«Non sono un investigatore. Le uniche certezze che abbiamo» sui decessi di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita «sono quelle» relative all’assunzione di ricina. «E, sulla base di quelle certezze, io non sono in grado di dire se sia stato accidentale o volontario». Carlo Locatelli – intervistato dal collega Enzo Luongo dell’Ansa – torna a parlare del caso di Pietracatella e lo fa dopo le polemiche suscitate dalle dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi a “Ore 14”, il programma di Rai 2 condotto da Salvo Sottile.
Il direttore del Centro antiveleni Maugeri di Pavia, uno dei consulenti nominati dalla Procura di Larino nell’inchiesta sulla morte delle due donne, era intervenuto mercoledì scorso davanti alle telecamere della trasmissione, sostenendo che, allo stato delle sue conoscenze, non fosse possibile escludere l’ipotesi di un’assunzione accidentale della ricina. Locatelli aveva richiamato anche alcuni casi descritti nella letteratura scientifica nei quali l’intossicazione era avvenuta accidentalmente o per confusione di semi.
Parole che hanno fatto molto discutere, soprattutto perché arrivate mentre l’inchiesta della Procura di Larino procede per duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo di sostanze venefiche e mentre la Squadra Mobile di Campobasso sta intensificando l’attività investigativa.
Locatelli, però, respinge l’idea di aver introdotto elementi nuovi. Spiega che la sua posizione non è cambiata rispetto ai mesi scorsi e traccia un confine netto tra ciò che può affermare come medico e tossicologo e ciò che compete invece agli investigatori. Un confine tanto più importante in un caso che, dal punto di vista scientifico, continua a presentare caratteristiche eccezionali.
Perché le sue ultime dichiarazioni hanno suscitato così tanto clamore? Cosa ha detto di diverso rispetto al passato?
«Nelle mie ultime dichiarazioni non c’è nulla di diverso rispetto a quello che ho sempre detto nei mesi passati. Erano cose che avevo già detto. E infatti non capisco perché ci sia questo accanimento. Io non ho mai dichiarato niente di diverso, non sono un investigatore. Le uniche certezze che abbiamo sono quelle e, sulla base di quelle certezze, io non sono in grado di dire se sia stato accidentale o volontario. Noi tutti i giorni ci confrontiamo con problematiche di ogni tipo, che sono accidentalità che uno non si aspetta mai che succedano, piuttosto che altre cose. Per cui io non voglio dire che sia accidentale o qualcos’altro, non ho gli strumenti per dirlo, ma se poi non si trova nessun’altra spiegazione rimane che una cosa può essere anche accidentale».
Non può andare oltre anche perché possiamo immaginare che lei non sia informato su come si siano evolute le indagini negli ultimi mesi.
«Certo, noi non sappiamo cosa abbiano in mano gli investigatori e ci mancherebbe. Noi facciamo i medici e non i poliziotti o i magistrati. Facciamo il nostro mestiere, basta e avanza, e non ci mettiamo a fare quello degli altri. Quindi per me non c’è nessuna novità. Io dalla Procura o da altro non ho alcuna notizia, non ho alcuna evidenza che ci sia qualcosa di strambo. È solo che dopo le ultime dichiarazioni si sono scatenati…».
Lei ha citato più volte i casi precedenti di avvelenamento da ricina che avete trattato: casi non letali, quindi con dosaggi di veleno molto diversi da quelli di Pietracatella?
«Questo è evidente. Tanto è vero che negli altri casi le persone coinvolte si sono salvate, in questo di Pietracatella no. Negli altri casi, poi, avevamo una cosa fondamentale per noi che è l’anamnesi, cioè c’era un adulto o un bambino che aveva ingerito dei semi di ricino e, sulla base di questo, li abbiamo trattati facendo – e faccio un esempio semplice – la lavanda gastrica o facendoli vomitare. Si fa per evitare che si verifichi un’intossicazione grave. Tutto questo, in quest’ultimo caso, non è stato possibile farlo. Le due donne hanno avuto dei livelli che abbiamo giudicato compatibili con la mortalità, anche perché la clinica era compatibile. Tenendo sempre presente, però, che questi casi sono unici al mondo, sono i primi casi al mondo».
Ingerendo i semi di ricino interi si può morire?
«Tutti i casi che noi abbiamo avuto in passato erano da semi presenti in natura. In questo caso di Pietracatella potrebbe essere che qualcuno abbia dato la polvere di ricina fabbricata in qualche modo, ma in Italia la cosa più semplice che abbiamo avuto fino ad adesso è che abbiano mangiato dei semi».
Sulla morte di Sara e Antonella, oltre al fatto che sono decedute a causa della ricina, quali altre certezze abbiamo?
«Possiamo escludere che il veleno sia stato iniettato, non c’è nessun segno in questo senso. Non è stato nemmeno inalato perché avrebbe dato dei sintomi diversi: non la gastroenterite, ma sintomi irritativi delle vie respiratorie che non hanno avuto. Quindi per me rimane solo l’ingestione».
Dalla Germania potranno arrivare elementi nuovi importanti oppure no?
«I tedeschi ci hanno chiesto di poter collaborare con noi per questo caso e noi siamo stati felici di poter avere un confronto, visto che siamo solo noi a fare queste cose strambe. Avere un confronto con altre persone in grado di dosare ricina, fare indagini e dare un supporto ci è parso utile. Dal punto di vista scientifico il confronto è sempre corretto e utile. Cosa possano fare loro di diverso da noi non lo so, perché loro non hanno l’esperienza che abbiamo noi sui casi di intossicazione nell’uomo. Loro hanno esperienza nell’andare a misurare dove è stata preparata una polvere per atti criminosi, più da polizia, da ambientale. Sulle parti biologiche sono stati felici di venire ad apprendere da noi molte cose e a confrontarsi con noi; noi, in compenso, abbiamo detto che non volevamo fare nulla di ambientale perché non è il nostro mestiere, non siamo capaci, non abbiamo le tecniche per andare a fare il dosaggio, per esempio, nell’acqua o nel vino. Non tocca a noi fare quelle cose lì e questo lo fanno loro. Quindi è una collaborazione importante, ma non penso che possano sconvolgere le nostre cose».
Sul piano pratico, quella che si chiude oggi è stata, intanto, una settimana particolarmente intensa sul fronte investigativo. Negli ultimi dieci giorni l’andirivieni negli uffici della Questura di Campobasso è stato notevole. Gli uomini della Squadra Mobile diretta da Marco Graziano hanno ascoltato numerose persone informate sui fatti, alcune delle quali già sentite in passato.
Tra queste ci sono due cugine di Gianni Di Vita, Laura e Loredana, e Monia, l’insegnante di matematica di Riccia amica del marito e padre delle vittime. Quest’ultima domenica scorsa è rimasta per oltre quattro ore davanti agli investigatori. Sono stati ascoltati anche l’infermiere che somministrò la flebo a Sara e la moglie dell’uomo. Una sequenza di audizioni che testimonia quanto sia ancora serrato il lavoro di ricostruzione dei giorni e delle ore che precedettero i malori e, più in generale, del contesto nel quale maturò la tragedia.
Ieri, pur essendo regolarmente al lavoro, gli uomini della Mobile non hanno – almeno per quanto è dato sapere – convocato altre persone informate sui fatti. Per oggi non è noto se siano previste nuove audizioni. Non sarebbe comunque una sorpresa: proprio domenica scorsa gli investigatori hanno continuato a lavorare e ad ascoltare testimoni, circostanza che aveva colto un po’ tutti di sorpresa.
Grande attenzione resta concentrata anche sulla Germania. Notizie considerate interessanti sarebbero già arrivate dai laboratori tedeschi, ma per comprendere il significato complessivo degli accertamenti sarà necessario attendere le relazioni finali del Robert Koch Institut. La complessità delle analisi e il loro stato di avanzamento non consentono, al momento, di anticiparne le conclusioni.
Il caso dell’avvelenamento di Sara e Antonella, come ribadisce lo stesso Locatelli, resta estremamente complesso anche sul piano scientifico. La letteratura disponibile è limitatissima e le caratteristiche riscontrate a Pietracatella rendono la vicenda, secondo il direttore del Centro antiveleni, sostanzialmente senza precedenti per quanto riguarda l’intossicazione umana.
Gli esami tedeschi rappresentano dunque un tassello importante, ma non sono l’unico elemento sul tavolo. La Squadra Mobile ha accumulato in quasi nove mesi una mole enorme di informazioni: centinaia di audizioni, verifiche documentali e accertamenti, ai quali si aggiungono inevitabilmente tutte le attività investigative che, per loro natura, non vengono rese pubbliche.
Non sembra infatti un caso la distinzione sottolineata da Locatelli: il dato scientifico può stabilire ciò che è accaduto nell’organismo delle vittime e contribuire a ricostruire modalità e via dell’intossicazione; stabilire come e perché il veleno sia arrivato fino a Sara e Antonella spetta invece agli investigatori e alla Procura.
Ci vorrà ancora tempo e l’esito dell’inchiesta non può essere dato per scontato. Ma, audizione dopo audizione e accertamento dopo accertamento, gli elementi raccolti continuano ad aumentare. E mentre si attendono le conclusioni definitive dalla Germania, è possibile che una parte importante delle risposte sia già contenuta nell’enorme patrimonio investigativo accumulato in questi mesi dalla Squadra Mobile.
Lu_Co

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