Per la prima volta uno dei medici coinvolti nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita rompe il silenzio e racconta pubblicamente ciò che vide al Pronto soccorso del Cardarelli nei giorni drammatici di fine dicembre. È Pietro Vuotto, l’unico tra i sanitari allora in servizio ad aver visitato tutti e tre i componenti della famiglia che accusarono malori: Sara, Antonella e Gianni Di Vita.
Vuotto, insieme ad altri quattro colleghi, è ancora iscritto nel registro degli indagati nel procedimento per omicidio colposo aperto per verificare la correttezza dell’assistenza sanitaria prestata alle due vittime. Ieri è intervenuto nel corso di “Ore 14”, la trasmissione di Rai 2 condotta da Salvo Sottile.
«Io lavoro spesso sulla soglia di un baratro. Provi a trattenere le persone. Alcune volte le riesci a trattenere, altre volte sfuggono. Considerando l’età di Sara, che è vicina a quella di una delle mie figlie, per me è stato molto duro», ha raccontato.
Il medico ha quindi ricostruito le condizioni nelle quali vide la quindicenne. «Sara aveva i segni di una disidratazione, aveva le labbra asciutte, era molto pallida. Antonella era arrivata con sintomi molto simili a quelli della figlia. La forbice diagnostica iniziale era tra una tossinfezione e una enterite».
Il quadro, però, cambiò quando Sara tornò in ospedale nel pomeriggio del 27 dicembre. «Era ipotesa, aveva la pressione molto bassa, era anche confusa, tendeva ad addormentarsi, non rispondeva a tono. Questo preoccupava molto anche la sorella Alice».
Alla domanda se, prima della scoperta della ricina, avesse mai pensato a un avvelenamento, Vuotto ha risposto semplicemente: «No».
Più significativo, alla luce degli sviluppi successivi dell’inchiesta, un altro passaggio dell’intervista. Al medico è stato chiesto se, sulla base di ciò che aveva osservato, possa essere plausibile che Sara sia stata avvelenata in due momenti diversi.
«Mi sembra plausibile – ha risposto – perché sicuramente c’è un quadro di presentazione molto diverso tra la prima e la seconda volta in cui vedo Sara».
È un’affermazione che non costituisce, naturalmente, un accertamento sulle modalità dell’avvelenamento, ma descrive la differenza clinica riscontrata dal sanitario fra i due accessi della ragazza al Cardarelli.
Nel corso dell’intervista è stato affrontato anche il caso di Gianni Di Vita. L’inviato di “Ore 14” ha ricordato che, secondo gli accertamenti del Maugeri e del Robert Koch Institut richiamati dalla trasmissione, l’uomo non avrebbe assunto ricina.
«Sono sicuro che il quadro di presentazione di Gianni Di Vita era dissimile da quello di Sara e di Antonella – ha spiegato Vuotto –. Gianni sembrava in condizioni migliori».
La trasmissione ha inoltre riferito, citando proprie fonti qualificate, che quando Di Vita fu visitato al Cardarelli nei giorni in cui moglie e figlia stavano male i suoi parametri erano perfettamente nella norma.
Poi il passaggio sull’inchiesta che riguarda i sanitari. Dopo più di otto mesi, nel relativo procedimento risultano ancora indagati Vuotto e quattro colleghi.
«È giusto di fronte alla morte di due persone verificare la correttezza dell’operato di chi ha prestato i soccorsi – ha detto –. Quello che è sofferto è che le responsabilità mediche siano rimaste al centro della riflessione veramente per tanto tempo».
Per Vuotto, però, il cuore della vicenda è ormai un altro: «Io penso che siamo di fronte a un delitto orribile. La domanda essenziale dovrebbe invece essere: chi è stato, come ha fatto, come ha potuto farlo, con la complicità o la collaborazione di chi? Queste dovrebbero essere le domande anche al centro del dibattito pubblico».
Domande che coincidono con quelle sulle quali da mesi stanno lavorando senza sosta la Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso.
Nel corso della trasmissione gli ospiti di Sottile hanno sottolineato più volte l’eccezionale complessità dell’indagine, definendo il caso «un unicum della letteratura criminologica italiana», e hanno rimarcato il lavoro svolto dagli inquirenti, la correttezza delle attività investigative e il rigoroso riserbo mantenuto fino a questo momento.
Un riserbo che continua a caratterizzare anche la fase attuale, mentre si attendono gli esiti completi degli accertamenti affidati agli specialisti del Robert Koch Institut di Berlino. L’attesa, però, non ha rallentato l’attività investigativa. Gli uomini della Mobile continuano a lavorare sui numerosi elementi raccolti da aprile a oggi, incrociando dichiarazioni, dati e risultanze investigative.
E la pista sulla quale si concentra il lavoro investigativo, secondo quanto confermano a Primo Piano Molise fonti qualificate, resta quella sentimentale-passionale.
È all’interno di questo perimetro che assumono particolare rilievo alcune nuove audizioni che gli investigatori si preparerebbero a effettuare.
Presto dovrebbe essere nuovamente ascoltato Gianni Di Vita. Per lui si tratterebbe addirittura della sesta audizione dall’inizio dell’inchiesta. Dovrebbe tornare davanti agli investigatori anche il marito di Monia, l’insegnante di matematica dell’Istituto agrario di Riccia amica di Di Vita, già ascoltata e sottoposta nelle scorse settimane a un lungo confronto con l’uomo.
Assai probabile che venga nuovamente sentito anche don Stefano, il giovane parroco di Pietracatella con il quale Antonella Di Ielsi si confidava. Il sacerdote potrebbe aver raccolto elementi utili non soltanto attraverso i colloqui con Antonella: secondo quanto emerge, potrebbe essere stato destinatario anche di confidenze del marito dell’insegnante. Circostanze sulle quali gli investigatori potrebbero ritenere necessario tornare per verificare eventuali elementi di interesse.
Non si tratta di nomi nuovi. Sono persone già ascoltate, alcune più volte. Ed è proprio la reiterazione delle audizioni a indicare quanto minuzioso sia il lavoro di verifica in corso. Più che concludere automaticamente che le versioni «non convincono», il dato investigativamente significativo è che alcune dichiarazioni necessitano ancora di essere confrontate e riscontrate con il vastissimo patrimonio di informazioni acquisito attraverso oltre duecento audizioni e le altre attività svolte dalla Mobile.
Il metodo resta quello seguito dall’inizio: tornare sui particolari, verificare le dichiarazioni, cercare eventuali discrepanze e incrociarle con gli elementi oggettivi disponibili.
La Procura di Larino e la Squadra Mobile stanno procedendo con un lavoro incessante e particolarmente delicato su un duplice omicidio che, per modalità e sostanza utilizzata, non ha praticamente precedenti nel panorama investigativo italiano. Ogni elemento deve essere verificato prima di poter assumere un significato nel quadro complessivo.
L’attenzione resta dunque concentrata sulla cerchia delle persone che gravitavano intorno alle vittime e sui rapporti intercorsi nei mesi precedenti alla tragedia. La pista sentimentale-passionale continua a essere scandagliata, mentre vengono ricostruite relazioni, confidenze e circostanze che potrebbero contribuire a spiegare il movente e, soprattutto, a individuare chi abbia materialmente utilizzato la ricina.
In attesa delle relazioni complete del Robert Koch Institut, l’inchiesta non rallenta. Le attività della Mobile proseguono spedite e le nuove audizioni rappresentano un ulteriore passaggio di un lavoro di comparazione e riscontro che potrebbe rivelarsi decisivo.
Dopo oltre otto mesi dai decessi, il punto centrale resta quello indicato dal medico davanti alle telecamere: chi ha ucciso Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, come lo ha fatto e perché.
È su queste domande che gli investigatori continuano a lavorare. E, dentro un’indagine condotta nel massimo riserbo, ogni nuova audizione serve a restringere ulteriormente il campo.
luca colella



























