Due foci promosse, due bocciate. È una fotografia a metà, quella consegnata da Goletta Verde al Molise nella quarantesima edizione della storica campagna di Legambiente: su quattro punti monitorati lungo la costa regionale, il 50 per cento è risultato fuori dai limiti di legge. A preoccupare, ancora una volta, sono le foci dei fiumi, dove si concentrano le conseguenze di ciò che non funziona nell’entroterra: scarichi non depurati, reti insufficienti, impianti da efficientare, pressione agricola e zootecnica, assenza di una gestione davvero integrata dei bacini. I dati, presentati questa mattina a bordo dell’imbarcazione approdata al Porto turistico Marina di San Pietro di Termoli, restituiscono una situazione di luci e ombre: entro i limiti la foce del Trigno, a Montenero di Bisaccia, e quella del Sinarca, a Termoli; fuori dai parametri invece la foce del Biferno, classificata come inquinata, e soprattutto quella del Saccione, nel territorio di Campomarino, risultata fortemente inquinata. Una conferma amara, perché se da un lato il miglioramento del Sinarca dimostra che quando si interviene sulla depurazione i risultati arrivano, dall’altro Biferno e Saccione continuano a rappresentare i punti deboli del sistema ambientale molisano. Il monitoraggio è stato effettuato il 18 giugno dai tecnici e dai volontari di Legambiente, con analisi microbiologiche sui parametri previsti dalla normativa, in particolare Escherichia coli ed enterococchi intestinali. Goletta Verde non assegna patenti di balneabilità, competenza che resta agli enti ufficiali, ma individua criticità, segnala anomalie, richiama le amministrazioni alle proprie responsabilità e porta all’attenzione pubblica ciò che spesso resta invisibile: la salute del mare dipende da quello che accade molto prima della spiaggia, lungo i fiumi, nei depuratori, nelle reti fognarie e nelle campagne. Lo ha ribadito, ieri mattina, Andrea De Marco, presidente di Legambiente Molise, spiegando che la situazione regionale si divide ormai in modo netto: il Trigno e il Sinarca, cioè la parte nord della costa molisana, risultano dentro i limiti, mentre il Biferno si conferma «un fiume non in salute» e il Saccione, tornato quest’anno al centro dei campionamenti dopo alcuni anni, mostra un quadro fortemente compromesso. Sul Sinarca il ragionamento è particolarmente significativo: per Legambiente è l’esempio concreto di come la realizzazione e il corretto funzionamento di un depuratore possano cambiare la qualità delle acque. Dove si interviene, insomma, il miglioramento si vede. Diverso il discorso per il Biferno, considerato da anni uno dei punti storicamente critici della costa molisana. Legambiente chiede un’analisi puntuale della qualità delle acque a valle della diga del Liscione, perché il sospetto è che le criticità arrivino soprattutto dal territorio interno e non possano essere scaricate, in termini di responsabilità e gestione, sui soli Comuni costieri. «I Comuni della costa non possono farsi carico della mala depurazione delle zone interne», è il concetto ribadito da De Marco, che ha richiamato la necessità di ragionare per bacino e non per confini amministrativi. È uno dei punti politici più rilevanti della giornata: la depurazione non può essere affrontata solo da Termoli, Campomarino, Petacciato o Montenero, perché i fiumi raccolgono ciò che arriva da decine di chilometri di territorio. Per questo Legambiente torna a chiedere il rilancio del Contratto di fiume del Biferno e un ruolo più incisivo del gestore unico regionale Grim, chiamato ora a misurarsi anche con le prestazioni operative del sistema di depurazione. Il Saccione apre un capitolo ancora più complesso. Il torrente, che corre lungo il confine tra Molise e Puglia e sfocia nell’area di Campomarino-Nuova Cliternia, è risultato fortemente inquinato. Non è una sorpresa assoluta: già il Piano di Tutela delle Acque della Regione Molise individuava da tempo due priorità per quel bacino, cioè il miglioramento della depurazione e la riduzione dell’apporto di nutrienti di origine agricola. Il territorio attraversato dal Saccione è infatti segnato da una forte presenza di superfici coltivate, con più cicli produttivi durante l’anno e una pressione importante legata all’uso di fertilizzanti e alla gestione degli effluenti zootecnici. Legambiente non attribuisce responsabilità dirette, ma indica le possibili vie attraverso cui i batteri fecali possono raggiungere il corso d’acqua: scarichi urbani non adeguatamente trattati, malfunzionamenti dei sistemi di collettamento, ruscellamento superficiale dopo eventi meteorici intensi o nei periodi successivi alle pratiche agricole. Il bacino è servito da impianti di depurazione per circa 13 mila abitanti equivalenti e proprio per questo, secondo l’associazione, rappresenta un banco di prova importante per capire se la gestione unitaria del servizio idrico potrà davvero migliorare le prestazioni ambientali. Non tutto, però, è negativo. Il Trigno rientra nei limiti per il secondo anno consecutivo e questo, dopo quanto accaduto nei mesi scorsi nell’area del ponte crollato e dopo le attenzioni giudiziarie su parte del territorio, è un dato che Legambiente legge con cautela ma anche con fiducia. I campionamenti sono stati effettuati in aree non sottoposte a provvedimenti giudiziari e i valori registrati lasciano sperare in una conferma anche negli anni successivi. Resta però aperto, sul Trigno, il grande tema del deflusso minimo vitale, soprattutto in alcuni tratti interni dove il fiume risulta spesso in forte sofferenza, fino a presentarsi quasi in secca. Anche questo è un effetto della crisi climatica e della crescente competizione per l’uso dell’acqua, tra esigenze agricole, irrigazione, tutela degli ecosistemi e sicurezza idraulica. La campagna di Legambiente ha acceso poi un faro su un’altra carenza giudicata grave: l’assenza di cartellonistica informativa sulla qualità delle acque nei punti monitorati. I volontari non hanno rinvenuto cartelli in nessuna delle aree visitate. È vero che le foci dei fiumi non sono normalmente zone balneabili, ma accanto a esse esistono spesso tratti di spiaggia libera frequentati da cittadini e turisti. Per Marzia Mattioli, portavoce di Goletta Verde, garantire informazioni chiare e visibili non è un dettaglio burocratico, ma un diritto dei cittadini e uno strumento di prevenzione. Da quarant’anni, ha ricordato, Goletta Verde attraversa le coste italiane per portare all’attenzione delle amministrazioni e dell’opinione pubblica criticità che troppo spesso restano immutate: depurazione assente o insufficiente, scarichi civili, contaminazioni microbiologiche, tratti di costa esposti a pressioni crescenti. Il paradosso della quarantesima edizione è proprio questo: la sensibilità ambientale è cresciuta, le norme sono più stringenti, la tecnologia è migliorata, ma le emergenze di fondo restano le stesse. La tappa molisana non ha riguardato soltanto il mare. Legambiente ha voluto legare la qualità delle acque a un tema più ampio, quello del dissesto idrogeologico e degli effetti del cambiamento climatico. In Molise il riferimento è inevitabile alla grande frana di Petacciato, ma il discorso riguarda l’intero territorio regionale. Secondo i dati Ispra richiamati durante la presentazione, oltre 17 mila persone vivono in aree esposte a elevata pericolosità da frana. La richiesta è quella di passare da una gestione emergenziale a una strategia permanente: monitoraggio continuo e di precisione, sistemi di allerta rapida, adattamento resiliente, cura del suolo, riduzione del consumo di territorio e maggiore capacità di prevenire gli effetti di eventi meteorologici estremi. La crisi climatica, è stato sottolineato, alterna periodi di siccità a precipitazioni violente e concentrate, capaci di riversare in pochi giorni quantità d’acqua normalmente distribuite in mesi. Quando accade, i Comuni costieri si ritrovano a subire l’impatto di tutto ciò che scende dall’interno: acqua, fango, detriti, contaminanti, carichi organici. È il motivo per cui mare, fiumi, depuratori, agricoltura e dissesto non possono più essere trattati come capitoli separati. Alla conferenza ha partecipato anche il Comune di Termoli, con l’assessore all’Ambiente, Silvana Ciciola, che ha portato il saluto dell’amministrazione e ha rivendicato il percorso compiuto dalla città, a partire dalla Bandiera Blu ottenuta per il quarto anno consecutivo e dalla Bandiera Verde per le spiagge a misura di bambino e famiglia. L’amministrazione ha riconosciuto il valore dei dati di Goletta Verde come strumento utile per individuare le criticità e ha annunciato l’intenzione di intervenire sul fronte dell’informazione nelle spiagge libere, colmando la carenza di cartellonistica segnalata da Legambiente. Presente anche la Capitaneria di Porto, che ha ricordato l’attività svolta negli ultimi due anni sul territorio molisano: oltre 230 ispezioni e controlli su oleifici, depuratori, discariche, depositi costieri, scarichi nei principali fiumi e nei corsi d’acqua minori, cioè proprio nei punti in cui eventuali sversamenti possono incidere maggiormente sull’ambiente marino. In alcuni casi sono state elevate sanzioni per violazioni del Testo unico ambientale e trasmesse notizie di reato. Accanto ai controlli ambientali, la Guardia Costiera continua l’attività di tutela della biodiversità e di vigilanza nello specchio acqueo molisano e nell’area marina protetta delle Isole Tremiti. La quarantesima edizione di Goletta Verde porta con sé anche altri temi: l’educazione ambientale rivolta ai bambini e alle famiglie, la tutela della tartaruga Caretta caretta, che a causa del riscaldamento del Mediterraneo nidifica sempre più a nord lungo l’Adriatico, la promozione delle aree marine protette, la riduzione della cementificazione costiera, la lotta ai nuovi inquinanti come i Pfas, la necessità di aumentare le aree verdi urbane per fronteggiare le ondate di calore. Ma il cuore della tappa molisana resta la depurazione. Il messaggio finale è netto: il Molise ha esempi positivi da valorizzare, come il Sinarca e il Trigno, ma non può più permettersi fiumi cronicamente malati come il Biferno e il Saccione. La qualità del mare non si difende solo sulla battigia, né soltanto durante la stagione balneare. Si difende tutto l’anno, nei paesi dell’interno, nei depuratori, nelle reti fognarie, nelle campagne, nei controlli, nella manutenzione del territorio e nella capacità delle istituzioni di lavorare insieme. Dopo quarant’anni di Goletta Verde, il mare continua a dire la stessa cosa: quello che viene trascurato a monte, prima o poi, arriva a valle.





























