Una borsa appartenuta ad Antonella Di Ielsi. È uno degli oggetti prelevati ieri nel corso della nuova, intensa giornata di attività nell’inchiesta sulla morte della donna e della figlia quindicenne Sara Di Vita. Un oggetto personale della vittima che, a nove mesi dal duplice decesso, entra ora nel materiale acquisito dalla Squadra Mobile di Campobasso e dagli uomini del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato.
Non è noto cosa contenesse la borsa, né per quale ragione gli investigatori abbiano ritenuto utile acquisirla. Il dato, però, si inserisce in una giornata scandita da perquisizioni, sequestri e ripetuti accessi in Questura di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, che allo stato resta parte offesa e non risulta indagato nel procedimento per duplice omicidio volontario aggravato dall’uso del veleno aperto dalla Procura di Larino.
Le attività sono cominciate ieri mattina a Pietracatella. Gli uomini della Mobile diretta da Marco Graziano, affiancati questa volta sul campo dagli agenti dello Sco arrivati da Roma, hanno raggiunto l’abitazione dove attualmente vive Di Vita. È la casa nella quale il commercialista è tornato dopo alcuni mesi trascorsi lontano dal paese.
All’indomani della morte della moglie e della figlia, Di Vita era stato ospitato inizialmente dalla cugina Laura. Successivamente si era trasferito a Campobasso. Con la partenza della figlia Alice per l’Università in una città del Nord, è tornato a vivere in paese.
Proprio nell’abitazione ieri mattina gli investigatori hanno cercato e acquisito materiale ritenuto utile agli accertamenti. Tra gli oggetti prelevati, secondo quanto si è appreso, c’è appunto una borsa che era in uso ad Antonella Di Ielsi. Su tutto il resto rimane il massimo riserbo.
Conclusa la prima attività, gli agenti e lo stesso Di Vita si sono spostati nello studio professionale di via Risorgimento, a Pietracatella. Un luogo che nell’inchiesta assume anche una particolare collocazione geografica: si trova proprio di fronte all’abitazione ancora sotto sequestro nella quale, secondo la ricostruzione investigativa, Antonella e Sara avrebbero ingerito la ricina nei giorni precedenti il Natale scorso.
Anche nello studio i poliziotti hanno effettuato una perquisizione e acquisito altro materiale. Poi il lavoro si è spostato a Campobasso, nello studio da commercialista di Di Vita in via D’Amato.
Qui gli investigatori sono rimasti più a lungo. Le operazioni si sono concluse intorno alle 10.45. Qualche minuto prima delle 11, Di Vita è salito su un’auto della Squadra Mobile ed è stato accompagnato in Questura.
L’ingresso negli uffici di via Tiberio è avvenuto attraverso un accesso sul retro dell’edificio, ma non è sfuggito ai numerosi cronisti che da ore seguivano gli spostamenti degli investigatori. Il commercialista è rimasto negli uffici della Polizia per oltre un’ora e successivamente è uscito, ancora a bordo di un’auto di servizio.
La mattinata, però, non era finita.
Poco dopo Di Vita è tornato in Questura. Questa volta, per quanto si è appreso, di propria iniziativa. Con sé aveva un altro dispositivo elettronico, che avrebbe consegnato agli investigatori. Si tratterebbe di una memoria esterna collegata a un computer.
Ultimate le formalità, poco prima delle 14 è uscito a piedi dal cancello principale di via Tiberio. Ad attenderlo c’erano i giornalisti, che lo hanno seguito per alcune decine di metri. Appariva stanco e con il volto teso, ma alla domanda sulle sue condizioni ha risposto: «Sono serenissimo e non ho nulla da dichiarare».
A chi gli chiedeva perché da mesi avesse scelto di non parlare pubblicamente dell’inchiesta e della morte della moglie e della figlia, Di Vita ha ribadito di non voler rilasciare dichiarazioni, aggiungendo però che avrebbe valutato con il proprio legale l’eventualità di parlare con i giornalisti.
Proprio il suo avvocato, Vittorino Facciolla, nel corso della mattinata ha ricondotto le perquisizioni alla normale attività investigativa, ribadendo un elemento che resta centrale anche dopo gli atti di ieri: Gianni Di Vita non è indagato. Nel procedimento per il duplice omicidio volontario, allo stato, non risultano persone iscritte nel registro degli indagati.
Sembrava la conclusione di una giornata già particolarmente intensa. Invece, intorno alle 18.15, Di Vita è comparso nuovamente in Questura.
È stata la terza volta nel giro di poche ore.
È arrivato a bordo di un’auto, probabilmente di un familiare, entrata dall’accesso principale e poi fatta parcheggiare sul retro dell’edificio. Dalla vettura il commercialista ha scaricato due personal computer, successivamente consegnati agli uomini della Mobile. È rimasto negli uffici di via Tiberio per circa mezz’ora, quindi ha lasciato nuovamente la Questura pare, riportando con se, entrambi i pc (probabilmente gli agenti hanno acquisito gli hard disk degli stessi).
Tre perquisizioni, dunque, tra Pietracatella e Campobasso. Materiale acquisito. Una borsa appartenuta ad Antonella Di Ielsi. Dispositivi elettronici e due computer consegnati nel corso della giornata. E tre ingressi di Gianni Di Vita negli uffici della Squadra Mobile.
È stata una delle giornate operative più intense dall’apertura del fascicolo per duplice omicidio volontario, dopo i lunghi sopralluoghi effettuati nell’abitazione di via Risorgimento.
L’accelerazione arriva, inoltre, a poche ore da un altro accertamento tecnico. Lunedì sono infatti iniziate in Questura le operazioni sui dispositivi sequestrati a Di Vita il 31 luglio: dieci pen drive e un computer. Le attività sono state affidate proprio agli specialisti del Servizio centrale operativo e puntano innanzitutto alla realizzazione delle copie forensi, necessarie per cristallizzare i dati e consentire le successive analisi senza intervenire sui supporti originali.
Il fronte informatico rappresenta ormai uno dei terreni sui quali si sta sviluppando l’inchiesta. Gli investigatori cercano elementi utili a ricostruire rapporti, contatti, conversazioni, spostamenti e navigazioni internet, insieme a qualsiasi dato che possa contribuire a chiarire cosa sia accaduto nei giorni precedenti la morte di Antonella e Sara.
Ma la presenza a Campobasso degli uomini dello Sco assume adesso una dimensione più ampia. Finora gli specialisti della Polizia erano intervenuti principalmente sul versante tecnico delle copie dei dispositivi sequestrati. Ieri hanno invece affiancato direttamente la Squadra Mobile nelle attività di perquisizione.
Negli ultimi giorni lo stesso dirigente della Mobile, Marco Graziano, è stato almeno due volte a Roma. Non sono note le ragioni delle trasferte e non è possibile stabilire se siano direttamente collegate alle attività eseguite ieri. Resta il dato della presenza operativa a Campobasso degli uomini del Servizio centrale, al fianco degli investigatori che lavorano sul caso fin dalle prime ore.
L’inchiesta entra così in una nuova fase operativa dopo nove mesi di accertamenti. Dal 27 e 28 dicembre, quando Antonella Di Ielsi, 50 anni, e Sara Di Vita, 15, morirono a distanza di circa ventiquattro ore nella Rianimazione del Cardarelli, la Procura di Larino e la Squadra Mobile hanno raccolto centinaia reperti e ascoltato più di duecento persone.
Le autopsie furono eseguite il 31 dicembre. Nei mesi successivi gli accertamenti tossicologici hanno progressivamente ristretto il campo fino alla certezza scientifica dell’avvelenamento da ricina. Le successive analisi, comprese quelle affidate agli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino, hanno consentito agli inquirenti di approfondire la ricerca del possibile vettore attraverso il quale il veleno sarebbe stato assunto.
Un punto è stato chiarito anche dal professor Carlo Locatelli, direttore del Centro antiveleni Maugeri di Pavia e consulente della Procura: la ricina è stata ingerita, non inalata né iniettata. Resta invece materia investigativa stabilire attraverso quale alimento o sostanza sia arrivata nell’organismo delle due vittime e, soprattutto, ricostruire le circostanze nelle quali è avvenuta l’assunzione.
È su questo terreno che si innestano gli accertamenti delle ultime settimane: nuove audizioni, verifiche tecniche, analisi dei dispositivi elettronici e adesso le perquisizioni.
Tutto mentre resta sotto sequestro la casa di via Risorgimento nella quale Antonella e Sara avrebbero assunto il veleno e sulla quale gli investigatori hanno lavorato a lungo, anche con il sopralluogo durato circa quattordici ore effettuato alla fine di luglio.
Il riserbo resta strettissimo. Nessuna indicazione ufficiale arriva dalla Procura di Larino sulla finalità specifica degli atti compiuti ieri e nessun elemento consente, allo stato, di ipotizzare modifiche nella posizione processuale di Gianni Di Vita.
L’attività, però, non sembra destinata a fermarsi. La presenza a Campobasso degli uomini dello Sco e la concentrazione di accertamenti delle ultime ore fanno ritenere possibile una prosecuzione delle operazioni già oggi.
Dopo una giornata trascorsa tra Pietracatella, lo studio di via D’Amato e gli uffici della Questura, l’indagine sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita torna dunque sul campo. E tra computer, memorie e altro materiale acquisito dagli investigatori, ieri è riemerso anche un oggetto strettamente personale di una delle due vittime: la borsa di Antonella. A nove mesi dalla sua morte, adesso è nelle mani degli investigatori.
lu_co

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