Gli agenti della Squadra Mobile di Campobasso, diretta da Marco Graziano, e quelli del Servizio centrale operativo stanno lavorando anche nel fine settimana. È accaduto spesso da quando il Centro Antiveleni della Maugeri di Pavia ha accertato la presenza di ricina nei campioni biologici di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita. Sabato e domenica dedicati soprattutto a due attività: l’esame dei dispositivi elettronici acquisiti nel corso dell’inchiesta e la preparazione degli accertamenti previsti per i prossimi giorni.
L’attenzione è concentrata, in particolare, sul materiale sequestrato durante le perquisizioni del 29 settembre nell’abitazione e negli studi professionali di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, e sui dispositivi che lo stesso uomo ha consegnato agli investigatori. Tra questi anche uno smartphone da lui utilizzato. Le verifiche informatiche si aggiungono a quelle già eseguite sui computer e sui supporti di memoria acquisiti nei mesi precedenti.
L’inchiesta coordinata dalla Procura di Larino procede nel massimo riserbo. Una linea mantenuta fin dalle prime fasi degli accertamenti sulla morte delle due donne, diventati un’indagine per duplice omicidio volontario dopo la scoperta del veleno. Nessuna anticipazione sulle attività programmate e nessuna indicazione ufficiale sui risultati delle verifiche più recenti. Fonti qualificate riferiscono, tuttavia, che quella che comincia domani sarà una settimana particolarmente impegnativa.
Difficile prevedere quali iniziative saranno assunte. Gli investigatori stanno approfondendo una pista che guarda alle persone che conoscevano le vittime, le loro abitudini e i luoghi frequentati. Persone che avrebbero potuto avvicinarle senza destare sospetti e approfittare della loro fiducia.
È l’ipotesi di un delitto di prossimità. Una definizione che non circoscrive necessariamente l’ambito dei possibili responsabili alla famiglia. Al contrario, comprende una cerchia più ampia di conoscenze e frequentazioni. Gianni Di Vita, allo stato, è parte offesa nel procedimento, che resta a carico di ignoti.
Il ragionamento investigativo parte anche dalle modalità della somministrazione. Se la ricina fosse stata introdotta in un alimento o in una bevanda consumati nell’abitazione, chi ha agito avrebbe dovuto avere la possibilità di accedervi o di intervenire su ciò che sarebbe stato successivamente ingerito dalle vittime.
Ma c’è un altro aspetto sul quale, secondo indiscrezioni non confermate ufficialmente, si starebbero concentrando gli approfondimenti. Riguarda Sara, la 15enne morta la sera del 27 dicembre.
La ragazza potrebbe essere venuta a conoscenza, alcuni mesi prima della tragedia, di una circostanza che qualcuno avrebbe voluto mantenere riservata. Forse un messaggio, forse una o più comunicazioni di posta elettronica.
L’ipotesi è che Sara ne abbia parlato con la madre Antonella. E che le due abbiano successivamente affrontato la persona interessata, dando origine a un confronto o a una discussione.
Non è accertato che la ragazza abbia effettivamente scoperto qualcosa, né che si sia verificato un incontro collegato a quella circostanza.
Sono interrogativi ai quali gli investigatori starebbero cercando di dare una risposta attraverso testimonianze, riscontri documentali e analisi dei dispositivi elettronici. L’eventuale esistenza di un segreto conosciuto da madre e figlia potrebbe contribuire a individuare un movente.
In tanta incertezza ci sono comunque dei punti fermi. Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono morte per un’intossicazione acuta da ricina. Gli accertamenti tossicologici hanno individuato nell’ingestione la via di assunzione del veleno. Restano da chiarire il momento esatto della somministrazione, la sostanza o l’alimento utilizzato per veicolarlo e l’identità di chi lo ha preparato e somministrato.
La ricostruzione delle ultime giornate delle vittime continua pertanto ad avere un’importanza centrale.
Secondo quanto riferito dai familiari, i primi malori si manifestarono la mattina di Natale. È possibile che i sintomi fossero comparsi già durante la notte tra il 24 e il 25 dicembre. Le relazioni mediche indicano che gli effetti dell’ingestione della ricina possono manifestarsi in tempi variabili, anche fino a 36 ore dopo l’assunzione.
Una finestra temporale che rende compatibile con l’avvelenamento la cena del 23 dicembre.
Il giorno di Natale madre e figlia raggiunsero l’ospedale. Dopo il primo accesso furono dimesse, essendo stato riscontrato un miglioramento delle loro condizioni. Nelle ore successive il quadro clinico peggiorò progressivamente. Sara morì la sera del 27 dicembre, Antonella la mattina seguente.
La sequenza dei sintomi ha alimentato anche un’altra ipotesi: che il veleno possa essere stato assunto in più occasioni.
Una possibilità da verificare riguarda l’acqua o altre bevande consumate dalle vittime dopo il rientro a casa, quando era stata raccomandata la reidratazione. Se un contenitore fosse stato contaminato, madre e figlia avrebbero potuto ingerire nuovamente la sostanza tossica. Non ci sono, però, riscontri che consentano di affermare che sia effettivamente accaduto.
Su questo fronte restano importanti gli accertamenti affidati al Robert Koch Institut di Berlino e la ricostruzione del percorso dei rifiuti prodotti durante le giornate precedenti il Natale, in particolare quelli della cena del 23 dicembre. Gli investigatori cercano di stabilire quali alimenti siano stati consumati, quali contenitori utilizzati e se esistano ancora elementi materiali utili a ricostruire la somministrazione.
L’eventualità di un’assunzione ripetuta avrebbe conseguenze anche sulla valutazione dell’obiettivo dell’azione omicida. Se venisse dimostrato che entrambe le vittime furono esposte intenzionalmente al veleno in più occasioni, acquisterebbe consistenza l’ipotesi che Sara non sia stata una vittima collaterale, ma uno dei bersagli.
È una possibilità; come lo è che l’eventuale scoperta di una circostanza riservata da parte della 15enne possa avere determinato la decisione di uccidere.
Le due ipotesi, tuttavia, rappresentano altrettanti aspetti di una ricostruzione ancora incompleta. Da una parte il possibile movente, dall’altra le modalità di somministrazione della ricina. In mezzo, le relazioni personali delle vittime, le loro ultime settimane di vita e il contenuto dei dispositivi informatici.
È su questi elementi che prosegue il lavoro della Squadra Mobile e dello Sco, sotto il coordinamento della procuratrice di Larino Elvira Antonelli. Le attività dei prossimi giorni potrebbero consentire ulteriori riscontri, ma il riserbo imposto sull’inchiesta non permette di anticiparne contenuti o risultati.
A oltre dieci mesi dalla morte di Antonella e Sara, alla certezza scientifica dell’avvelenamento, gli inquirenti stanno trovando una corrispondenza nella ricostruzione giudiziaria dei fatti. Restano da individuare il responsabile, il movente e il percorso seguito dal veleno prima di essere ingerito.
Tre interrogativi ai quali gli investigatori stanno cercando di rispondere, verificando ogni elemento raccolto e ogni possibile collegamento tra le persone, gli eventi e le circostanze che hanno preceduto il Natale del 2025.
lu_co

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