchiesta. Da una parte i consulenti tedeschi cercano la prova scientifica della contaminazione; dall’altra la Squadra Mobile continua a verificare testimonianze, confrontare versioni e ricostruire ogni dettaglio della vicenda.
Nel frattempo alcuni punti sembrano ormai consolidati. Le consulenze tecniche fin qui acquisite hanno portato la Procura ad aprire un secondo fascicolo per duplice omicidio volontario premeditato aggravato dall’uso del mezzo venefico, dopo che gli specialisti del Centro antiveleni del Maugeri di Pavia hanno accertato la presenza di ricina nei campioni biologici delle due vittime. Parallelamente resta aperto il procedimento per omicidio colposo nei confronti di cinque sanitari, finalizzato a verificare eventuali profili di responsabilità lungo il percorso assistenziale seguito dalle due donne.
Alla luce degli elementi raccolti finora, appare sempre meno plausibile l’ipotesi di un’assunzione accidentale della sostanza. Le relazioni tecniche collocano tra il 23 e il 24 dicembre la finestra temporale nella quale Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sarebbero entrate in contatto con la ricina. Un dato che orienta sempre più l’indagine verso un gesto deliberato e pianificato. Se davvero qualcuno ha scelto di colpire in quei giorni, potrebbe aver confidato proprio nel periodo natalizio, caratterizzato da numerosi pranzi, cene e incontri conviviali, per rendere più difficile ricostruire con precisione la provenienza dell’alimento contaminato e la catena dei contatti.
Le piste seguite dagli investigatori restano coperte dal segreto istruttorio. L’unico elemento che emerge dal complesso delle attività investigative è che l’attenzione si concentra sul contesto familiare, pur senza che, allo stato, vi siano persone iscritte nel registro degli indagati per il procedimento relativo al duplice omicidio. Gianni Di Vita e la figlia Alice, più volte ascoltati dagli investigatori nel corso dei mesi, mantengono la posizione processuale di persone offese.
La strategia della Procura non cambia: nessuna accelerazione, nessuna anticipazione. Prima verificare ogni elemento raccolto, poi compiere il passo successivo. È la stessa linea che ha caratterizzato tutta l’inchiesta fin dal dicembre scorso e che, proprio in queste settimane, sembra avvicinarsi al momento in cui gli accertamenti scientifici e quelli investigativi saranno chiamati a convergere in un unico quadro ricostruttivo. Per ora nessuna novità eclatante. Ma proprio il silenzio che accompagna queste ore potrebbe rappresentare l’indizio più evidente di un’indagine entrata nella sua fase decisiva.
lu_co





























