Ventuno anni di reclusione. È la sentenza pronunciata nel pomeriggio di ieri, venerdì 29 maggio, dalla Corte d’Assise di Campobasso nei confronti di Irma Forte, 71 anni, responsabile della morte del marito Carlo Giancola, 72 anni, ucciso nella notte tra il 23 e il 24 dicembre 2022 nella loro abitazione di Santa Maria del Molise.
La Corte, presieduta dal giudice Enrico Di Dedda, ha confermato la qualificazione giuridica sostenuta dall’accusa, cioè quella dell’omicidio volontario. La pena inflitta è però inferiore rispetto ai 24 anni richiesti dal pubblico ministero Marco Gaeta, pur restando, nella sostanza, in linea con l’impianto accusatorio.
I difensori, gli avvocati Demetrio Rivellino e Giuseppe De Rubertis, hanno già annunciato ricorso in Appello. «Prendiamo come un fatto positivo che la Corte abbia applicato una pena più bassa rispetto a quella richiesta dal Pubblico ministero – spiegano – ma si tratta comunque di un trattamento sanzionatorio che non ci soddisfa».
Secondo i legali, il punto centrale resta l’inquadramento giuridico della vicenda: «Abbiamo sostenuto che la fattispecie dovesse essere ricondotta all’eccesso colposo di legittima difesa, con la conseguente derubricazione in omicidio colposo e una significativa riduzione della pena». Una tesi supportata, aggiungono, anche da una consulenza tecnica di Blood Pattern Analysis che «non è stata oggetto di confutazione da parte dell’accusa» e sulla quale la Corte dovrà esprimersi nelle motivazioni.
Dal dispositivo emerge il riconoscimento delle attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti, tra cui quella del vincolo coniugale, circostanza che ha escluso la pena dell’ergastolo. «Riteniamo – proseguono i difensori – che le attenuanti dovessero essere considerate prevalenti». Dubbi anche sull’incidenza della perizia psichiatrica svolta in fase preliminare, che aveva evidenziato una seminfermità mentale dell’imputata, e sulla mancata applicazione di ulteriori attenuanti, come il risarcimento del danno e la provocazione.
Il delitto – come è noto – si consumò in una notte simbolicamente carica, quella della vigilia di Natale, all’interno di un’abitazione che, secondo quanto emerso nel corso del processo, custodiva da tempo tensioni profonde. Dopo giorni segnati da contrasti, la sera del 23 dicembre 2022 l’ennesima discussione tra i coniugi degenerò. Secondo la ricostruzione dibattimentale, Carlo Giancola avrebbe afferrato un ciocco di legno dal camino, minacciando la moglie. A quel punto Irma Forte, temendo per la propria incolumità, riuscì a sottrarglielo e lo colpì con forza. Un gesto rapido, maturato in un contesto che la difesa ha descritto come segnato da anni di vessazioni e violenze, anche psicologiche, rimaste però circoscritte alle mura di casa.
Dopo l’accaduto, la donna confessò. Nel corso del processo sono stati ascoltati numerosi testimoni – medici, parenti, amici e conoscenti – che hanno contribuito a delineare un quadro complesso, fatto di fragilità, conflitti e dinamiche familiari deteriorate. È emerso anche il problema dell’alcolismo dell’uomo, confermato dagli esiti dell’autopsia: le condizioni del fegato risultavano compatibili con un consumo prolungato di alcolici, elemento che, secondo la difesa, avrebbe inciso sull’aggravarsi della situazione domestica negli ultimi mesi.
Due le letture contrapposte emerse in aula. Per l’accusa, Irma Forte avrebbe potuto sottrarsi all’aggressione senza arrivare all’uccisione del marito; da qui la configurazione dell’omicidio volontario. Per la difesa, invece, nella donna si sarebbe verificato un “corto circuito” emotivo e psicologico, aggravato da anni di sofferenze e da una condizione di paura tale da giustificare almeno l’eccesso colposo di legittima difesa.
«C’è stata una reazione a un’azione del marito – ribadiscono i legali – e questo è un elemento che riproporremo con forza in Appello».
I difensori attendono ora il deposito delle motivazioni, previsto entro 90 giorni, passaggio ritenuto cruciale per comprendere nel dettaglio il bilanciamento tra attenuanti e aggravanti operato dalla Corte. «Siamo fiduciosi di poter ottenere un risultato migliore in secondo grado, sia sul piano della qualificazione giuridica sia su quello del trattamento sanzionatorio» – concludono.
Irma Forte, riferiscono ancora i suoi legali, ha accolto la sentenza con compostezza. Durante il processo ha più volte chiesto scusa, a Dio, ai figli e ai parenti del marito, dichiarandosi consapevole della gravità di quanto accaduto. Con la decisione della Corte è stata inoltre revocata la misura cautelare precedentemente in essere – il divieto di dimora nella provincia di Isernia – e dissequestrata l’abitazione, rimasta finora sotto vincolo e per cui mai era stato richiesto il dissequestro dalla difesa, proprio per consentire indagini serene.
Si apre ora la fase dell’Appello, che dovrà riesaminare una vicenda maturata nel chiuso di una casa e approdata in aula con tutto il peso delle sue contraddizioni.

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*