La svolta potrebbe arrivare già nelle settimane immediatamente successive a Ferragosto. È il traguardo verso il quale sembrano convergere le indagini della Procura di Larino e della Squadra Mobile di Campobasso sul duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, morte tra il 27 e il 28 dicembre scorso per un avvelenamento da ricina. Dopo oltre sette mesi di accertamenti, investigatori e magistrati sembrano ormai aver ricostruito, almeno nelle linee essenziali, la dinamica dei fatti. Quello che ancora manca è il tassello decisivo: un riscontro scientifico capace di consolidare il quadro probatorio prima dell’eventuale iscrizione nel registro degli indagati di chi oggi rientra nella ristretta cerchia dei sospettati.
È proprio in questa prospettiva che assume un’importanza cruciale il lungo sopralluogo eseguito giovedì 30 luglio nell’abitazione di via Risorgimento. Le operazioni, iniziate in mattinata, si sono concluse ben oltre la mezzanotte, con il rientro a Campobasso degli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino, della Squadra Mobile, della Polizia Scientifica e degli investigatori della polizia criminale tedesca del BKA poco prima dell’una e mezza. Complessivamente quasi quattordici ore di lavoro ininterrotto all’interno della palazzina in cui le due vittime trascorsero gli ultimi giorni di vita.
Coordinati personalmente dalla procuratrice Elvira Antonelli e dal dirigente della Squadra Mobile Marco Graziano, gli specialisti hanno ispezionato ogni ambiente dell’immobile. Indumenti, mobili, suppellettili, porte, finestre, scale, balconi e superfici sono stati sottoposti a campionamenti attraverso tecniche altamente specialistiche, nel tentativo di individuare eventuali tracce della tossina o di altri componenti riconducibili al Ricinus communis, così come previsto dal decreto della Procura.
Il lavoro è stato affidato agli esperti tedeschi perché il Robert Koch Institut dispone di metodologie analitiche considerate tra le più avanzate al mondo per l’individuazione della ricina. Del gruppo fanno parte Christian Herzog e Sylvia Worbs, ricercatrice ritenuta una delle massime autorità internazionali nello studio della tossina. Secondo quanto emerso durante la giornata – e ieri confermato dal capo della Procura – sono stati utilizzati centinaia di tamponi, patch e particolari “trappole chimiche”, strumenti in grado di rilevare anche quantità minime della sostanza. Tutto il materiale repertato – 131 campioni – è già stato trasferito a Berlino, dove sarà analizzato nei laboratori del RKI insieme ai circa settanta alimenti e agli altri reperti sequestrati nelle prime fasi dell’inchiesta.
La stessa procuratrice Antonelli, durante il sopralluogo, ha ribadito la portata eccezionale dell’indagine. «C’è un grande impiego di uomini e di esperti scientifici, con il coinvolgimento del Robert Koch Institut e della Polizia tedesca, perché questo è un caso unico in Europa e noi intendiamo arrivare alla verità», ha dichiarato ai colleghi di Primonumero. Nelle ore precedenti aveva inoltre precisato che gli esiti non sarebbero stati immediati, poiché tutti i tamponi dovranno essere processati in Germania.
L’eventuale individuazione di residui di ricina su oggetti personali, superfici o alimenti potrebbe rivelarsi decisiva. Una contaminazione localizzata consentirebbe infatti di comprendere meglio le modalità con cui il veleno è stato somministrato e, soprattutto, chi possa aver avuto accesso agli ambienti, agli oggetti o agli alimenti risultati positivi. È questo il motivo per cui gli inquirenti attribuiscono agli accertamenti di Berlino un valore investigativo determinante.
Parallelamente, però, il lavoro della Squadra Mobile non si è mai fermato. Mentre gli specialisti tedeschi erano impegnati nei rilievi tecnico-scientifici, la Procura ha continuato a sviluppare il filone investigativo tradizionale. Nei giorni scorsi, negli uffici della Questura di Campobasso, la procuratrice Antonelli ha ascoltato personalmente alcune persone informate sui fatti, tra cui un’insegnante amica di Gianni Di Vita e il marito. Si tratta soltanto degli ultimi atti di un’indagine che, secondo quanto emerso, conta ormai oltre duecento persone ascoltate, decine di testimonianze spontanee, numerosi sopralluoghi e l’analisi approfondita dei dispositivi elettronici sequestrati nell’abitazione lo scorso maggio.
Il riserbo continua a essere assoluto. Nessuna indiscrezione trapela sugli elementi raccolti finora. Ma la sensazione è che Procura e Squadra Mobile abbiano ormai delineato una precisa ipotesi investigativa, che il magistrato titolare dell’inchiesta intende sostenere con prove scientifiche prima di compiere il passo successivo.
Se gli esami del Robert Koch Institut dovessero confermare le aspettative degli investigatori, l’inchiesta potrebbe entrare in una fase completamente nuova già a metà agosto. Il fascicolo per duplice omicidio volontario premeditato aggravato dall’uso di sostanza venefica, oggi ancora aperto contro ignoti, potrebbe presto assumere un nome e un cognome. Per un delitto destinato a segnare la storia giudiziaria italiana, sarebbe il momento della svolta più attesa. Lu_Co

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