Gli agenti della Squadra Mobile hanno raggiunto Alice Di Vita a Torino, dove la ragazza si è trasferita per frequentare l’università, e le hanno chiesto di poter verificare il suo telefono cellulare. Lei ha acconsentito, sbloccando l’iPhone attraverso il riconoscimento facciale e mettendo a disposizione le proprie credenziali per consentire agli investigatori di accertare l’eventuale presenza di accessi alla piattaforma Reddit. Una verifica che, secondo quanto riferisce il suo avvocato, non ha evidenziato accessi riconducibili alla giovane.
È uno degli elementi inediti che emergono dalla lunga intervista rilasciata a Primo Piano Molise dall’avvocato Vittorino Facciolla, legale di Gianni Di Vita e della figlia Alice, parti offese nell’inchiesta sul duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, morte tra il 27 e il 28 dicembre dello scorso anno per avvelenamento da ricina.
Un accertamento eseguito poco più di una settimana fa e rimasto finora fuori dalle cronache. La sua importanza risiede anche nel fatto che la verifica ha riguardato un dispositivo personale di Alice, lontana dal Molise per motivi di studio, e una piattaforma online sulla quale gli investigatori hanno evidentemente ritenuto opportuno svolgere approfondimenti. Non sono note le ragioni specifiche della verifica, né gli eventuali collegamenti con le altre acquisizioni informatiche.
La novità si inserisce in una fase di intensa attività investigativa. Anche ieri gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso, diretta da Marco Graziano, sono rimasti negli uffici della Questura, impegnati in accertamenti tecnici ritenuti importanti per il prosieguo dell’inchiesta coordinata dalla procuratrice di Larino, Elvira Antonelli. Un lavoro che prosegue dopo le quattro ispezioni informatiche eseguite negli istituti scolastici di Riccia, Campobasso e Casacalenda, le copie forensi dei dispositivi sequestrati e le verifiche effettuate nelle campagne di alcuni centri del Molise e del vicino Beneventano per accertare la presenza di piante di ricino.
Non si conosce il contenuto delle attività svolte ieri, ma l’intensificazione degli accertamenti lascia aperta la possibilità di ulteriori iniziative investigative, anche nelle prossime ore.
Restano particolarmente attesi gli esiti degli approfondimenti scientifici affidati al Robert Koch Institut di Berlino, ai quali anche Facciolla attribuisce un’importanza significativa.
L’avvocato, che dall’assunzione dell’incarico ha mantenuto un atteggiamento di estrema riservatezza nei rapporti con la stampa, ha accettato di affrontare con Primo Piano Molise i principali aspetti dell’inchiesta. Dalle verifiche informatiche alla pista passionale, dalle indiscrezioni sulla vita privata di Gianni Di Vita alla tutela di Alice. Senza sottrarsi alle domande, pur ribadendo i limiti imposti dalla riservatezza delle indagini.
Il colloquio parte proprio dagli accertamenti informatici effettuati nelle scuole. Facciolla esprime forti perplessità sulla loro possibile utilità: «Server e sistemi obsoleti, dove è difficile anche eseguire le ricerche. Secondo me non daranno nessun tipo di esito. E non solo secondo me».
Diversa la valutazione sugli approfondimenti scientifici affidati agli esperti tedeschi, considerati dal legale particolarmente importanti. I risultati, tuttavia, non sono ancora stati resi noti.
Avvocato, Gianni Di Vita è persona offesa. Eppure la sua vita privata, le sue frequentazioni, la sua abitazione e i suoi dispositivi elettronici sono stati oggetto di approfondimenti. Ritiene che questa attenzione investigativa sia fisiologica oppure teme che, nell’opinione pubblica, si stia producendo una sovrapposizione tra chi ha subito il delitto e chi potrebbe averlo commesso?
«C’è l’attenzione della stampa per la consistenza della notizia e per l’interesse che suscita, se vogliamo anche quella un po’ pruriginosa, diciamo da gossip. Gli inquirenti, invece, probabilmente anche per l’assenza di un altro potenziale movente, stanno concentrando l’attenzione pure su questi aspetti. Lo affermo apparentemente, perché non conosco la direzione nella quale stanno andando le indagini. Una cosa è certa, ed è di tutta evidenza: la circostanza che all’inizio si fosse immaginato di poter trovare una soluzione rapida si sta dimostrando assolutamente inconferente con la realtà. Una realtà che ci dice che i pezzi di questo mosaico vanno costruiti uno alla volta, un millimetro alla volta, provando ad ancorare un minimo di certezza all’attività di indagine».
Negli ultimi giorni è tornata al centro dell’attenzione una relazione extraconiugale di Gianni Di Vita, circostanza già conosciuta dagli investigatori. Quanto è concreto il rischio che un possibile movente finisca per assumere, agli occhi dell’opinione pubblica, il valore di una prova che ancora non esiste?
«Anche in questo caso il movente sarebbe incredibilmente debole. Non credo che esista in natura, tra persone che hanno adeguata intelligenza e cultura, la possibilità che anche un rapporto affettivo, ammesso che ci sia stato – ribadisco – ammesso che ci sia stato, possa far immaginare un delitto così efferato. Lo vedo, ammesso che possa essere un movente, estremamente debole. C’è bisogno di molto altro per poter realizzare un omicidio e, soprattutto, per realizzare un omicidio attraverso la ricina, con tutte le difficoltà che comporta. Ci vuole un movente molto più robusto».
Si parla moltissimo di Gianni Di Vita e molto meno di Alice, che ha perso la madre e la sorella. Lei assiste entrambi. Quale tutela ritiene necessaria rispetto all’esposizione mediatica che sta investendo la famiglia?
«È il tema dei nostri tempi. Viviamo in un momento storico nel quale è facile fomentare l’odio, è facile arrivare a conclusioni affrettate. Uno degli esercizi che quotidianamente interessano gli animatori delle piattaforme sono i processi sommari, a qualsiasi livello. Figuriamoci per un caso che ha ormai assunto rilievo nazionale, nel quale ogni informazione o indiscrezione, attraverso la lettura degli utenti, diventa motivo per trasformarci tutti in novelli investigatori.
Purtroppo è così. L’opinione pubblica è molto condizionata da come viene rappresentata la notizia. Per questo il potere e l’attività dei media e del giornalismo dovrebbero manifestare davvero quell’esigenza di terzietà e di correttezza che non deve minimamente suggestionare chi ascolta o legge. E invece questo non sta accadendo. Se a questo aggiungiamo il contesto storico che ho appena descritto, è chiaro che tutto diventa difficile.
In relazione ad Alice, è evidente che gli effetti della distorsione della notizia, o comunque della cattiveria che si manifesta nei confronti di una ragazza di diciannove anni, non sono gli stessi che si possono produrre su un uomo di cinquantasei. In questo caso dovrebbe esserci una tutela ancora maggiore. E devo dire con franchezza che gli inquirenti la stanno garantendo. Alcune notizie che vengono fuori, francamente, non si riesce a capire come possano emergere. Ma in generale questa cautela c’è».
Il Corriere della Sera ha riferito del sequestro di un libro nello studio di Gianni Di Vita, con alcuni passaggi sottolineati relativi a una vicenda sentimentale.
«Il libro non è coevo alla morte. È stato regalato a Gianni qualche settimana prima del sequestro e gli è stato regalato già con le sottolineature. Si tratta di un libro quasi dato in prestito, che quindi non ha nessuna attinenza con l’attività di indagine, che non è riconducibile a Gianni e non è coevo ai due decessi».
Ha sempre ribadito la piena collaborazione dei suoi assistiti. Ma collaborare non significa necessariamente condividere ogni scelta investigativa. C’è stato un accertamento che non ha compreso oppure una verifica che ha sollecitato e che ritenete ancora necessaria?
«La collaborazione la ribadiamo ancora. Non vado oltre perché ci sono attività che non possono essere riferite. La settimana scorsa Alice, pur trovandosi a Torino, si è messa a completa disposizione. Ha un iPhone che, come sappiamo tutti, è inaccessibile senza il consenso del proprietario. Quello in questione è protetto dal riconoscimento facciale. Non solo lo ha aperto e messo a disposizione degli inquirenti, ma attraverso le sue credenziali ha consentito di verificare che non risultano suoi accessi alla piattaforma Reddit. Una cosa che non avrebbero mai potuto verificare senza la sua collaborazione.
Non abbiamo sollecitato nulla perché abbiamo sempre ragionato come ausiliari della pubblica accusa, non come soggetti che in qualche modo dovevano difendersi da qualcosa, ma piuttosto collaborare, essere proattivi.
È chiaro che, nell’interlocuzione con la polizia giudiziaria, è capitato di dare suggerimenti. Questo sì. O comunque ci siamo confrontati, laddove era possibile, rispetto alle criticità di un’attività di indagine che vedeva coinvolte le parti offese in un’ipotesi delittuosa. Ogni volta abbiamo collaborato, ogni volta abbiamo messo a disposizione qualsiasi cosa ci venisse chiesto di dare. Era l’unico strumento che potevamo mettere in campo».
Un’ultima domanda, non al legale ma alla persona, all’amico che da quasi dieci mesi è vicino a Gianni e Alice. Che cosa teme di più per i suoi assistiti: che la verità non venga mai accertata oppure che, nell’attesa, si consolidi una verità costruita fuori dalle aule di giustizia?
«L’unica cosa che temo è per la loro tenuta psicologica, in considerazione della pressione che stanno subendo. È l’unica cosa sulla quale sento di dovermi soffermare un attimo».
Una risposta breve, quella conclusiva, che riporta l’attenzione sulle conseguenze umane di una vicenda ancora senza soluzione. Gianni Di Vita e Alice restano persone offese nel procedimento per duplice omicidio volontario, formalmente aperto contro ignoti.
Le indagini proseguono su più fronti, tra accertamenti scientifici, analisi informatiche e verifiche investigative. La Procura cerca ancora di stabilire attraverso quale veicolo la ricina sia stata somministrata ad Antonella e Sara e chi abbia provocato il loro avvelenamento.
Intanto, come emerge dalle parole di Facciolla, la difesa delle persone offese continua a collaborare con gli investigatori, pur esprimendo perplessità sull’utilità di alcuni accertamenti e sulla consistenza di un movente passionale che, secondo il legale, non sarebbe sufficiente a spiegare un delitto di questa natura.
luca colella




























