Un’inchiesta che continua a scavare, senza fretta ma senza pause. E che, giorno dopo giorno, sembra restringere sempre di più il perimetro attorno alla verità.
Il complicatissimo giallo di Pietracatella si arricchisce di nuovi capitoli. Giovedì pomeriggio, negli uffici della Questura di via Tiberio, la Procura di Larino ha ufficialmente ampliato il pool dei consulenti tecnici chiamati ad affiancare l’anatomopatologa Benedetta Pia De Luca e il gastroenterologo Francesco Giovanni Battista Laterza nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute tra il 27 e il 28 dicembre scorso all’ospedale Cardarelli di Campobasso dopo un avvelenamento da ricina.
Sono entrati nel collegio peritale il professor Carlo Alessandro Locatelli, direttore del Centro antiveleni Maugeri di Pavia – lo stesso specialista che ha consentito di individuare la presenza della tossina nei campioni biologici – e il chimico forense Daniele Merli, docente del Dipartimento di Chimica dell’Università di Pavia. Entrambi hanno accettato formalmente l’incarico in video collegamento, alla presenza di tutte le parti coinvolte: dagli avvocati dei medici indagati a quelli di Gianni e Alice Di Vita e dei familiari di Antonella Di Ielsi.
È stata anche l’occasione per registrare uno sfogo, tutt’altro che banale, dell’avvocato Vittorino Facciolla, legale di Gianni e Alice Di Vita, che ha espresso forte amarezza per la pressione mediatica attorno alla vicenda. Un richiamo netto a non perdere di vista il dato umano di una tragedia che, al netto delle ipotesi investigative e delle inevitabili attenzioni dell’opinione pubblica, resta innanzitutto un dramma familiare devastante.
Gianni Di Vita ha perso la moglie e la figlia. Alice ha perso la madre e la sorella. Due persone che, va ribadito con chiarezza, non sono indagate ma parti offese di una vicenda che continua a scuotere l’Italia intera.
Nel frattempo, però, le indagini non si fermano. Anzi.
La Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso stanno proseguendo un lavoro investigativo enorme, meticoloso e per certi versi quasi ossessivo. Oltre 120 le persone informate sui fatti ascoltate finora negli uffici della Questura di via Tiberio: familiari, parenti, amici, conoscenti delle famiglie Di Vita-Di Ielsi, ma anche persone ritenute in grado di fornire elementi utili alla ricostruzione degli ultimi giorni di vita delle due vittime.
Un flusso continuo di convocazioni, proseguito anche nelle ultime ore.
Eppure, nonostante mesi di lavoro investigativo, da via Tiberio continua a filtrare pochissimo. Nulla, o quasi. Nessuna indiscrezione sostanziale, nessun verbale trapelato, nessuna accelerazione apparente. La procuratrice Elvira Antonelli e gli uomini della Mobile guidati dal dirigente Marco Graziano stanno lavorando nel massimo riserbo, con un livello di cautela che appare quasi chirurgico.
Chi staziona per ore davanti alla Questura può al massimo osservare ingressi, uscite, movimenti. Ma la strategia investigativa resta blindata.
Ed è proprio attorno a questo silenzio che, inevitabilmente, si sono formate due diverse chiavi di lettura.
La prima, rilanciata soprattutto da parte della stampa nazionale, suggerisce un’inchiesta ancora alla ricerca del bandolo della matassa, con investigatori alle prese con un caso estremamente complesso e ancora lontano da una soluzione definitiva.
L’altra interpretazione, che orienta maggiormente la stampa locale, è invece quasi opposta: Procura e Squadra Mobile avrebbero idee molto più chiare di quanto sembri su possibile movente e responsabilità, ma starebbero costruendo un impianto indiziario inattaccabile prima di compiere qualsiasi passo.
Perché questo, è bene ricordarlo, resta un procedimento costruito quasi interamente sugli indizi.
Chi ha agito – ammesso che le ipotesi investigative trovino conferma – avrebbe pianificato ogni dettaglio. Facendo sparire le tracce più evidenti e contando, probabilmente, sul fatto che nessuno sarebbe mai riuscito a individuare la presenza della ricina nel sangue di Antonella e Sara. Un decesso archiviato come intossicazione alimentare, forse, avrebbe chiuso tutto nel silenzio.
E invece qualcosa è andato storto.
La perseveranza degli investigatori e la professionalità del Centro antiveleni Maugeri, guidato proprio dal professor Locatelli, hanno consentito di arrivare a quella scoperta che lo stesso tossicologo, nei giorni scorsi, aveva definito quasi un «miracolo». La ricina c’era. E in concentrazioni impressionanti.
Ora il possibile punto di svolta potrebbe arrivare da un fronte molto meno visibile ma potenzialmente decisivo: quello degli apparati elettronici sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento.
Proprio ieri gli specialisti dello Sco, che stanno lavorando quotidianamente con il supporto dei consulenti di parte, hanno concluso anche l’estrazione dei dati contenuti nei router wifi prelevati nella casa di Pietracatella. Un’attività tecnica tutt’altro che marginale.
In quei dispositivi potrebbero infatti trovarsi elementi preziosi per ricostruire accessi, connessioni, movimenti e presenze nell’abitazione dove, secondo l’ipotesi investigativa oggi più accreditata, le due donne avrebbero assunto la sostanza tossica. Un tassello che, insieme alle copie forensi di telefoni, tablet e computer già sequestrati, potrebbe aiutare gli investigatori a ricostruire tempi, contatti e dinamiche di quelle ore drammatiche.
Lo scrupolo con cui la Procura sta procedendo appare forse il dato più evidente dell’intera inchiesta. Nulla viene lasciato al caso. Ogni dettaglio viene verificato, ogni dichiarazione confrontata, ogni possibile incongruenza passata al setaccio.
L’obiettivo è uno solo: capire chi ha agito, come ha agito, quando ha agito e soprattutto perché Antonella e Sara siano morte.
Con il trascorrere delle settimane, cresce anche una sensazione difficile da ignorare: c’è forse qualcuno – anche fin troppo noto – che non avrebbe ancora raccontato fino in fondo tutto ciò che sa.
Anche a Pietracatella il clima sembra lentamente cambiato. Se nei primi giorni in pochi credevano davvero all’ipotesi dell’avvelenamento doloso, oggi la consapevolezza che dietro quella tragedia possa esserci un duplice omicidio appare molto più concreta.
E forse proprio chi ha condiviso con le vittime luoghi, abitudini, relazioni e quotidianità potrebbe custodire – magari senza nemmeno rendersene conto – il dettaglio capace di spalancare finalmente il portone della verità.
lu.co.

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*