Alla fine, il tunnel è crollato senza essere mai nato. Non sotto il peso del cemento o delle ruspe, ma sotto quello di undici anni di carte, ricorsi, revoche, silenzi amministrativi e decisioni arrivate quando ormai la frattura tra Comune e società privata era diventata insanabile. La sentenza del Consiglio di Stato pubblicata il 20 maggio 2026 mette la parola fine — almeno sul piano amministrativo — alla lunghissima vicenda del project financing di Pozzo Dolce e piazza Sant’Antonio. E lo fa con una decisione che da un lato salva la scelta del Comune di fermare l’opera, ma dall’altro espone almeno in parte il Comune alle proprie responsabilità per come quella vicenda è stata gestita negli anni. Perché il punto centrale della pronuncia non è il tunnel. E non è nemmeno il mancato guadagno dell’impresa. Il cuore della sentenza è un altro: le spese sostenute, le perdite accumulate e il comportamento definito sostanzialmente ambiguo e inconcludente dell’amministrazione comunale durante il lunghissimo percorso del project financing. Il Consiglio di Stato respinge l’appello del Comune di Termoli e conferma quanto già stabilito dal Tar Molise: la revoca dell’opera era legittima, ma il Comune dovrà comunque riconoscere alla De Francesco Costruzioni il ristoro economico legato agli anni trascorsi dentro una procedura mai realmente chiusa. I giudici dicono chiaramente che alla società non spetta il lucro cessante, cioè gli utili che avrebbe potuto ottenere realizzando e gestendo il tunnel e il parcheggio multipiano sotterraneo. Nessun maxi-risarcimento sui futuri guadagni dell’opera. Quello che invece viene riconosciuto sono le spese inutilmente sostenute e le perdite direttamente collegate all’intera vicenda amministrativa. Da una parte l’indennizzo per il periodo compreso tra il 2015 e il 2023, cioè dagli anni iniziali del project financing fino alla conclusione del primo grande contenzioso amministrativo. Dall’altra il danno emergente per responsabilità precontrattuale relativo agli anni successivi, tra il 2023 e il 2025, quando il rapporto tra impresa e Comune rimane aperto tra continue interlocuzioni, richieste tecniche e confronti mai sfociati in una decisione definitiva. Ed è proprio qui che la sentenza diventa pesantissima sul piano politico e amministrativo. Per il Consiglio di Stato il Comune poteva anche decidere di fermare il progetto. Poteva cambiare strategia urbanistica. Poteva ritenere non più sostenibile economicamente il tunnel. Poteva prendere atto del venir meno dei finanziamenti regionali, delle difficoltà economico-finanziarie dell’operazione, della situazione societaria della De Francesco e perfino dell’opposizione cittadina all’opera. Ma non poteva trascinare per anni il privato dentro una procedura rimasta sospesa. I giudici parlano di interlocuzioni che continuavano a lasciare aperta la possibilità di una conclusione positiva del rapporto. Parlano di approfondimenti tecnici, verifiche, richieste e attività che facevano pensare che il project potesse ancora andare avanti. Nel frattempo, però il Comune preparava un’altra strada. Il 5 giugno 2025 viene infatti bandita una nuova gara per la riqualificazione di Pozzo Dolce e piazza Sant’Antonio, con opere considerate incompatibili rispetto al vecchio project financing. Una mossa che segna di fatto il tramonto politico del tunnel ancora prima della revoca ufficiale. Poi arrivano gli atti definitivi: il 9 luglio 2025 la revoca dell’interesse pubblico sull’opera, l’8 agosto la revoca dell’aggiudicazione alla De Francesco. Da lì nasce il nuovo scontro giudiziario. Il Comune tenta di sostenere che nessun indennizzo sia dovuto. Una linea che il Consiglio di Stato smonta nettamente, ricordando che non è l’amministrazione a decidere autonomamente se un ristoro economico spetti oppure no, ma è la legge stessa a prevederlo nei casi di revoca. Allo stesso tempo i giudici respingono anche la richiesta della De Francesco di ottenere un doppio beneficio economico cumulando integralmente indennizzo e risarcimento sul medesimo fatto. Sarebbe stato, secondo la sentenza, un ingiustificato arricchimento. Resta però il nodo economico vero, quello che ora potrebbe aprire una nuova fase delicatissima per Palazzo di Città. Perché la sentenza non quantifica ancora le somme dovute, ma conferma il diritto della società ad ottenere il ristoro delle spese e delle perdite sostenute durante tutta la vicenda. Toccherà ora entrare dentro anni di fatture, consulenze, attività tecniche, progettazioni, incarichi professionali e costi accumulati attorno a un’opera mai partita ma rimasta per oltre un decennio al centro della politica termolese. E alla fine resta soprattutto questo paradosso tutto termolese: un tunnel mai scavato che continua comunque a presentare il conto alla città. Il commento della De Francesco Costruzioni: «Questa sentenza chiude definitivamente una vicenda lunga dieci anni con un riconoscimento pieno e irrevocabile: il Comune di Termoli ha sbagliato, ha tenuto De Francesco Costruzioni sospesa per due anni in un limbo di interlocuzioni senza esito. Non è una vittoria ideologica, è l’affermazione di un principio elementare di correttezza nelle relazioni tra pubblica amministrazione e imprese: chi investe, chi progetta, chi sostiene costi reali in buona fede merita risposte certe e tempestive, non silenzio. Guardiamo alla fase esecutiva con la stessa determinazione con cui abbiamo affrontato ogni grado di questo giudizio. Dispiace che i soldi pubblici che usciranno dalle casse comunali non serviranno per rendere più bella e per fare crescere ed evolvere la città».























