Due borracce contenenti liquido trasparente e inodore. Una delle due con «evidenti residui solidi». Furono sequestrate il 7 gennaio nell’abitazione di Pietracatella dove vivevano Antonella Di Ielsi, Gianni Di Vita e le figlie Sara e Alice. Oggi fanno parte dei reperti sui quali stanno lavorando gli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino.
Il sequestro non è nuovo. È agli atti da mesi. Ma rileggendo l’elenco del materiale inviato in Germania per gli approfondimenti sulla ricina, proprio quei due oggetti tornano ad attirare l’attenzione.
Anche per una particolarità temporale. Non furono acquisiti nell’immediatezza dei decessi di Antonella e Sara, avvenuti il 27 e il 28 dicembre, ma in una seconda fase. Il 7 gennaio gli investigatori tornarono infatti nello stabile di via Risorgimento e sequestrarono altro materiale.
Il verbale descrive una «borraccia in alluminio di colore bianco, recante la dicitura Safe Driving e tappo in similplastica nero a vite, contenente liquido trasparente inodore con evidenti residui solidi» e una seconda «borraccia in similplastica di colore nero contenente liquido trasparente inodore».
Entrambe si trovavano nella sala dell’appartamento al secondo piano dello stabile, quello nel quale viveva la famiglia Di Vita. Erano appoggiate su un tavolino vicino al caminetto.
Nella stessa attività gli agenti sequestrarono anche un terzo reperto. Questa volta al primo piano, nell’appartamento dove viveva la madre di Gianni Di Vita.
Si tratta, secondo la descrizione contenuta negli atti, di un piccolo contenitore di vetro trasparente, con tappo a vite in alluminio verde e bianco, al cui interno era presente una «sostanza granulare di colore scuro, dal lieve sentore di pepe». Insieme al contenitore fu acquisito anche un foglio di carta tipo Scottex, bianco e blu, sul quale era presente una sostanza granulare analoga.
Materiale che oggi rientra nel più ampio campionario sottoposto agli approfondimenti degli specialisti tedeschi.
È soprattutto l’esito delle analisi sulle due borracce ad essere atteso con interesse. Al momento non è noto se abbiano restituito elementi utili all’inchiesta e non risulta ufficialmente che la ricina sia stata individuata al loro interno.
È quindi necessario tenere separati i dati acquisiti dalle ipotesi investigative.
La prima certezza è che la ricina è stata ingerita da Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Lo ha chiarito anche il professor Carlo Locatelli, direttore del Centro antiveleni Maugeri di Pavia e consulente della Procura: non è stata inalata né iniettata.
Resta invece da individuare con certezza il vettore attraverso il quale il veleno è entrato nell’organismo delle due vittime.
Finora l’attenzione si è concentrata soprattutto sugli alimenti consumati nei giorni precedenti ai malori e sui numerosi reperti sequestrati. Ma una borraccia, per le sue caratteristiche, rappresenta inevitabilmente un oggetto da verificare con particolare attenzione: una sostanza potrebbe essere introdotta in un liquido e assunta senza passare attraverso la preparazione di una pietanza.
Non significa che sia accaduto.
Non è neppure possibile stabilire, sulla base di quanto finora noto, a chi appartenessero le due borracce, chi le utilizzasse abitualmente o se una di esse fosse nella disponibilità di Antonella.
Sono proprio questi interrogativi a rendere particolarmente interessante l’esito degli accertamenti.
Una delle ipotesi possibili è che una borraccia potesse essere utilizzata anche fuori dall’abitazione, eventualmente sul luogo di lavoro. Ma, allo stato, non esistono elementi conosciuti che consentano di collegare questa eventualità alla somministrazione della ricina o a un possibile incontro con chi avrebbe preparato il veleno.
L’unico dato certo resta il sequestro del 7 gennaio e la decisione di inserire quei reperti tra quelli affidati agli specialisti del Robert Koch Institut.
Ed è proprio Berlino uno dei fronti più riservati dell’inchiesta.
Nel verbale di conferimento dell’incarico la procuratrice di Larino Elvira Antonelli aveva indicato una serie di scadenze per gli accertamenti. Alcune sono ormai trascorse. Non è però dato sapere ufficialmente se gli specialisti tedeschi abbiano già trasmesso risultati, se lo abbiano fatto soltanto per una parte dei reperti o se siano state richieste proroghe.
Procura e Squadra Mobile mantengono il massimo riserbo.
Ed è un silenzio significativo soprattutto perché gli accertamenti scientifici devono ora essere incrociati con quanto raccolto dagli investigatori attraverso audizioni, sopralluoghi, sequestri e analisi dei dispositivi elettronici.
Ieri, nonostante le indiscrezioni su possibili nuove convocazioni, almeno per quanto è stato possibile verificare non si sono tenute altre audizioni negli uffici della Questura di Campobasso.
Il vertice dei giorni scorsi tra la procuratrice Antonelli e il dirigente della Squadra Mobile Marco Graziano aveva lasciato ipotizzare una nuova serie di interrogatori. Almeno per ora non è avvenuto.
Questo non significa che l’indagine abbia rallentato.
Fonti qualificate, come riferito ieri da Primo Piano Molise, parlano al contrario di significativi passi avanti compiuti negli ultimi giorni. Gli investigatori starebbero progressivamente restringendo il campo anche sul luogo nel quale la ricina potrebbe essere stata lavorata o comunque preparata prima di essere trasferita nel vettore utilizzato per somministrarla alle vittime.
Su questo fronte, però, il riserbo è assoluto.
La prossima attività già programmata è fissata per lunedì mattina. Negli uffici della Questura gli specialisti dello Sco inizieranno le operazioni sui dispositivi elettronici sequestrati a Gianni Di Vita: un computer e diverse pen drive dai quali saranno eseguite le copie forensi.
Gli investigatori cercheranno dati, documenti, conversazioni, navigazioni internet e qualsiasi altro elemento possa contribuire alla ricostruzione degli ultimi mesi e dei rapporti tra le persone entrate nell’inchiesta.
Sempre che, nel frattempo, la Mobile non decida di convocare nuovamente qualcuno.
È già accaduto che le audizioni proseguissero durante il fine settimana. E nulla esclude che possa accadere ancora.
Intanto restano le due borracce sequestrate il 7 gennaio. Due reperti tra molti altri, sui quali soltanto gli esami scientifici potranno dire se esista o meno un collegamento con il veleno che ha ucciso Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita.
Lu_Co

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*