Proseguono senza sosta le indagini sul complicatissimo giallo di Pietracatella. E quella che si sta chiudendo potrebbe rivelarsi una settimana particolarmente importante nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Larino sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute tra il 27 e il 28 dicembre scorso all’ospedale Cardarelli di Campobasso dopo essere state avvelenate con la ricina.
È infatti attesa a ore una nuova convocazione in Questura per Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita. Indiscrezioni investigative indicavano già nella giornata di ieri la possibile data della sua audizione. Convocazione che potrebbe però slittare di qualche giorno. Una cosa, almeno da quanto trapela, appare certa: la donna sarà ascoltata entro la fine della settimana.
Per lei si tratterebbe della quarta audizione, forse addirittura della quinta dall’inizio dell’inchiesta. Un elemento che continua ad attirare attenzione attorno a una figura considerata particolarmente importante dagli investigatori. Laura vive infatti con la madre proprio di fronte all’abitazione di via Risorgimento, la casa oggi ancora sotto sequestro dove – secondo l’ipotesi investigativa ritenuta più accreditata – Antonella e Sara avrebbero assunto la sostanza tossica. Non solo. Dopo il sequestro disposto dagli inquirenti, era stata proprio la cugina ad ospitare per alcune settimane Gianni Di Vita e la figlia Alice, costretti a lasciare l’abitazione teatro della tragedia.
Laura, tuttavia, non dovrebbe essere l’unica persona a varcare nei prossimi giorni l’ingresso della Questura di via Tiberio. Da quanto si apprende, la Squadra Mobile di Campobasso guidata da Marco Graziano avrebbe pianificato ulteriori audizioni considerate importanti per il prosieguo delle indagini.
Anche ieri, infatti, gli investigatori hanno ascoltato più persone informate sui fatti, nel tentativo di verificare elementi già acquisiti, chiarire alcuni aspetti ancora non del tutto definiti e confrontare dichiarazioni raccolte in precedenza.
Da mesi la Mobile sta lavorando alla ricostruzione minuziosa delle relazioni personali, delle frequentazioni, delle abitudini e dei movimenti di coloro che, a vario titolo, orbitavano attorno alla famiglia Di Vita-Di Ielsi. Un lavoro enorme, che ha già portato all’ascolto di oltre 120 persone e che continua ad approfondire anche aspetti apparentemente marginali o lontani nel tempo.
Restano intanto concentrate grandi aspettative anche sul nuovo sopralluogo nell’abitazione di via Risorgimento. La data non sarebbe stata ancora comunicata ufficialmente alle parti, ma da quanto trapela si tratterebbe di un passaggio ritenuto particolarmente delicato dagli investigatori. Gli specialisti della Scientifica di Campobasso e Napoli dovrebbero scandagliare nuovamente gli ambienti della casa attraverso metodiche sofisticate nel tentativo di individuare eventuali tracce residue della sostanza tossica o qualsiasi altro elemento utile alla ricostruzione del duplice omicidio. Secondo indiscrezioni investigative, chi indaga saprebbe già bene dove concentrare l’attenzione. Un dettaglio che lascia intuire come il lavoro della Procura e della Mobile stia seguendo il solco di una rotta tracciata che porterà dritto alla verità, seppur nel massimo riserbo.
Sul fronte parallelo dell’inchiesta – quello per omicidio colposo a carico di cinque sanitari, tre medici del Pronto soccorso del Cardarelli e due guardie mediche – si registra lo sfogo degli avvocati Domenico Fiorda e Fabio Albino, difensori di uno dei medici iscritti nel registro degli indagati. In un’intervista pubblicata ieri dal Quotidiano del Molise, i due legali hanno espresso apertamente preoccupazione per una situazione che, a loro giudizio, rischierebbe di diventare paradossale: lasciare sotto inchiesta i sanitari mentre il responsabile – o i responsabili – dell’avvelenamento potrebbe restare ignoto.
Il nodo centrale della difesa è legato proprio alla ricina, sostanza emersa soltanto a metà marzo scorso grazie alle analisi del professor Carlo Locatelli, tossicologo del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia. Una scoperta arrivata quasi due mesi e mezzo dopo i decessi e che ha completamente cambiato la prospettiva investigativa. Secondo quanto sostenuto dagli avvocati Albino e Fiorda, riportando anche le parole dello stesso Locatelli, «sarebbe stata una missione impossibile per i medici riscontrare la presenza della ricina». Nessun presidio ospedaliero italiano, sostengono i legali, disporrebbe infatti di strumenti in grado di rilevare un avvelenamento di questo tipo in un normale contesto di pronto soccorso.
Da qui la forte critica dei difensori verso il permanere dell’iscrizione nel registro degli indagati dei cinque camici bianchi. «Già a nostro avviso è un sacrificio abnorme lasciare indagati questi medici, con tutte le conseguenze in termini di stress, di esposizione social e non solo», ha dichiarato l’avvocato Albino al Quotidiano del Molise, aggiungendo che «più si va avanti e più sembrerebbe chiaro che nulla potevano fare».
Resta però aperto, inevitabilmente, il grande interrogativo che continua ad attraversare l’intero Molise, e non solo: chi ha procurato la ricina e soprattutto chi l’ha somministrata ad Antonella Di Ielsi e a Sara Di Vita?
Intanto continua a far discutere anche il rapporto sempre più complicato tra parte della comunità di Pietracatella e i media. Il piccolo centro matesino, travolto ormai da quasi cinque mesi da telecamere, inviati e taccuini, sembra aver progressivamente scelto la strada del silenzio. Si susseguono i servizi realizzati da trasmissioni nazionali di approfondimento e intrattenimento, ma nella maggior parte dei casi le domande dei cronisti restano senza risposta. Quando qualcuno si concede qualche battuta, spesso emergono insofferenza e fastidio.
Un atteggiamento, per certi versi, comprensibile. È difficile convivere per mesi con telecamere sotto casa, domande continue e una tragedia tanto grande che ha inevitabilmente travolto l’intera comunità. Ma è altrettanto vero che il percorso verso la verità passa anche dalla disponibilità a raccontare ciò che si sa, o anche solo ciò che si è visto o percepito. Non necessariamente davanti alle telecamere.
Ha fatto discutere, negli ultimi giorni, anche l’atteggiamento del parroco del paese, apparso piuttosto seccato dalle domande rivoltegli da un inviato de La Vita in Diretta durante le celebrazioni del 2 giugno. Ognuno, sia chiaro, reagisce come ritiene più opportuno a una pressione mediatica tanto insistente. Ma in un piccolo centro il parroco rappresenta inevitabilmente un punto di riferimento, quasi un’istituzione morale della comunità. Schivare le telecamere o invitare genericamente al silenzio può essere comprensibile, ma forse non rappresenta il segnale migliore in una vicenda che continua a interrogare un intero Paese.
Perché il diritto alla tranquillità di una comunità ferita è sacrosanto. Ma altrettanto sacrosanto resta il diritto – e il dovere – di cercare la verità.
ppm

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